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Caso Minetti: il tribunale mediatico di Report e Travaglio finisce (ancora) nel ridicolo

by La Redazione
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Roma, 3 giu – Alla fine, dietro il grande scandalo annunciato, resta il solito fumo giustizialista. La Procura generale di Milano ha confermato il parere positivo sulla grazia concessa a Nicole Minetti e ha messo nero su bianco un passaggio devastante per chi aveva costruito l’ennesimo processo mediatico: dagli accertamenti svolti “risulta che i fatti riportati nelle notizie di stampa dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività non corrispondono al vero” e “non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito”. Tradotto: la macchina dell’indignazione ha montato un caso, ha chiamato in causa Quirinale, ministeri e procure, ma alla prova dei fatti non ha prodotto nulla.

Sul caso Minetti viene sbugiardato il tribunale mediatico

È il metodo che ormai conosciamo. Prima si costruisce il sospetto, poi lo si gonfia a scandalo, poi lo si consegna all’opinione pubblica come verità morale, anche quando la verità giudiziaria non dice affatto ciò che si vorrebbe farle dire. Il caso Minetti diventa così l’ennesima dimostrazione della cialtroneria di un certo giornalismo d’inchiesta trasformato in tribunale permanente: Report da una parte, Marco Travaglio e il suo universo dall’altra, uniti dalla stessa vocazione a sostituire l’accertamento dei fatti con la condanna preventiva, la verifica con l’allusione, il diritto con la ghigliottina editoriale. Non interessa, qui, difendere Nicole Minetti come figura politica o simbolo di chissà quale battaglia. Il punto è più serio. Una grazia concessa dal presidente della Repubblica, con un iter istituzionale, pareri formali e motivazioni umanitarie legate alla cura di un minore, è stata trattata come se fosse necessariamente il frutto di una manovra opaca, di un favore indicibile, di una zona grigia da smascherare. Il copione era già pronto: Berlusconi, Ruby, il potere, i privilegi, la giustizia aggirata. Poco importava che la grazia presidenziale sia un atto previsto dall’ordinamento. Poco importava che le verifiche successive potessero confermare il quadro già acquisito.

Report e Travaglio finiscono ancora nel ridicolo

È la stessa logica vista all’opera in tante puntate di Report. La trasmissione di Sigfrido Ranucci ha da tempo smesso di essere soltanto un programma d’inchiesta, diventando un dispositivo ideologico. Il suo metodo consiste spesso nel costruire una cornice: accostare nomi, episodi, fotografie, vecchie dichiarazioni, rapporti indiretti, mezze frasi, fino a produrre un’impressione complessiva di colpevolezza. Non serve dimostrare davvero, basta insinuare abbastanza. Non serve una conclusione solida, basta creare un clima. Travaglio rappresenta da anni la versione più pura e caricaturale del moralismo giudiziario italiano. Il suo schema è sempre lo stesso: la politica è colpevole fino a prova contraria, le istituzioni sono credibili solo quando confermano la sua tesi, i magistrati sono eroi quando colpiscono i suoi nemici e diventano improvvisamente insufficienti quando non producono la condanna desiderata. È una concezione proprietaria della giustizia: lo Stato di diritto va benissimo finché si comporta come una rubrica del Fatto Quotidiano. La nota della Procura generale di Milano rompe questo giocattolo. Non dice semplicemente che non ci sono nuovi elementi. Dice che i fatti riportati dalle notizie di stampa da cui era nato il supplemento non corrispondono al vero. È un passaggio pesantissimo, perché colpisce il cuore del dispositivo: la pretesa del giornalismo militante di trasformare ogni ricostruzione in verità prima ancora che qualcuno la verifichi.

Resta solo il rumore

Ecco perché il caso Minetti è istruttivo. Perchè mostra la miseria di chi si è autoproclamato custode della moralità pubblica e poi inciampa sulle verifiche più elementari. Mostra il volto di un giornalismo che pretende di fare le pulci alle istituzioni ma non tollera che le istituzioni smentiscano il suo racconto. Soprattutto, mostra ancora una volta che il giustizialismo italiano non è amore per la legge, ma desiderio di punizione selettiva. Fine dello scandalo: resta solo il rumore di chi, avendo costruito una carriera sulla condanna preventiva degli altri, non sa più distinguere un’inchiesta da una sceneggiata.

Vincenzo Monti

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