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Tra spazio e tempo, l’elogio della permanenza

by La Redazione
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Pasqua ripresa turismo

Roma, 3 giu – Nella società della dissoluzione lo spazio è più importante del tempo, il movimento nello spazio supera gli spostamento nel tempo. Muoversi caoticamente in diversi luoghi per breve tempo non permette la conoscenza approfondita della realtà vissuta, ma consente solo un’impressione fugace.

Il culto del viaggio fine a se stesso

I paesaggi, le città, sono vissuti superficialmente, prediligendo la quantità dei luoghi guardati senza badare alla conoscenza di uno solo esplorato integralmente. La permanenza nello stesso luogo permette di notare i cambiamenti nel tempo, conoscere la storia, vederne l’evoluzione o la disgregazione delle tradizioni.

La modernità è demonia del movimento, culto del viaggio fine a se stesso, turismo mordi e fuggi, l’unico permesso dalla penuria di tempo. I ritmi della società del profitto, della produzione continua per il consumo che spinge la nuova produzione, non lasciano tempo per la vita interiore.

Non si può godere lo stesso panorama per ore, per giorni, per mesi, si corre velocemente per lasciare sfiorare con lo sguardo ciò che non appartiene perché non si vedrà mai più.

Spazio e tempo: il viaggio come esperienza interiore

Il viaggio come esperienza interiore finisce con i Grand Tour ottocenteschi di formazione e cultura, alla scoperta della civiltà classica, del Rinascimento, dell’arte e della bellezza. Prima riservati agli aristocratici si diffusero agli altri ceti, occasione di emancipazione per la borghesia emergente, per giovani studiosi e artisti curiosi.

La società nutritiva materialista e plebea, spinge al consumo immediato del tempo, per lasciare al lavoro la maggior parte della vita. Dal proprietario dei mezzi di produzione del capitalismo industriale  al padrone più spietato protagonista dello sfruttamento del capitalismo terminale, il lavoratore stesso spinto a desiderare oggetti inutili da esibire sacrificando il suo tempo.

La scarsità di attimi spinge a vivere velocemente gli spostamenti, il viaggio diventa dispersione, visione superficiale e incompleta, desiderio provinciale di collezionare spazi sfiorati accidentalmente. Spostamenti più lunghi della permanenza, lunghe attese nelle stazioni ferroviarie, negli aeroporti, non luoghi privi di anima dove un’umanità stanca e sudata si accalca in file senza fine.

Viaggi della speranza, viaggi della fretta

Viaggi della speranza carichi di bagagli e souvenir presto scartati, dimenticando che i luoghi si fotografano con gli occhi e si archiviano nel cuore. Viaggi costosi e stancanti in terre miserabili surriscaldate, in città deserti di cemento tra grattacieli e palazzi grigi ed anonimi. Megalopoli tentacolari che invece di antichi monumenti hanno  pubblicità luminose, rumori invadenti e traffico caotico, energie negative.

Viaggi della fretta che non consentono la comunione con il luogo, passaggi fugaci che nulla lasciano all’esperienza e al ricordo. Siti estranei che abbisognano anni per essere conosciuti vengono guardati di sfuggita dalla finestra di un affollato torpedone. Itinerari da turisti distratti lontani dall’esperienza del viaggiatore, dell’esploratore, dello studioso, dell’avventuriero.

Voci lunghe millenni

L’Italia costudisce gran parte del patrimonio culturale dell’umanità, luoghi ricchi di storia, di bellezza, antichi monumenti testimonianza di grandi civiltà. Luoghi dall’alta vibrazione che parlano dopo millenni a chi li guarda, reperti archeologici della storia di un popolo che ha cambiato i destini del mondo.

La terra dei padri non è di moda, ma è radicamento, centratura e stabilità spirituale ed emotiva. Viverla intensamente non è solo fedeltà alle origini e continuazione della tradizione degli avi: aumenta la familiarità, il possesso, la perdita della confidenza provoca lo spaesamento segno di bassa pressione vitale, di depressione spirituale.

Scoprire una radura nel bosco, un’insenatura nascosta, una cappella di campagna o un vicolo cittadino è riappropriarsi di un bene già posseduto. Il mormorio del ruscello, il canto delle cicale, il soffio del vento tra le fronde sono il sussurro della voce degli dèi.

Roberto Giacomelli

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