Roma, 3 ott – «Il diritto internazionale non si applica agli ebrei»: la frase, attribuita al ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, ha fatto il giro dei social all’inizio dell’offensiva su Gaza. Non esistono fonti attendibili che confermino quel virgolettato; e tuttavia le sue parole reali, come l’invito a “cancellare” il villaggio palestinese di Huwara nel 2023 o l’idea che far morire di fame la Striscia sarebbe stato “giusto e morale” finché non fossero liberati gli ostaggi, fotografano una visione politica che considera l’eccezione come norma.
Il mito dell’Olocausto permanente
Smotrich non è un predicatore marginale ma il responsabile delle finanze e il ministro “aggiunto” alla Difesa con ampie deleghe civili sulla Cisgiordania, l’uomo che ha reso l’annessione strisciante (ora dichiarata) un processo amministrativo quotidiano. La sua ascesa è uno dei sintomi di un cambiamento più profondo: lo Stato che nacque come l’installazione di un popolo “sopravvissuto” agisce oggi come potenza regionale convinta di avere licenza di difendersi con ogni mezzo, e giustifica questa eccezione con il linguaggio stesso della Shoah. Da qui nasce una domanda che forse inizia a serpeggiare anche nelle menti più progressiste: quanto ha influito la memoria pubblica dell’Olocausto sull’odierna guerra a Gaza? Il paradosso è evidente: l’evento che nel Novecento ha fondato l’universalismo dei diritti umani e il paradigma del “mai più” viene invocato per spiegare o giustificare un’operazione militare che la Corte internazionale di giustizia ha definito “a rischio plausibile di genocidio” e che la Corte penale internazionale ha messo sotto inchiesta per crimini di guerra. La risposta non riguarda solo Israele: tocca l’Europa che ha costruito la propria identità democratica sulla memoria della Shoah e interroga il futuro stesso del diritto internazionale.
Tra riferimenti biblici e retorica dell’eccezione
Dall’autunno 2023 la guerra di Gaza ha assunto il volto di un conflitto asimmetrico: l’attacco del 7 ottobre di Hamas, con 1.200 vittime israeliane, ha riattivato nell’opinione pubblica israeliana il trauma della persecuzione secolare e ha permesso al governo Netanyahu di presentare la campagna militare come una lotta contro Amalek, l’antico nemico biblico. Il riferimento, come spesso accade nella politica, non era casuale o “folcloristico”: evocava la guerra totale e sacralizzava la violenza (Deuteronomio 25:17-19, «Ricòrdati di ciò che ti fece Amalèk lungo il cammino, quando uscivate dall’Egitto… Cancella il ricordo di Amalèk da sotto il cielo; non dimenticare!»). Nelle settimane successive, l’operazione dell’esercito si è trasformata in una serie di bombardamenti su larga scala, con migliaia di vittime civili, l’assedio a due milioni di abitanti privati di acqua, elettricità e medicinali, lo sfollamento di oltre un milione di persone verso il sud della Striscia, colpito a sua volta. La retorica dell’eccezione – Israele come vittima perenne di una minaccia genocidaria – è diventata la chiave per legittimare scelte che altrimenti sarebbero apparse inaccettabili. Questa saldatura fra trauma storico e politica imperialista, ovviamente, non è nuova.
Finkelstein e l’industria dell’Olocausto
All’inizio degli anni Duemila Norman G. Finkelstein, figlio di sopravvissuti al ghetto di Varsavia, pubblicò L’industria dell’Olocausto sostenendo che, a partire dal 1967, la Shoah fosse stata trasformata in un’“arma ideologica indispensabile, grazie alla quale una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di vittima”. Il suo bersaglio non era la realtà che egli considera fatto storico incontestabile, ma il sistema di istituzioni, fondazioni e gruppi di pressione che, secondo lui, avevano convertito la tragedia in capitale politico e finanziario, concedendo a Israele e a una parte dell’élite ebraica statunitense un’immunità preventiva alle critiche. Nel libro scriveva che da quello “specioso status di vittima derivano dividendi considerevoli, in particolare l’immunità alle critiche, per quanto fondate esse siano”, e accusava figure come Elie Wiesel di essersi fatte sacerdoti di un culto civile che ripeteva instancabilmente i dogmi dell’Olocausto a difesa di interessi politici concreti. Il punto indicato da Finkelstein riguarda dunque la cornice discorsiva: il trauma è stato trasformato in un dispositivo di legittimazione statale e di protezione diplomatica. Non si tratta di una causa diretta delle scelte militari ma di un contesto narrativo che rende più tollerabili, dentro e fuori Israele, politiche di forza presentate come difensive e perfino come moralmente necessarie. Il potere della memoria non sta solo nel ricordare, ma nel creare un linguaggio che definisce chi è la vittima e chi il carnefice, chi ha diritto all’autodifesa e chi ne viene escluso.
La guerra genocida condotta in nome della memoria
Nel pieno dell’offensiva su Gaza, lo storico Enzo Traverso – autore fra l’altro de La fine della modernità ebraica – ha lanciato un monito diverso ma complementare: se la Shoah si identifica con un esercito che bombarda civili, “nessuno potrà più parlarne senza suscitare diffidenza e incredulità”. Traverso denuncia il rischio che la memoria della Shoah, divenuta nell’Europa postbellica fondamento artificiale dell’antirazzismo e della coscienza democratica, venga corrotta dal suo uso bellico e perda la propria forza morale. L’offensiva di Hamas del 7 ottobre, osserva, ha agito in Israele come una riattivazione emotiva della memoria, ma la definizione di quell’attacco come “il più grande pogrom dopo la Shoah” ha suggerito una continuità storica che riduce il conflitto israelo-palestinese a un nuovo capitolo dell’antisemitismo eterno, oscurando decenni di occupazione, spoliazioni e violenze strutturali. Questa lettura, secondo Traverso, rende inintelligibile la situazione e serve a giustificare la risposta israeliana. La conseguenza, avverte, è devastante: “una guerra genocida condotta in nome della memoria dell’Olocausto non può che offendere e gettare discredito su questa memoria”, minando la distinzione morale tra oppressi e oppressori e alimentando nuovo antisemitismo.
L’uso politico della Shoah
L’uso politico della Shoah non è un’esclusiva di oggi. Nel 2017, con Finis Germania, lo storico tedesco Rolf Peter Sieferle parlò di “mito di Auschwitz” intendendo non una leggenda, ma “una verità posta al di là di ogni discussione”, divenuta per i tedeschi un peccato originale inespiabile. Il libro, pubblicato postumo dall’editore della nuova destra Antaios, provocò uno scandalo nazionale: Sieferle accusava la memoria ufficiale di aver trasformato la Shoah in un dogma civico che paralizzava l’autonomia culturale tedesca. Per lui il problema non era la “condanna del nazismo” ma la sacralizzazione di Auschwitz come fondamento identitario e strumento di colpevolizzazione permanente. La vicenda di Finis Germania – bestseller rimosso dalle classifiche, oggetto di una caccia all’autore e di accuse infondate di antisemitismo – rivelò quanto il dibattito sulla memoria resti incandescente in Germania e come la sacralizzazione possa generare risentimento e reazioni identitarie. Questi tre sguardi – il Finkelstein critico dell’industria memoriale, il Traverso che teme il logoramento della Shoah come paradigma etico, il Sieferle che contesta la sacralizzazione – illuminano angoli diversi di un medesimo nodo: la memoria dell’Olocausto ha smesso di essere soltanto ricordo storico e si è fatta campo di battaglia politico, simbolico e diplomatico.
L’eccezione israeliana non è più universalmente accettata
Quella dell’Olocausto è un’eredità che ha plasmato anche le relazioni internazionali: la Germania ha fatto della sicurezza d’Israele una Staatsräson, una ragion di Stato sancita da Angela Merkel nel 2008; molti Paesi occidentali hanno adottato definizioni di antisemitismo, come quella dell’IHRA, che intrecciano in parte la critica d’Israele con l’odio antiebraico, spostando così il perimetro del dibattito pubblico. Ultimi a proporre questa medesima lettura, i Leghisti di Matteo Salvini. Questo ombrello ha a lungo garantito a Tel Aviv una protezione diplomatica quasi automatica. Ma la campagna di Gaza 2023-25, con i suoi costi umani, le misure ordinate dall’ICJ su Rafah e le richieste di mandati di arresto da parte della ICC, segnala che l’eccezione israeliana non è più universalmente accettata: l’immunità morale conquistata con il “mai più” si incrina davanti al ritorno della giustizia internazionale. Il nodo non riguarda soltanto i rapporti di forza. Riguarda il linguaggio con cui l’Occidente ha costruito a tavolino il “male assoluto” nel Novecento. La Shoah era divenuta paradigma universale: chiave per leggere tutte le violenze di massa, dalle dittature latino-americane all’Holodomor, fino al genocidio dei Tutsi in Ruanda. Se quella memoria ora inizia ad essere percepita come scudo di un regime militare, perde la sua funzione universale e comincia ad essere guardata con sospetto dalle nuove generazioni, specie nel movimento pro-Pal globale dove la solidarietà con i palestinesi si è manifestata in forme di massa. In questo, Traverso teme che si entri in un mondo in cui tutto si equivale, dove le parole non hanno più valore e dove persino il termine genocidio smette di distinguere l’irreparabile dall’ordinario.
L’antifascismo occidentale di fronte al genocidio
Dopo il 1945, specie in Europa occidentale, l’antifascismo ha assunto come memoria fondativa la liberazione dei campi nazisti: il giorno della memoria, le commemorazioni, l’impegno contro il negazionismo sono stati per decenni il cemento simbolico che univa le diverse anime antifasciste – comunista, socialista, cattolica democratica, liberal-progressista. Ancora oggi, le sigle studentesche e giovanili antifasciste celebrano il 9 maggio (commemorazione della vittoria sovietica sulla Germania) come un momento cruciale: rispetto al 25 aprile (data simbolo di tutte le anime antifasciste citate sopra), quella del 9 maggio è una ricorrenza più totalitaria, perchè procede dalla narrazione inversa, ovvero “l’Europa è stata liberata dall’Armata Rossa”. Fatto sta che in Italia, in Francia e in Germania l’idea che il nazifascismo avesse perseguitato gli ebrei fino alla Shoah è diventata parte dell’identità stessa della sinistra e dei movimenti civili. In questo quadro, Israele appariva come il rifugio degli scampati e dunque come il “figlio legittimo” della tragedia, nonostante le critiche ai governi conservatori israeliani.
Fine di un’equazione automatica?
L’escalation di Gaza dopo il 7 ottobre ha incrinato questo automatismo. Molte reti studentesche, sezioni locali dell’ANPI, collettivi femministi e antirazzisti hanno scelto di mobilitarsi per la popolazione palestinese, sfilando nelle piazze europee con lo slogan “Stop al genocidio” e cercando di distinguere la critica al governo Netanyahu dall’antisemitismo. Ne è nata una frattura generazionale e culturale che ancora non riusciamo a vedere chiaramente: gli apparati storici dell’antifascismo restano legati alla difesa della memoria come argine contro il negazionismo, mentre i più giovani hanno spostato l’asse verso un universalismo dei diritti che legge Gaza in chiave anticoloniale onnicomprensiva. Chiaramente questa transizione non è stata accompagnata da una vera riflessione collettiva: procede in ordine sparso, tra accuse mediatiche di antisemitismo, tentativi di dissociare l’ebraicità dallo Stato israeliano e un disagio diffuso per il fatto che il simbolo antifascista per eccellenza, Auschwitz (“liberato dall’Armata Rossa”), sia invocato per giustificare bombardamenti su civili. È un passaggio di consapevolezza ancora incompiuto, ma già sufficiente a segnare la fine dell’equazione automatica fra antifascismo e difesa incondizionata di Israele.
Il passato è il becchino del presente
Nietzsche ammoniva che «il passato deve essere dimenticato, se non vuole diventare il becchino del presente» e che l’uomo con la “memoria più lunga” non è il più saggio ma l’ultimo uomo, prigioniero del risentimento. Forse il problema dell’Europa non è la mancanza di storia ma l’eccesso di memoria: l’Olocausto è l’ultimo e più ingombrante dei pesi che ci portiamo dietro. Mentre la Cina vive i suoi millenni come un flusso che ancora scorre verso il futuro, noi restiamo fermi sulle rovine. Se vogliamo tornare nella storia dobbiamo farlo con lo sguardo nuovo del “bambino” di Zarathustra, capaci di attingere al passato senza restarne sepolti. Solo così questa catena che soffoca il presente, il fatalistico e rassegnato “Mai più”, potrà trasformarsi in una nuova storia.
Sergio Filacchioni