Roma, 23 lug – A metà giugno del 2017, uno scandalo librario infiamma la placida Repubblica federale tedesca. Tutta colpa di Finis Germania, opera postuma di Rolf Peter Sieferle. Per qualche settimana, nelle lande teutoniche, non si parlò d’altro che di questo libriccino che, d’un tratto, aveva scalato tutte le classifiche. D’altronde, la miscela era di quelle esplosive: uno stimato professore universitario che lascia in eredità alle future generazioni un libro che rimette in discussione il rapporto dei tedeschi con la loro memoria storica e, quindi, anche e soprattutto con l’Olocausto.

Chi era Sieferle

A lungo docente universitario presso gli atenei di Mannheim e San Gallo, Sieferle si è tolto la vita nel settembre del 2016 a 67 anni. Era un accademico molto stimato, distintosi grazie ai suoi studi sulla storia dell’ambiente e sugli autori della rivoluzione conservatrice tedesca. Le sue competenze in fatto di ambiente ed ecologia lo avevano addirittura portato nel 2010 a collaborare su questi temi con il governo di Angela Merkel. Da un punto di vista ideologico, Sieferle ha attraversato tutto lo spettro politico, partendo dall’estrema sinistra per arrivare a nutrire simpatie di destra. Ed è proprio presso l’editore di punta della nuova destra tedesca (Antaios Verlag) che Finis Germania ha trovato accoglienza postuma.

Storia di un bestseller

Il problema è che, in quell’estate del 2017, il quotidiano Süddeutsche Zeitung e il canale radio Norddeutscher Rundfunk inserirono il titolo nella loro lista di consigli per la lettura. Una volta fatto notare che si trattava di una pubblicazione proveniente dai tipi di Antaios, è scoppiato il finimondo. Anzi, partì una vera e propria caccia all’uomo. La ricerca ebbe successo: Johannes Saltzwedel, germanista e collaboratore dello Spiegel, si fece avanti e ammise di aver menzionato Finis Germania con lo scopo di suscitare un dibattito su un libro che, per quanto controverso, solleva comunque in maniera brillante alcune questioni di fondo della tribolata cultura tedesca, tra cui quella tormentatissima e delicatissima sulla memoria storica e l’identità nazionale. A causa delle forti polemiche, Saltzwedel si vedrà costretto a rassegnare le dimissioni, con lo Spiegel che addirittura depennò il titolo dalla sua classifica libraria. Il «danno», però, ormai era fatto: la notizia dello scandalo portò migliaia di lettori incuriositi ad acquistare il volume, facendolo diventare un bestseller (per settimane è stato il libro più venduto su Amazon Germania). Per un certo periodo si era persino arrivati a venderne 250 copie all’ora.

Finis Germania è un libro antisemita?

Ma che cosa c’è scritto di così scandaloso in Finis Germania? La stampa mainstream tedesca parlò di un libro «antisemita» e «negazionista». Accuse che, però, non stavano – e non stanno – in piedi. Sieferle, infatti, non ha mai messo in discussione l’Olocausto o i crimini nazionalsocialisti, così come non ha mai indicato gli ebrei come nemico «oggettivo» del popolo tedesco (cioè tutti i cavalli di battaglia dell’antigiudaismo). Al contrario, l’autore si è limitato a criticare il «mito di Auschwitz», dove per «mito» egli intende non già una leggenda senza fondamento, bensì – esplicitamente – «una verità che si pone al di là di ogni discussione». Quello che Sieferle vuole discutere non è pertanto la storicità dell’Olocausto (definito anzi come «crimine»), bensì la memoria storica che attorno a questo evento è stata costruita per addossare al popolo tedesco una specie di peccato originale inespiabile.

La cultura della cancellazione

Ora, il bestseller di Sieferle è stato finalmente tradotto nella nostra lingua. A renderlo accessibile al pubblico italiano ci hanno pensato le Edizioni Settimo Sigillo (pp. 176, € 22). Ma non si tratta di una semplice traduzione, bensì di una vera e propria edizione italiana. Il volume, inserito nella collana «Idola et arcana» diretta da Antonio Caracciolo, docente di filosofia del diritto presso la «Sapienza» di Roma, è stata infatti curata da Francesco Coppellotti, esperto di cultura tedesca e in particolare dell’opera di Ernst Nolte. Per arricchire il breve testo di Sieferle e inserirlo nel suo contesto politico-culturale, il curatore ha raccolto e ordinato diversi contributi che ricostruiscono la genesi del volume e la sua tormentata vicenda editoriale, e che analizzano i vari risvolti (storici, politici e culturali) di un libro che, a modo suo, ha fatto epoca. Il tema, ovviamente, è sulfureo e scottante. Ma certi tabù sono nati per essere infranti. In tempi di «cultura della cancellazione», infatti, un’intera civiltà (quella europea) è stata messa alla sbarra. E il caso tedesco potrebbe fungere da pericoloso precedente per operare un altro «lavaggio del carattere», stavolta nei confronti di tutti gli europei. Una (auto)castrazione storica che, forse, porterà alla nostra definitiva estinzione. Ecco perché Finis Germania è, paradossalmente, un libro molto meno tedesco di quanto si possa pensare.

Valerio Benedetti

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