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José Antonio: rivoluzione e riconquista in camicia azzurra

by Tony Fabrizio
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Roma, 20 nov – Aveva 33 anni quando nel piazzale del carcere di Alicante, in Spagna, dove era detenuto, il plotone d’esecuzione repubblicano sparò contro di lui diverse raffiche di mitra e la fama di essere il maggior oppositore all’apertura politica verso il comunismo di stampo sovietico che la Spagna stava operando. Quando lo ammazzarono José Antonio Primo de Rivera y Sáenz de Heredia aveva la stessa età di Gesù Cristo, era un giovane avvocato di successo, marchese di Estella e Grande di Spagna, padre di cinque figli e figlio del generale Miguel, dittatore spagnolo dal 1923 al 1930 e di “madre Spagna” che mai abbandonerà.

La rivoluzione nazionale e spirituale di José Antonio

La sua passione politica lo portò a fondare il Movimento Falangista, identificato dalla camisa azul e col quale tentò di compiere la Riconquista: la liberazione della Spagna che, partendo dal socialismo e dal sindacalismo, si volgesse in chiave nazionale e spirituale. Sognava un ordine nuovo da contrapporre a quello stantio desiderato da conservatori e militari per instaurare così un regime nazional-sindacalista totalitario in senso fascista. Fu marxista nel modo di concentrare la ricchezza e sull’estensione universale del proletariato, ma fiero oppositore del suo internazionalismo.

Bacchettava la sinistra spagnola perché mancante di sensibilità nazionale e la destra perché deficitaria di sensibilità sociale. Si poneva come la terza via. Estimatore del Fascismo che definì “un’iniezione di vita”, ammiratore di Mussolini da cui fu ricevuto a Palazzo Venezia e aiutato in più di una occasione, finì per essere il migliore rappresentante del fascismo all’estero. La stima e l’ammirazione che ebbe per Sua Eccellenza non furono le stesse che provò per il Führer con cui “non si intese mai perché non credeva in Dio” e da cui prendeva le distanze perché detestava il razzismo: “Che non ci si parli della razza, l’impero spagnolo non fu mai razzista; anzi, raggiunse l’immensa gloria proprio per aver unito uomini di tutte le razze”, scriveva sulla rivista falangista non a caso battezzata II fascio.

Giunse a essere un mito per la gioventù europea perché, pur non avendo fondato un movimento sanguinario, si batté lealmente per i suoi ideali nella guerra civile spagnola e per la difesa della Spagna eterna dal cancro comunista, stalinista e ateo. Dotato di un carisma che lo fece assurgere facilmente a capo dei suoi camerati, fu oratore appassionato, combattente intrepido, politico sognatore ed eroe romantico. Perseguiva la Rivoluzione nazionale per portare a compimento quella coniugazione dei valori tradizionali della cattolicissima Spagna con quelli della giustizia sociale e di difesa dei lavoratori. Patria, pane e giustizia per tutti gli spagnoli fu il suo obiettivo di vita e di morte. Visse con l’ispirazione degli eroi nazionali e dei santi che lo avevano preceduto e a cui tenderà fino alla fine. Non a caso fu soprannominato El Cid, come il mitico cavaliere e condottiero medievale spagnolo, vissuto tra il 1040 e il 1099, pseudonimo di Rodrigo Díaz de Bivar, nobile castigliano, guerriero e figura leggendaria della Reconquista spagnola.

Fu figlio di una visione solare del mondo che lo portò a lottare perché la sua Patria non soccombesse per mano dei pigri e dei fatalisti, degli approfittatori e dei distruttori, degli aedi del materialismo e degli evangelizzatori di stampo comunista, che proponevano una società improntata alla divisione ideologica.

Il rapporto con Franco

Come spesso accade, il nemico, però, è interno e della sua morte ne giovò essenzialmente il generale Francisco Franco, che, intanto, aveva instaurato un regime autoritario, ma non autorevole, paternalistico e conservatore. Quando El Cid fu catturato dai rossi, i suoi camerati tentarono l’impresa di liberarlo e pare che, non solo non furono aiutati dal futuro Caudillo di Spagna, ma che questi addirittura boicottò l’impresa. Sembra di rivedere una fiction spagnola riscritta sul modello italiano della battaglia tra Palmiro Togliatti e Antonio Gramsci.

Se è vero che Franco aveva compiuto la rivoluzione, José Antonio voleva la rivoluzione nella rivoluzione che solo fintamente finì per diventare una colonna del franchismo. Non è un caso che nell’unica intervista concessagli in carcere, disse che, se avesse vinto Franco, lui sarebbe ritornato in quella cella o in un’altra, ma ugualmente in carcere. Esagerò? Fu il motivo per il quale il braccio destro del Cid alla guida della Falange, Manuel Hedilla, tentò il golpe anti-Franco cercando di instaurare un governo rivoluzionario con l’appoggio della sorella di José Antonio e dei Tedeschi. Il tentativo finì con quattro pene di morte commutate poi in quattro ergastoli; la Spagna si avviò a essere una monarchia costituzionale, incassando via via anche la simpatia della Chiesa, della Francia e dell’Inghilterra per la sua avversione anticlericale e antistalinista e piaceva anche alle banche internazionali. Cosa sarebbe oggi l’Europa se fosse stata chiusa in una morsa del comunismo stalinista a est e ovest proprio dalla Spagna ce lo indicano personalità di rilievo come George Orwell che partì convintamente per difendere la repubblica e tornò anticomunista risoluto.

Il Fascismo in Spagna con Franco c’entra poco e nulla, finì con José Antonio che meglio di tutti lo aveva incarnato. Il Fascismo tratto dall’animo del popolo, quello di strada, di piazza, romantico e rivoluzionario. E che nella sua intervista-testamento El Cid quasi lo profetizzò: “La bandiera è stata issata. Andiamo a difenderla allegramente, poeticamente…il nostro posto è fuori, all’aria libera, sotto la notte chiara, arma in spalla e in alto le stelle”. Arma in spalla e in alto alle stelle, marinettianamente, là dove la memoria democratica, il fondo toccato dal cancella culture di Sanchez, lo ha relegato, dopo averlo disseppellito per l’ottava volta; all’aria libera, lontano da ogni fasto monumentale, ma per sempre col viso rivolto al sole.

Tony Fabrizio

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