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Minneapolis, frodi nel welfare e ICE: cosa c’era prima dell’uccisione di Renee Good

by La Redazione
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Minneapolis

Roma, 10 gen – L’uccisione di Renee Nicole Good, 37 anni, da parte di un agente dell’Immigration and Customs Enforcement a Minneapolis è l’ultimo atto visibile di una crisi che precede di anni la tragedia e che nulla ha a che fare con un singolo episodio di cronaca. Prima dei colpi di pistola, prima delle proteste, prima dei video virali, c’erano fatti amministrativi, indagini giudiziarie e responsabilità politiche precise.

Minneapolis al centro di frodi al welfare

Dal 2018 il Minnesota è sotto osservazione federale per falle sistemiche nella gestione del welfare. Le indagini più rilevanti, condotte da FBI e Dipartimento di Giustizia, hanno portato allo smantellamento di reti organizzate che hanno sfruttato programmi pubblici – pasti scolastici, assistenza alimentare, servizi per l’infanzia, sanità – per drenare fondi federali. Il caso Feeding Our Future è il più noto: oltre 90 incriminati, decine di condanne e sequestri per centinaia di milioni di dollari. Non sospetti, ma procedimenti giudiziari documentati. Una parte rilevante degli indagati proveniva dalla comunità somala locale, molto numerosa nell’area Minneapolis–Saint Paul. Il dato è pubblico negli atti giudiziari. Pubblico è anche un altro fatto: non esiste una frode “etnica”, ma reti criminali che hanno prosperato grazie a controlli statali insufficienti. Qui si apre il capitolo politico. L’amministrazione democratica del Minnesota, guidata dal governatore Tim Walz, è stata accusata di inerzia, sottovalutazione e comunicazione opaca. Le frodi non sono state scoperte grazie a iniziative politiche locali, ma attraverso indagini federali spesso avviate in ritardo, quando i danni erano già enormi. Secondo stime ufficiali, l’ammontare complessivo delle irregolarità oscilla tra uno e nove miliardi di dollari: una cifra che da sola misura il fallimento del sistema di controllo.

Le retata dell’ICE e l’uccisione di Renee Good

Alla fine del 2025, il tema esplode mediaticamente con la diffusione di video che mostrano presunti asili “fantasma” a Minneapolis. I filmati vengono rilanciati da ambienti conservatori e usati dalla Casa Bianca come prova di una complicità politica sistemica. Successive verifiche giornalistiche e ispezioni amministrative dimostrano che alcune strutture erano effettivamente operative, altre chiuse temporaneamente o non ancora aperte. Questo non cancella le frodi accertate, ma smonta la narrazione di un unico sistema indistinto. Donald Trump ha colto però l’occasione. La risposta federale è stata un rafforzamento massiccio delle operazioni ICE nell’area, presentato come contrasto a criminalità e frodi, ma chiaramente inserito in una strategia politica di scontro con Stati a guida democratica. Nei primi giorni di gennaio 2026 iniziano retate, controlli e arresti, creando un clima di forte tensione. Il 7 gennaio 2026, durante una di queste operazioni, l’agente dell’ICE apre il fuoco e uccide Renee Good in una strada residenziale. I primi video mostrano la donna tentare di allontanarsi. L’amministrazione Trump parla subito di legittima difesa, sostenendo che l’agente stesse per essere investito.

La piazza di Minneapolis s’incendia

Già ieri migliaia di persone sono scese in piazza contro l’ICE. Almeno tre arresti nelle prime ore della protesta. La rabbia cresce quando viene diffuso un nuovo video della sparatoria, girato da una prospettiva diversa. Le immagini mostrano uno scambio verbale, l’auto che arretra brevemente e poi riparte, l’agente che spara mentre il veicolo si allontana. Si sente un insulto pronunciato sulla scena. Resta un punto cruciale: non è chiaro se l’agente indossasse una bodycam, nonostante le procedure ICE prevedano l’attivazione durante le operazioni. Nel frattempo, un altro episodio a Portland, dove agenti federali sparano e feriscono due persone il giorno dopo la morte di Good, contribuisce ad alimentare l’idea di una escalation nazionale. Sul piano politico, il boomerang è completo. Tim Walz annuncia che non si ricandiderà. Ufficialmente parla di cifre gonfiate e riforme avviate, ma la realtà è più semplice: il peso delle frodi, della cattiva amministrazione e della gestione comunicativa è diventato ingestibile. Il caso Minnesota diventa così un dossier federale, non più un problema locale.

L’ICE opera in un tessuto sociale sfaldato

La morte di Renee Nicole Good dimostra che non esiste un razzismo sistematico – o addirittura “para-fascista” – dell’ICE contro gli immigrati, come sostiene una parte della retorica antifascista e della sinistra americana ed europea. Dimostra piuttosto qualcosa di più inquietante e strutturale: l’inserimento delle operazioni federali in un tessuto sociale statunitense sempre più sfaldato, attraversato da sfiducia, conflitto permanente e polarizzazione estrema. In questo contesto, ogni intervento dello Stato – anche quando formalmente legittimo – diventa miccia, acceleratore di tensioni, terreno di scontro politico e simbolico. Le responsabilità personali dell’agente che ha sparato restano e dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti, così come restano le responsabilità operative di un’agenzia federale che agisce in un clima di escalation e opacità. Allo stesso tempo, non possono essere rimosse le responsabilità politiche dell’amministrazione democratica del Minnesota, che per anni ha tollerato falle amministrative, ritardato controlli e preferito una gestione prudente – se non reticente – di scandali reali, creando le condizioni perché il problema venisse prima ignorato e poi strumentalizzato.

La solita spirale senza soluzioni

Il caso Minneapolis mostra che negare i fatti per paura del conflitto non li rende meno esplosivi, ma li consegna a chi è pronto a usarli come arma. Quando l’amministrazione locale abdica al controllo e quella federale dichiara guerra, il risultato non è giustizia né ordine, ma una spirale di delegittimazione reciproca in cui a pagare il prezzo più alto sono i civili. Renee Good muore dentro questa frattura: vittima di uno Stato che ha perso il controllo dei propri strumenti e del proprio linguaggio.

Vincenzo Monti

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