Roma, 18 feb – Non è una polemica di quartiere né una questione di principio. Le dichiarazioni del sindaco di Genova, Silvia Salis, sulla sede di CasaPound aprono un fronte politico e istituzionale che va ben oltre la geografia di Piazza Alimonda. Perché quando un primo cittadino afferma che un soggetto politico è “non gradito” dall’amministrazione e che il problema non è la regolarità del contratto ma l’“opportunità” della sua presenza, si entra in un terreno che riguarda la natura stessa dello Stato di diritto.
Le dichiarazioni di Silvia Salis a Goodmorning Genova
Salis lo ha detto senza ambiguità davanti alle telecamere di Goodmorning Genova: la sede è formalmente in regola, ma la sua collocazione e il suo “posizionamento politico” sono, a suo giudizio, inaccettabili. Non c’è abuso edilizio, non c’è violazione contrattuale, non c’è un provvedimento giudiziario. C’è un giudizio politico. Ed è su questo dato che il sindaco ha scritto a prefetto e questore, sollevando il tema sicurezza. Qui sta il nodo. Se un’amministrazione riconosce che non esiste alcuna irregolarità formale, su quale base può chiedere un intervento? Se il criterio non è giuridico ma politico, allora il principio che si afferma è che la legittimità di una presenza dipende dalla sua conformità ideologica alla maggioranza amministrativa del momento. È un salto che non può essere minimizzato. La libertà di associazione e di espressione, finché non interviene un provvedimento dell’autorità giudiziaria che accerti condotte penalmente rilevanti, non è subordinata al gradimento del sindaco.
Il tema della sicurezza usato come grimaldello
Ancora più delicato è il passaggio relativo alla sicurezza del quartiere, che il sindaco ribalta completamente. Salis parla di un’area “assediata” ed “esasparata”. Vero. Ma le tensioni registrate negli anni sono spesso legate a manifestazioni e contestazioni promosse dagli ambienti antagonisti contro quella sede. Se la presenza di un soggetto legale genera proteste e scontri organizzati da terzi, il problema istituzionale è la tutela dell’ordine pubblico contro chi compie vessazioni o atti violenti, non la rimozione del soggetto che ne è bersaglio. Altrimenti il messaggio implicito è molto più pericoloso: chi crea pressione in strada può determinare l’esclusione dell’avversario politico. Non è secondario che le parole del sindaco arrivino dopo un incontro con la rappresentanza di Genova Antifascista. È legittimo che un amministratore dialoghi con associazioni e comitati. Ma quando l’interlocutore è un’area che negli anni ha prodotto violenza, sabotaggi, vandalismi e scontri ben documentati (perfino sulle loro pagine social), e il tema sul tavolo è l’esistenza stessa di un’altra realtà politica, la questione diventa politica e istituzionale insieme: è l’antifascismo militante che decide chi può esistere sul territorio?
La Salis e l'”opportunità” che sfida la costituzione
Salis sostiene di non poter limitare la libertà di manifestazione degli antifascisti. È corretto: un sindaco non può comprimere diritti costituzionali. Ma lo stesso principio vale per chi è oggetto di contestazione. Se non può intervenire sulla libertà di chi protesta, non può neppure intervenire – in assenza di illeciti – sulla libertà di chi apre una sede politica regolarmente contrattualizzata. Il diritto non è selettivo. Il punto, dunque, non è CasaPound in sé. Il punto è il precedente. Se passa l’idea che una presenza politica possa essere considerata “inopportuna” per ragioni di “storia cittadina” o di sensibilità amministrativa, allora il perimetro delle libertà dipende dall’indirizzo ideologico di chi governa in quel momento. Oggi tocca a un movimento sgradito alla sinistra. Domani potrebbe toccare a qualunque realtà non allineata al potere locale.
Per il sindaco si profilano diverse incriminazioni
Un sindaco non può utilizzare il proprio ruolo per esercitare pressioni finalizzate a colpire un soggetto politico legittimamente operante solo perché ne disapprova le idee. Se dalle dichiarazioni pubbliche dovessero discendere atti amministrativi o sollecitazioni volte a ottenere uno scioglimento o una chiusura in assenza di presupposti di legge, si aprirebbero profili che non sono più solo politici ma giuridici. Si potrebbe parlare di abuso d’ufficio laddove l’esercizio del potere fosse distorto rispetto alla finalità pubblica, oppure di discriminazione politica se venisse configurato un trattamento differenziato basato esclusivamente sull’orientamento ideologico. Anche la semplice pressione istituzionale finalizzata a ottenere un risultato non consentito dall’ordinamento, se tradotta in atti concreti, potrebbe integrare ipotesi di eccesso di potere per sviamento, ossia l’utilizzo di strumenti legittimi per perseguire un fine diverso da quello previsto dalla legge. In un sistema costituzionale, le idee non si sciolgono per decreto amministrativo, né si rimuovono per “opportunità”.
A Genova la Salis sta creando un sistema mafioso
Il punto, dunque, non è la distanza da Piazza Alimonda né il giudizio politico del sindaco. Il punto è se un’amministrazione possa dichiarare “inaccettabile” una presenza legale e attivarsi per rimuoverla sulla base di un criterio ideologico. Se questo principio passasse senza contestazione, il confine tra governo della città e selezione delle opinioni diventerebbe labile. Uno Stato di Diritto non funziona per simpatia politica. Funziona per leggi. E quando un rappresentante delle istituzioni lascia intendere che la legittimità dipende dall’allineamento ideologico, il rischio non è solo uno scontro politico: è un precedente che merita di essere valutato nelle sedi legali.
Vincenzo Monti