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L’illusione di contare: l’Italia davanti alla realtà dei rapporti di forza

by Sergio Filacchioni
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Italia

Roma, 3 mar – Ventottomila obiettivi sensibili sotto vigilanza, 4.400 solo a Roma. Rafforzamento dei dispositivi antidrone, monitoraggio costante dei canali di radicalizzazione online, allerta massima su infrastrutture e sedi diplomatiche. L’Italia si prepara a gestire le conseguenze della nuova escalation in Medio Oriente, innescata dall’attacco congiunto di Isarele e Stati Uniti. E ancora una volta è costretta ad ingoiare il boccone amaro della realtà.

Una bella doccia fredda per l’Italia “tornata centrale”

È questo il dato politico che emerge dalle parole del presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervistata al Tg5: l’Europa non è stata coinvolta nella scelta americana e israeliana di colpire l’Iran. Questo oltre ad essere un dettaglio molto rilevante, è la fotografia del posizionamento italiano nel momento in cui si ridisegnano gli equilibri nel Mediterraneo allargato e del “nostro” Vicino Oriente. Quando si decide sull’uso della forza in un’area che incide direttamente sulla sicurezza nazionale italiana, Roma non è tra i decisori, ma tra i destinatari delle conseguenze. Negli ultimi due anni la Meloni ha costruito tutta una narrazione intorno all’idea di un’Italia “tornata centrale”, capace di contare nei dossier internazionali grazie a un rapporto privilegiato con Washington. Una postura che ha prodotto risultati negoziali importanti su alcuni fronti economici come quello dei dazi, ma che oggi mostra un limite strutturale. L’Italia opera dentro un ordine di sicurezza costruito nel 1945 e rimasto sostanzialmente immutato nei suoi rapporti di forza fondamentali. Finché l’Europa non dispone di una capacità militare autonoma e di una dottrina strategica propria, nessun governo nazionale potrà realmente incidere sulle scelte che determinano guerra e pace nel suo spazio geopolitico di riferimento.

La sovranità oltre la retorica

La crisi iraniana riporta quindi al centro una questione che in Italia viene spesso aggirata: la sovranità non è una categoria retorica, ma una funzione della potenza. E non si misura sui dossier economici. Si misura nella capacità di determinare gli equilibri di forza. E questa capacità, per un Paese come l’Italia, non può essere che nazionale ed europea. Qui però emerge una contraddizione della destra istituzionale. Da un lato rivendica identità, autonomia, centralità. Dall’altro rimane culturalmente e strategicamente inserita in un paradigma neocon che, negli ultimi venticinque anni, ha prodotto instabilità diffusa nel Vicino Oriente. Afghanistan, Iraq, Libia e Siria hanno mostrato che l’uso spregiudicato della forza come strumento di regime change tende a generare cicli successivi di frammentazione. L’Italia, per geografia e posizione, è tra i Paesi che più hanno pagato quelle conseguenze in termini di flussi migratori, vulnerabilità energetica e rischio terroristico. E così, oggi, il governo si ritrova a condannare le ritorsioni iraniane e a chiedere che la crisi non dilaghi. Ma sul serio stiamo chiedendo a chi è bombardato di non allargarsi troppo nel difendersi? Uno schema che ricorda, per molti versi, quanto già visto nel conflitto ucraino, quando Washington ha sostenuto Kyiv sul piano militare e politico, salvo poi frenare le iniziative operative sul territorio russo.

La Francia si fa avanti

In questo quadro, la differenza rispetto alla Francia non è secondaria. Emmanuel Macron, al di là delle sue oscillazioni isteriche, ha posto sul tavolo – ormai da anni – una questione che a Roma resta ancora sullo sfondo: la necessità di una difesa europea integrata, di un’architettura di sicurezza capace di affiancarsi – e in prospettiva emanciparsi – dalla Nato, fino all’ipotesi di un ombrello nucleare europeo. Si può discutere la fattibilità di queste proposte, ma esse rispondono a un presupposto corretto: senza mezzi militari e industriali propri, l’Europa resterà una piattaforma operativa dell’ordine atlantico. Il nodo politico è questo e dipende da noi. Se la destra italiana intende davvero parlare di sovranità europea, deve accettare che ciò comporta una revisione profonda della cultura strategica maturata negli ultimi decenni. Non si costruisce un’Europa autonoma limitandosi a criticare Bruxelles o Macron quando fa comodo o rivendicando relazioni privilegiate con Washington. Si costruisce investendo in difesa comune, industria militare integrata, comando europeo, capacità d’intelligence indipendente.

L’Italia non dev’essere la custode dell’allineamento atlantico

Il nuovo scenario di guerra aperta dimostra che l’Europa è già coinvolta nei conflitti del Mediterraneo allargato – basti pensare ai droni su Cipro o all’allerta massima in Italia – ma non dispone ancora degli strumenti per orientarne l’evoluzione. Finché questa asimmetria persisterà, parlare di un’Italia che “conta” resterà un’affermazione parziale, un racconto che si infrange contro la realtà dei rapporti di forza. Se la destra italiana vuole essere forza nazionale ed europea, e non semplice custode dell’allineamento atlantico, deve affrontare questo nodo senza ambiguità. Continuare a inseguire la legittimazione del paradigma neocon mentre si parla di Europa sovrana significa tentare di tenere insieme due posture che, specialmente nei momenti di crisi, rivelano tutta la loro incompatibilità.

Sergio Filacchioni

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