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Iran, la successione dell’āyatollāh Khamenei

by Patrizio Podestà
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āyatollāh khamenei

La morte dell’āyatollāh seyyed ʿAlì Ḥoseyni Khamenei, ucciso per mano di un missile israeliano lanciato sul palazzo Beit-e Rahbari, ha aperto un ampio dibattito sul futuro della Repubblica Islamica. La Guida Suprema dell’Iran, infatti, è oggi un titolo ancora vacante, sebbene numerose speculazioni da un paio di giorni stiano già identificando un successore.

L’ennesimo raid criminale

L’operazione Epic Fury – o Roaring Lion, a seconda che lo si chieda agli americani o agli israeliani – è iniziata da ormai sei giorni, e ha colpito immediatamente al cuore dell’altopiano persiano. Alle 9.45 del mattino (ora iraniana) del 28 febbraio, un missile è caduto sul palazzo della Guida Suprema, e il corpo dell’āyatollāh è stato rinvenuto durante i soccorsi. Un grande senso di rivalsa ha subito colto le azioni iraniane, con l’annuncio in diretta dei conduttori in lacrime sulla tv di stato. “Khamenei è stato una delle persone più malvagie di sempre” ha dichiarato Trump, “l’āyatollāh non minaccerà più lo stato di Israele” ha chiosato Netanyahu. Nei bombardamenti è stata inoltre colpita, tra i numerosi siti civili, anche una scuola elementare femminile a Minab, nel sud della Repubblica, con 180 vittime, in maggioranza bambine. L’ennesimo attacco improvviso, con effetti criminali, da parte degli alleati israelo-statunitensi.

La successione

Nonostante nella serata del 3 marzo, il Times of Israel e altre fonti occidentali lo avessero già dato per certo, il nome del successore dell’āyatollāh non si sa ancora. I più hanno messo in pole il figlio del defunto Khamenei, Mojtaba, ma il bombardamento del palazzo del Consiglio dell’Assemblea degli Esperti a Qom, ha interrotto i lavori di designazione del successore. La difficile situazione interna alla Repubblica Islamica sta addirittura posticipando la data dei funerali dell’āyatollāhai quali sono attese centinaia di migliaia di persone.

Il popolo iraniano, in barba alla retorica occidentale, sta ancora in larga parte con la Repubblica e i Guardiani della Rivoluzione. La defunta Guida Suprema Khamenei sarà sepolto nella sua città natale, Mashhad, nel nord-est dell’Iran, ma l’elezione del figlio a suo successore è tutt’altro che certa. L’āyatollāh in vita si era espresso chiaramente contro la successione dinastica a guida della Repubblica Islamica, ma il figlio potrebbe comunque prendere il suo posto per altre ragioni.

Chi è Mojtaba Khamenei

Il figlio dell’āyatollāh è sicuramente il più probabile successore del padre. Mojtaba infatti è considerato un intransigente, ha stretti legami con i Guardiani della Rivoluzione e le sue posizioni sono considerate addirittura più radicali di Ali.

Mojtaba è nato nel 1969 a Mashhad, nel nord-est dell’Iran, città natale del padre. Si forma nelle scuole teologiche di Qom, e nel 1987 – due anni prima dell’ascesa a Guida Suprema di Ali – si arruola nel corpo militare islamico, per poi prestare servizio fino al 1988 nella guerra Iran-Iraq. Dopo la nomina di Khamenei padre ad āyatollāh, assume il comando delle milizie Basiji. Di certo è stato l’uomo-ombra delle decisioni ai piani alti dello Stato, stando a capo dell’ufficio del padre fino al 28 febbraio.

I media e le agenzie di stampa iraniani iniziano a riferirsi a Mojtaba Khamenei con il titolo di āyatollāh dal 2022, anno in cui diviene un eminente membro dell’aristocrazia sciita della Repubblica. Gli āyatollāh non sono solo dei capi, ma soprattutto degli Esperti – da qui il nome dell’assemblea che nomina la Guida Suprema – di scienze religiose e giuridiche sciite.

La Repubblica Islamica resta in piedi

Nonostante l’attacco congiunto e l’assassinio dell’āyatollāh, il sistema iraniano regge. La popolazione, al contrario di quanto riportano i media filo-israeliani, si è manifestata sgomenta e colpita, con masse di persone in strada a lutto per Khamenei. Anche per la strage a Minab, decine di migliaia di persone hanno partecipato ai funerali delle decine di bambine rimaste uccise. In queste ore i governi statunitense e israeliano stanno facendo appelli alla disunità dello Stato iraniano, sobillando le tensioni etniche interne di una Nazione che ha invece risposto con un’immensa solidarietà e unità. Nessuna democrazia, nessuna liberazione: l’aggressione statunitense si estende, e adesso più che mai si sente la necessità di un argine europeo alle velleità imperiali a stelle e strisce.

Patrizio Podestà

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