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Nucleare, l’Europa ammette l’errore: il ritorno dell’atomo non è più rinviabile

by La Redazione
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Roma, 18 mar – A volte il dato politico più interessante non è una decisione già presa, ma la confessione di una linea sbagliata. È in questa categoria che rientrano le parole pronunciate da Ursula von der Leyen al vertice mondiale sull’energia nucleare di Parigi. La presidente della Commissione europea, intervenendo in un contesto che già di per sé segnala il cambio di clima internazionale, ha detto apertamente che l’Europa ha commesso “un errore strategico” nel voltare le spalle al nucleare. Un’ammissione politica che arriva dopo anni in cui il dibattito energetico europeo è stato costruito su una rimozione: quella del rapporto tra energia, sovranità e potenza industriale.

Von der Leyen ammette l’errore dell’Europa sul nucleare

Von der Leyen ha ricordato che nel 1990 circa un terzo dell’elettricità europea proveniva dal nucleare, mentre oggi quella quota si è ridotta al 15%. Il dato, preso da solo, potrebbe sembrare una variazione tecnica. In realtà racconta una trasformazione molto più profonda mossa da ragioni politiche. Negli ultimi decenni l’Unione europea ha progressivamente ridotto il peso dell’atomo nel proprio mix energetico, mentre una parte rilevante del discorso pubblico e istituzionale si spostava su una transizione concepita quasi esclusivamente in termini normativi, finanziari e ambientali. Il problema è che l’energia non è mai stata soltanto questo. L’energia è la base materiale di un sistema produttivo, è continuità industriale, è costo della manifattura, è tenuta sociale, è libertà di manovra geopolitica. Quando manca o quando diventa troppo cara, non si inceppa soltanto la bolletta: si indebolisce l’intera struttura di un Paese.

Per questo le parole della presidente della Commissione europea non possono essere archiviate come una correzione marginale. Quando afferma che il nucleare è una fonte “affidabile, economica e a basse emissioni” e che l’Europa vuole investire in una strategia per i piccoli reattori modulari da rendere operativi entro l’inizio degli anni Trenta, von der Leyen riconosce implicitamente il fallimento di una stagione in cui si è pensato di poter ridisegnare il sistema energetico europeo senza fare i conti fino in fondo con il tema della continuità e della sicurezza degli approvvigionamenti. La sua formula, secondo cui il sistema più efficiente combina nucleare, rinnovabili, accumulo e reti, segna il passaggio da un’impostazione ideologica a una più pragmatica. In altri termini, l’Europa sta dicendo che non può più permettersi di ragionare per slogan.

“Uscire dalle nebbie” non basta

Non è un caso che questo cambio di tono arrivi mentre a Parigi Emmanuel Macron continua a spingere per una nuova centralità del nucleare civile e chiede a investitori pubblici e privati di mobilitare capitali in questa direzione. La Francia, del resto, non ha mai davvero abbandonato l’idea che la sovranità energetica sia parte integrante della sovranità politica. È esattamente questo il punto che nel dibattito italiano è mancato per decenni: da noi il nucleare è stato discusso quasi sempre come tema morale, simbolico o emergenziale, mentre altrove restava, prima di tutto, una questione di Stato. Il fatto che a rilanciare immediatamente le parole di von der Leyen sia stato Matteo Salvini, con il suo commento polemico sulla presidente della Commissione “uscita dalle nebbie”, conta relativamente. Più interessante è ciò che ha detto, nello stesso contesto, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, rivendicando l’impegno dell’Italia a contribuire all’obiettivo di triplicare la capacità nucleare globale al 2050. È un elemento politico preciso, perché collega il dibattito europeo al tentativo italiano di riaprire un dossier rimasto congelato per quasi quarant’anni. Il punto non è stabilire se il governo riuscirà davvero a costruire una strategia coerente, ma prendere atto che il tema è tornato nella sfera delle decisioni realistiche e non più soltanto delle discussioni astratte.

Il nucleare giapponese come esempio

Per capire fino in fondo perché questo passaggio è importante, però, non basta fermarsi a Bruxelles o a Roma. Bisogna guardare anche a ciò che sta succedendo fuori dall’Europa, e in particolare in Giappone. Perché il caso giapponese rappresenta oggi il banco di prova più serio per chiunque voglia capire la fase che si apre. Il Giappone, infatti, non è un Paese qualsiasi: è il Paese di Fukushima, cioè il luogo in cui il trauma nucleare contemporaneo ha assunto una forma storica e psicologica difficilmente paragonabile ad altre. Nel marzo 2011 il terremoto di magnitudo 9.0 e il conseguente tsunami provocarono la fusione del nocciolo in tre reattori della centrale di Fukushima Daiichi, gestita dalla Tokyo Electric Power Company, la Tepco. Il colpo sull’opinione pubblica fu enorme. Il nucleare, che fino a quel momento aveva rappresentato uno dei pilastri della sicurezza energetica giapponese, divenne improvvisamente un tabù politico e culturale.

Eppure oggi, a quindici anni di distanza, il Giappone non sta semplicemente tornando indietro. Sta facendo qualcosa di politicamente più maturo: sta metabolizzando quel trauma. Il riavvio del reattore numero 6 di Kashiwazaki-Kariwa, la più grande centrale nucleare al mondo per capacità installata, sempre gestita da Tepco, ha un significato che va oltre il dato tecnico. Dice che un Paese colpito da un disastro gravissimo può decidere di non trasformare una ferita in una paralisi permanente. Dal 2012 Tokyo ha istituito un’autorità di regolazione indipendente, ha imposto standard di sicurezza tra i più severi al mondo, ha obbligato i gestori a investire miliardi di euro in adeguamenti antisismici, anti-tsunami e nei sistemi di emergenza. A Kashiwazaki-Kariwa sono stati costruiti muri di protezione alti 15 metri, installate porte stagne, rafforzati i meccanismi di raffreddamento e duplicati i sistemi di sicurezza. Non si tratta dunque di un ritorno spensierato all’atomo, ma di una sua riorganizzazione dentro un quadro di rischio calcolato e gestito. La ragione non è ideologica: il Giappone è un Paese povero di risorse naturali, che importa quasi integralmente i combustibili fossili necessari al suo funzionamento.

L’Italia e il nucleare: una storia interrotta troppo presto

Se il Giappone ha tratto questa conclusione dopo Fukushima, il nodo italiano appare ancora più evidente. Perché l’Italia non è un Paese estraneo alla storia del nucleare. Al contrario, è stata una delle nazioni europee più avanzate nel settore, e proprio questo rende più grave la sua rinuncia successiva. Già nel secondo dopoguerra il Paese poteva contare su una tradizione scientifica di primissimo livello, legata all’eredità di Enrico Fermi e dei ragazzi di via Panisperna. Nel 1946 nacque a Milano il CISE, promosso da grandi gruppi industriali come Edison, Montecatini e Fiat, con l’obiettivo di studiare le applicazioni civili dell’energia nucleare. Nel 1952 lo Stato istituì il CNRN, poi trasformato nel 1960 in CNEN sotto la guida di Felice Ippolito, figura decisiva nella costruzione di una politica energetica ambiziosa. In quegli anni presero forma le centrali di Latina, Garigliano e Trino Vercellese, ciascuna con tecnologie differenti, a testimonianza della volontà di sperimentare le diverse filiere occidentali. A metà anni Sessanta l’Italia era arrivata a essere il terzo produttore mondiale di energia nucleare civile, dopo Stati Uniti e Gran Bretagna.

Questo punto è essenziale, perché rompe una narrazione pigra e autoassolutoria: l’Italia non è rimasta fuori dal nucleare per arretratezza, ma ne è uscita per scelta politica, per conflitti interni e per il progressivo mutare del contesto. Il caso giudiziario che travolse Felice Ippolito nel 1963 contribuì a delegittimare una parte decisiva del programma nucleare nazionale proprio nel suo momento di massima espansione. Negli stessi anni il petrolio mediorientale, abbondante e a basso costo, sembrò offrire una soluzione più semplice e immediata ai bisogni energetici del Paese, mentre l’azione di Enrico Mattei e dell’ENI spostava il baricentro della strategia energetica verso gli idrocarburi. Il nucleare non fu abbandonato all’istante, ma iniziò a perdere centralità.

Il paradosso energetico italiano

Negli anni Settanta, con la crisi petrolifera seguita alla guerra del Kippur e all’embargo dell’OPEC, il tema tornò improvvisamente centrale. Molti governi europei cominciarono a ripensare il proprio mix energetico proprio alla luce della fragilità di una dipendenza eccessiva dagli idrocarburi mediorientali. Anche in Italia vennero elaborati nuovi piani, e nel 1978 entrò in funzione la centrale di Caorso, il più potente impianto nucleare mai realizzato nel Paese. Ma proprio allora la questione iniziò a caricarsi sempre più di significati ideologici. I movimenti ambientalisti e una parte della sinistra radicale trasformarono progressivamente il nucleare da questione strategica a terreno simbolico di scontro. Il salto definitivo si consumò nel 1986, con Chernobyl. L’incidente sovietico, aggravato da gravi difetti di progettazione del reattore RBMK e da una gestione opaca dell’emergenza, produsse un trauma europeo diffuso. In Italia quel trauma si tradusse nel referendum del 1987, che pur non vietando formalmente il nucleare ne demolì le basi normative e operative, aprendo la strada alla chiusura delle centrali e all’abbandono dell’intero programma.

Da allora il paradosso energetico italiano non ha smesso di approfondirsi. Il Paese ha rinunciato a produrre energia nucleare, ma non ha smesso di consumarla indirettamente. Una parte dell’elettricità che utilizziamo arriva da Paesi come la Francia, che continuano a fondare una quota decisiva della propria produzione proprio sull’atomo. In pratica, l’Italia ha scelto di rinunciare al controllo di una tecnologia senza rinunciare davvero ai suoi effetti. Questo significa dipendenza, perdita di competenze, esposizione ai prezzi altrui e impossibilità di governare direttamente una parte del proprio destino energetico. In un mondo in cui l’energia è potere, il nostro Paese ha rinunciato a uno degli strumenti che avrebbero potuto renderlo più forte.

Il problema italiano resta culturale

È qui che le parole di von der Leyen assumono per l’Italia un significato ancora più preciso. Perché nel nostro caso il ritorno del nucleare non è soltanto una discussione sul futuro, ma anche un confronto con una occasione storica perduta. Negli ultimi anni qualcosa si è mosso: l’adesione italiana all’Alleanza Europea per il Nucleare, il reinserimento del tema nel Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, il percorso aperto con il DDL sul nucleare civile, le dichiarazioni di Pichetto Fratin e di altri esponenti politici che parlano apertamente di reattori modulari, filiera industriale europea e obiettivi di capacità installata al 2050. Tutto questo segnala che il dossier non è più marginale. Ma riaprire il dibattito non basta. Il vero problema italiano resta culturale prima ancora che normativo.

Ogni grande infrastruttura strategica, in questo Paese, viene affrontata come un corpo estraneo da neutralizzare. Rigassificatori, termovalorizzatori, trivellazioni, alta velocità, opere energetiche: tutto si arena dentro una cultura del veto che spesso si presenta come senso critico o tutela del territorio, ma che finisce per produrre immobilismo strutturale. Nel caso del nucleare questa inclinazione raggiunge la sua forma più netta, perché si somma a paure sedimentate, memorie storiche reali e una lunga narrazione catastrofista. Ma proprio il caso giapponese mostra che il nodo non è cancellare il rischio, bensì governarlo. E proprio il cambio di posizione europeo mostra che il nodo non è celebrare il nucleare come panacea, bensì riconoscere che senza una base energetica continua e strategicamente controllata non esiste autonomia possibile.

Sul nucleare siamo in colpevole ritardo

La verità è che il dibattito sul nucleare dice molto più del nucleare stesso. Dice se un Paese è in grado di pensarsi nel lungo periodo. Dice se sa ancora ragionare in termini di potenza industriale e di interesse nazionale dentro un quadro europeo. Dice se riesce a trasformare un trauma in esperienza, una dipendenza in strategia, una vulnerabilità in decisione. Il Giappone, dopo Fukushima, ha scelto di farlo. L’Europa, con colpevole ritardo, sta iniziando almeno a riconoscere di aver sbagliato. L’Italia, invece, è ancora nel mezzo di questo passaggio: abbastanza consapevole da capire di non poter vivere di sole importazioni, ma non ancora abbastanza adulta da sciogliere fino in fondo il nodo politico e culturale che la blocca.

Vincenzo Monti

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