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Dai partigiani di ieri ai contributi di oggi: si scrive Resistenza, si legge retorica

by La Redazione
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Roma, 28 apr – Al contrario di quanto sostiene una certa vulgata alla costante ricerca di stampelle e collanti, una cosa, ormai, è certa: oggi, nel 2026, il 25 aprile – festività civile ridotta a residuo di un compromesso esaurito – è divisivo solamente per l’antifascismo. Dimostrazione plastica dell’affermazione, tra i tanti esempi possibili, l’ultima querelle milanese tra l’Anpi e la comunità ebraica. A distanza di oltre ottant’anni, insomma, la Resistenza continua a dividere.

I partigiani… senza i partigiani

A proposito della nota associazione combattentistica. Un’organizzazione – fanno notare i tipi di Libero – di partigiani ormai senza più partigiani. Ovvie questioni anagrafiche, certo. Ma c’è di più: come spiega il quotidiano meneghino per poter dare un seguito alla propria attività (anche se sarebbe meglio declinare il tutto al plurale) dal 2006 l’Anpi ha modificato il proprio statuto aprendo le porte un po’ a tutti.

Ecco che dal «valorizzare in campo nazionale e internazionale il contributo effettivo portato alla causa della libertà dall’azione dei partigiani» si è passati alle questioni del dibattito politico propriamente detto. Come spendersi nella propaganda per il No nelle settimane che ci hanno portato al referendum sulla giustizia oppure chiedendo a cadenza regolare lo scioglimento (immotivato) di altri movimenti.

Aberto Busacca definisce l’Anpi – sic et simpliciter «un’associazione fiancheggiatrice della sinistra». Come tante altre. Ma con la differenza che i nipotini dei partigiani, nonostante si occupino di tutt’altro rispetto al mantenimento della (loro) memoria storica, continuano a ricevere un bel po’ di denaro pubblico da Palazzo Baracchini, sede del ministero della Difesa. Qualcosa stimabile in un milione di euro nell’ultimo decennio. Cifre alle quali vanno aggiunti altri finanziamenti vari ed eventuali da parte degli enti locali. Senza dimenticare il cinque per mille, sempre di soldi dei cittadini si parla.

Resistenza, altri conti che non tornano

La Resistenza, quindi, è solo un pretesto? Non lo sappiamo, eppure a ben vedere già dagli ultimi fuochi della Seconda Guerra Mondiale tutta la narrazione ufficiale rispetto al peso specifico delle forze irregolari italiane durante la Liberazione – per chi non lo sapesse quella che, non noi, ma la versione inglese della democraticissima Wikipedia chiama Allied invasion of Italy – andrebbe quantomeno rivista.

Secondo i dati riportati dal portale specializzato Storia In Rete rispetto alle 650.000  domande di riconoscimento di attività partigiana presentate solamente 137.000 ne sono state accolte. Poco più di un quinto del totale. Pari allo 0,3% della popolazione italiana. Qualcosa quindi non torna con i 250.000 partigiani “dichiarati” al termine del conflitto. Un numero, doppio rispetto ai combattenti riconosciuti, ingrossato man mano che la situazione volgeva a favore delle forze anglo-americane. Nel dicembre 1943 i partigiani infatti non arrivavano alle 10.000 unità.

Il confronto con Salò

Pochi mesi prima – nelle settimane a cavallo tra l’estate e l’autunno – con un terzo di territorio nazionale conquistato dagli Alleati, il Partito Fascista Repubblicano poteva invece contare su 900.000 iscritti. Di questi «furono circa 40.000 quelli che, nell’estate 1944, quando la prospettiva del disastro finale era ancora più evidente e incombente, chiesero di essere inquadrati nelle Brigate Nere, le formazioni armate del Pfr. Alla vigilia del 25 aprile, i brigatisti neri erano ancora più di 20.000. Ovviamente sono poi da considerare i membri delle Forze Armate della Rsi che sfiorarono la cifra complessiva di 800.000 unità tra Esercito, Marina e Aviazione oltre alla Guardia Nazionale Repubblicana (che da sola assommava circa 150.000 effettivi, cioè più dei partigiani effettivi) e altri reparti minori tra i quali vanno sicuramente ricordate le oltre 5.000 ausiliarie». 

Se la matematica non è un’opinione basterebbe saper fare due conti. Un’Italia “leggermente” difforme, anche nei numeri, da come viene descritta dalla stessa parrocchia per cui il 25 aprile sarebbe divisivo solamente per i fascisti. Anche perché il variegato fronte partigiano aveva al suo interno anime estremamente differenti e difficilmente conciliabili. Periodi diversi, stessa retorica.

Cesare Ordelaffi

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