Roma, 20 mar – È notizia di pochi giorni fa la decisione del parlamento senegalese di inasprire le leggi contro l’omosessualità, portando le pene fino a dieci anni di reclusione. Di per sé nulla di nuovo: il contrasto delle attività omosessuali nel terzo mondo è una prassi consolidata e non solo, come siamo in genere portati a pensare, nei paesi a maggioranza musulmana. Ad esempio, l’Uganda (anche qui fino a dieci anni di carcere, con la legge del 2023 contro l’omosessualità) è un paese a larghissima maggioranza cristiana, così come la Costa d’Avorio e molte altre nazioni dell’Africa subsahariana. Quel che ci interessa qui però, non è tanto il fatto in sé, quanto piuttosto l’opportunità di testare i mantra sulla tolleranza dei progressisti di casa nostra. Ma andiamo con ordine.
Il paradosso della tolleranza in Africa
Le società del terzo mondo, quelle africane in primis, sono società fortemente religiose (sia quelle a maggioranza musulmana che quelle a maggioranza cristiana). Basti pensare che nel Senegal da cui siamo partiti gli atei sono appena lo 0,2% della popolazione e la stessa percentuale di non credenti si ritrova nell’altra nazione che abbiamo citato, l’Uganda. E questo è un dato non da poco per comprendere le radici del fenomeno. Non è quindi un caso se, in occasione del Conclave che ha visto l’elezione a Sommo Pontefice di Leone XIV, il “papabile” più conservatore era il cardinale congolese Fridolin Ambongo Besungu. In altre parole, i contesti di provenienza dell’immigrazione che vediamo nelle nostre città, sono contesti mediamente (ovviamente non è una regola assoluta) molto più conservatori delle società occidentali che accolgono.
Ma c’è un dato ancora più interessante delle proposte di legge anti-LGBT delle varie nazioni africane. Questi provvedimenti legislativi, oltre che da un fortissimo sentimento religioso, vengono portati avanti anche da una retorica anticoloniale e in alcuni casi, udite udite, da governi di sinistra! L’egualitarismo arcobaleno viene infatti percepito nelle nazioni africane sopracitate come un’influenza occidentale, come un apporto di quelli che furono i “colonizzatori bianchi”. E questo fa abbastanza sorridere, se si pensa al supporto dato a tutti i movimenti anticoloniali da parte delle sinistre occidentali (che in occidente hanno fatto della retorica arcobaleno il proprio cavallo di battaglia) dall’epoca della decolonizzazione fino ad oggi.
Karl Popper a fasi alterne
Eppure, c’è un mantra che a sinistra viene tirato fuori quando fa comodo (un po’ come la Costituzione): il famoso “paradosso della tolleranza” elaborato dal filosofo liberale austriaco Karl Popper. Premesso che, il più delle volte, chi lo cita non ha mai letto il libro in cui il paradosso viene elaborato (La società aperta e i suoi nemici, 1945). Questa teoria viene infatti riportata, in maniera semplicistica, come “per preservare la tolleranza non si possono tollerare gli intolleranti”, che però non è ciò che Popper sosteneva: secondo il filosofo austriaco, proprio perché era un liberale convinto, andavano sanzionate non le idee ma gli atti intolleranti. Ma anche volendo seguire il paradosso della tolleranza citato in modo errato (“non si possono tollerare gli intolleranti”), il punto resta lo stesso; per i fan dell’accoglienza indiscriminata questo paradosso della tolleranza citato in maniera monca, evidentemente è come la Costituzione: lo si cita quando fa comodo e lo si tace quando incrina la propria narrazione. Perché non possiamo chiederci cosa faranno i paladini dell’accoglienza quando saranno i loro beniamini (provenienti da contesti fortemente conservatori) a costituire una minaccia per i loro “valori”. Ignoreranno il cortocircuito oppure, per preservare la tolleranza, entreranno nella schiera degli intolleranti? Indipendentemente da questo, non si può non notare l’evidente discrepanza tra due aspetti dello stesso fenomeno. A conferma del fatto che la complessità non può essere risolta a colpi di “volemose bene”.
Enrico Colonna