Roma, 23 mar – La morte di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone nel casolare esploso alla periferia est della Capitale ha riportato sotto i riflettori una scena che da anni attraversa l’Italia in forme carsiche, intermittenti, ma persistenti. Le indagini dovranno accertare fino in fondo responsabilità, contatti e finalità dell’ordigno su cui i due stavano lavorando. Intanto, però, il punto politico e culturale è già chiaro: la vicenda romana non cade dal cielo, ma si inserisce in una lunga continuità fatta di ambienti, relazioni, complicità ideologiche, solidarietà militanti e percorsi individuali che negli ultimi vent’anni hanno tenuto in vita la galassia anarco-insurrezionalista italiana.
La bomba esplosa a Roma riaccende i riflettori sugli anarchici
Il dato più interessante è proprio questo. Ogni volta che un episodio di questo tipo emerge, il racconto pubblico tende a oscillare tra due estremi: la rimozione, che riduce tutto a devianza marginale, e l’allarmismo, che finisce per attribuire al fenomeno una forza forse superiore a quella reale. In mezzo c’è una verità più scomoda e più concreta. L’area anarchica insurrezionalista non è un blocco di massa, ma possiede da tempo una capacità di sopravvivenza, rigenerazione e ricomposizione che la rende ancora operativa. Lo dimostrano i nomi che tornano, i luoghi che ricorrono, le campagne che si riattivano, i linguaggi che restano identici anche quando cambiano i contesti.
A ricostruire bene questo microclima è stato Antonio Rinaudo, ex magistrato torinese che ha seguito per decenni le inchieste sull’eversione anarchica, da Alfredo Cospito fino agli attentati che hanno segnato la storia recente del capoluogo piemontese. Intervistato nei giorni successivi all’esplosione di Roma, Rinaudo ha descritto il pericolo di una saldatura tra militanza radicale e attività sociali apparentemente innocue, ambienti dove la facciata pubblica e il livello clandestino possono convivere. Il punto, in sostanza, non riguarda solo il gesto violento in sé, ma il contesto che lo rende pensabile, praticabile, talvolta perfino giustificabile. È lì che si forma la continuità politica e culturale di questo mondo.
Askatasuna al centro di una rete informale?
Il nome di Askatasuna, in questo quadro, torna quasi inevitabilmente. Il centro sociale torinese rappresenta da anni uno dei luoghi simbolici della galassia antagonista cittadina, uno spazio che tiene insieme militanza, mobilitazione di piazza, reti di solidarietà e scontro politico permanente con le istituzioni. È anche uno dei punti in cui il confine tra attivismo e radicalizzazione si fa più interessante da osservare. Rinaudo, senza indulgere a semplificazioni, ha richiamato proprio il rischio che ambienti di questo tipo possano favorire un rilancio della mobilitazione dopo la morte di Mercogliano e Ardizzone, anche attraverso iniziative simboliche, rivendicazioni e azioni dimostrative capaci di trasformare l’episodio romano in un nuovo elemento di coesione per l’area.
Per capire come si sia arrivati fin qui bisogna tornare al biennio segnato dal caso Alfredo Cospito. Il 4 marzo 2023, a Torino, una manifestazione in solidarietà all’anarchico detenuto al 41 bis sfocia nelle consuete scene di devastazione urbana, con centinaia di migliaia di euro di danni. Nei giorni successivi l’Ansa riferisce, sulla base delle informazioni della Digos, della presenza in piazza anche di militanti antifascisti vicini proprio ad Askatasuna. Quel passaggio è importante perché fotografa una convergenza che va oltre il circuito strettamente anarchico e coinvolge pezzi più ampi dell’antagonismo organizzato.
Cospito e la solidarietà politica
Attorno a Cospito, del resto, si è costruito nel tempo un vero e proprio campo di solidarietà politica, culturale e mediatica. Sul piano della militanza, Cambiare Rotta aveva già preso posizione a fine 2022 con un linguaggio esplicito: “41 bis uguale tortura di Stato”, richiesta di liberazione immediata per Cospito e per gli altri detenuti sottoposti al carcere duro, denuncia dello sciopero della fame come unico mezzo rimasto ai reclusi per far sentire la propria voce. Sul piano mediatico, anche figure pop e pienamente inserite nel circuito culturale progressista come Zerocalcare avevano rivendicato pubblicamente il proprio impegno in difesa di Cospito. Sul piano istituzionale, la visita nel gennaio 2023 di una delegazione del Partito democratico al carcere di Sassari ha segnato un passaggio ulteriore, perché ha portato una parte della legittimazione del caso dentro il perimetro parlamentare. In quella delegazione c’erano Debora Serracchiani, Andrea Orlando, Silvio Lai e Walter Verini. Nelle stesse settimane Marco Grimaldi di Alleanza Verdi-Sinistra chiedeva apertamente la revoca del 41 bis. Ognuno con la propria lingua, ognuno con il proprio registro, ma tutti impegnati a spostare il baricentro del discorso da un detenuto condannato per fatti gravissimi a una figura da difendere in nome dei diritti.
Questa catena di prese di posizione non equivale automaticamente a una complicità con la violenza anarchica. Politicamente, però, ha prodotto un effetto preciso: ha contribuito a rendere più porosa la barriera tra estremismo militante e opinione pubblica, tra il mondo dell’azione diretta e quello della solidarietà “umanitaria”, tra la clandestinità operativa e la rispettabilità dell’intermediazione politica. È dentro questa zona grigia che la scena anarchica continua a trovare ossigeno.
Mercogliano e i filoni anarchici
La biografia di Alessandro Mercogliano aiuta a capire la profondità di queste traiettorie. Nato a Nola, 53 anni, alle spalle una lunga serie di precedenti di polizia, Mercogliano non era un personaggio improvvisato né un simpatizzante dell’ultima ora. La sua storia attraversa molti dei filoni più importanti dell’anarchismo militante italiano degli ultimi decenni. Nell’operazione Scripta Manent, conclusa nel settembre 2016 contro la Federazione Anarchica Informale, era finito tra gli indagati. Quell’inchiesta ricostruiva un’associazione con finalità di terrorismo e attribuiva al gruppo una serie di episodi che andavano dagli ordigni collocati davanti alla Scuola allievi carabinieri di Fossano nel 2006 fino all’esplosione di un altro ordigno nel quartiere Crocetta di Torino nel 2007, senza dimenticare la campagna dei pacchi bomba inviati tra 2005 e 2006 a Sergio Cofferati, Sergio Chiamparino e al giornalista Giuseppe Fossati. La sentenza definitiva del novembre 2020 condannò Cospito a 20 anni, Anna Beniamino a 16 anni e 6 mesi, Nicola Gai a 1 anno e 1 mese, Marco Bisesti a 1 anno e 9 mesi per istigazione a delinquere. Mercogliano venne assolto, dopo che in primo grado per lui erano stati chiesti 5 anni.
Assolto, però, non significa estraneo a quel mondo. Anzi. Durante la detenzione, i circuiti di sostegno anarchico seguirono costantemente la sua situazione. Il sito Croce Nera Anarchica, attivo fino al 2019, riferiva aggiornamenti sul suo regime carcerario, raccontando per esempio il periodo di isolamento subito a Ferrara dopo il rifiuto di sottoporsi ai rituali di identificazione all’ingresso nella sezione AS2. Sono dettagli che mostrano un dato preciso: Mercogliano era riconosciuto, seguito e integrato all’interno di quella rete di solidarietà militante che accompagna da sempre i nomi forti della scena anarchica.
L’attentato a Genova
Un altro passaggio rilevante riguarda Genova e l’attentato del 2012 a Roberto Adinolfi, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, gambizzato da Alfredo Cospito e Nicola Gai. Anche in quel contesto, Mercogliano compare nelle indagini come sospettato di aver rubato o occultato lo scooter usato nell’azione. Gli elementi raccolti dagli investigatori non bastarono per sostenerne l’accusa, e la sua posizione venne archiviata. Restano però gli incroci telefonici, la presenza assieme a Cospito e Gai poco prima dell’attentato, il contestuale spegnimento e riaccensione dei telefoni, la cornice investigativa che lo colloca ancora una volta in prossimità di un fatto gravissimo. La sua traiettoria restituisce quindi l’immagine di una militanza di lunga durata, saldata a figure centrali dell’anarco-insurrezionalismo italiano.
La morte di Mercogliano e Ardizzone ha poi prodotto un riflesso immediato nel sottobosco militante. Sui portali anarchici sono comparsi messaggi di commiato firmati da varie sigle e individualità, dove il punto politico è formulato con chiarezza: non interessa sapere con precisione cosa sia accaduto in quel casolare, interessa ribadire che contro un mondo segnato dalla guerra e dall’oppressione la violenza rivoluzionaria resta uno strumento legittimo. È questo il nodo. Non il lutto privato, ma la sua immediata traduzione ideologica. Non la semplice commemorazione, ma il tentativo di inscrivere i due morti dentro una genealogia militante.
Da Roma a Catania
A rendere ancora più evidente la persistenza di questo ambiente è arrivata, negli stessi giorni, l’aggressione a una troupe del Tg Lazio della Rai in via degli Angeli, la zona dove abitavano i due anarchici e dove avevano a disposizione anche un altro appartamento. Attorno a quella casa si muoveva quindi un contesto di protezione, ostilità verso l’esterno, capacità di mobilitazione istantanea. Nelle stesse ore, a Catania, veniva arrestato Giuseppe Sciacca, ritenuto dagli investigatori figura di rilievo della galassia anarco-insurrezionalista. Anche il suo curriculum è rivelatore. Nel 2004 era stato fermato per il lancio di bottiglie incendiarie contro una stazione dei carabinieri a Catania; nel 2008 era stato arrestato a Parma per ordigni esplosivi contro la polizia municipale; era emerso in contesti di protesta radicale a Trento; nel 2019 risultava tra i destinatari dell’operazione Scintilla, che portò allo sgombero del centro sociale torinese Asilo; tra 2021 e 2023, durante la permanenza in Spagna, aveva accumulato nuove denunce e un mandato di arresto collegato al rinvenimento di ordigni in immobili occupati; nel 2023 era stato nuovamente arrestato a Catania per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Non si tratta di una scheggia isolata, ma di un profilo che attraversa geografie, campagne e stagioni diverse dell’estremismo anarchico.
Lo sgombero dell’Asilo
Anche la vicenda dell’Asilo resta centrale per comprendere la struttura del fenomeno. Lo sgombero del febbraio 2019, accompagnato da arresti e da accuse che includevano l’associazione sovversiva e una lunga serie di attentati incendiari, fotografava un’organizzazione stabile, dotata di basi logistiche, di una ripartizione di compiti e di una chiara capacità di controllo del territorio. Le indagini parlavano di 21 attentati incendiari in varie città italiane, nell’ambito della campagna contro i Cpr, incluso un attacco contro l’ambasciata di Francia a Roma. Il questore di Torino parlò allora di un gruppo capace di condizionare la vita di un intero quartiere. Nelle ore successive allo sgombero, il tam tam sulle reti anarchiche attivò presidi e mobilitazioni. Anche in quel caso, attorno al centro sociale si raccolse una solidarietà politica più larga del solo ambiente insurrezionalista. Negli anni successivi, a Torino, una parte della sinistra cittadina ha continuato a trattare il nodo Askatasuna in termini di “bene comune”, tentando di avviare percorsi di riconoscimento politico e amministrativo. Nel 2019, al corteo contro lo sgombero dell’Asilo partecipò anche un’ex consigliera comunale proveniente dall’area grillina. Sono dettagli che mostrano come la scena anarchica riesca spesso a sfruttare una fascia di contiguità politica più ampia, che non si riconosce nei metodi violenti ma finisce per convivere con gli ambienti che li producono.
La deflagrazione di Roma resta un mistero
Resta infine una domanda che colpisce anche l’osservatore più distratto: come si mantengono questi anarchici? Come vivono? Come riescono a sembrare, in molti casi, perfettamente inseriti nella normalità quotidiana? È una domanda meno banale di quanto sembri. Perché uno degli elementi di maggiore interesse, nella vicenda Mercogliano-Ardizzone, riguarda proprio la capacità di questi ambienti di abitare la società senza separarsene visibilmente. Mercogliano e Ardizzone, secondo quanto riferito da Paolo Valitutti, l’anziano anarchico in sedia a rotelle sentito dalla stampa, si occupavano di lui, gli facevano la spesa, conducevano dunque una vita che all’esterno appariva compatibile con una normale integrazione urbana. Questo dato non attenua la pericolosità del fenomeno ma la rende più attuale. La scena insurrezionalista non si presenta più come un corpo estraneo facilmente isolabile, ma come una costellazione che riesce a stare dentro il tessuto sociale, a usare appartamenti, reti di relazione, coperture culturali e politiche, senza perdere il proprio nucleo duro.
La deflagrazione di Roma, allora, vale come una soglia di visibilità. Fa riemergere un mondo che non ha mai smesso davvero di esistere. Un mondo minoritario, ma radicato. Frammentato, ma comunicante. Capace di oscillare tra propaganda, militanza, illegalità diffusa e, quando le condizioni lo rendono possibile, salto violento. È questo il tratto da mettere a fuoco. Più che la nostalgia per un estremismo del passato, conta la persistenza di una rete che continua a rigenerarsi nel presente, saldando vecchie figure, nuovi militanti, spazi sociali, campagne politiche e zone di protezione culturale. La morte di Mercogliano e Ardizzone non chiude questa storia.
Vincenzo Monti