Roma, 31 mar – Se dovessimo trovare una parola che più di ogni altra descrive la guerra d’aggressione di USA e Israele contro l’Iran, quella parola sarebbe “incertezza”. E l’incertezza è prima di tutto quella di Washington, che dopo la sicurezza mostrata con gli attacchi congiunti alla Repubblica Islamica, ora si scontra con una guerra asimmetrica che – forse – nemmeno il Pentagono aveva previsto. E ora vediamo perché.
Gli Usa si sono fatti trascinare nella guerra contro l’Iran
Che Israele e gli Stati Uniti siano legati a doppio filo è ormai cosa arcinota, non serve neanche dimostrarlo. E indubbiamente Tel Aviv ha svolto e svolge una funzione fondamentale di proiezione di Washington in Medio Oriente, con il supporto dei Paesi del Golfo. Tuttavia, non si deve fare per questo l’errore di credere che Israele e USA siano un tutt’uno: hanno obiettivi e strategie molto diverse. E questa divergenza è dovuta in primis al fatto che, dopo un lungo periodo in cui Tel Aviv ha svolto la funzione di “proxy” statunitense in quell’area, ora quel ruolo sta inevitabilmente stretto a Netanyahu e al suo governo. E adesso il “cinquantunesimo stato degli USA” si è trasformato in una scheggia impazzita con mire espansionistiche fuori controllo (sorrette anche da una forte componente ideologica, che unisce il sionismo classico – storicamente a trazione “laica” – ad un vero e proprio estremismo religioso ebraico, ben incarnato dal ministro Itamar Ben Gvir).
Questo “rovesciamento” dei rapporti tra Washington e Tel Aviv ovviamente non emerge dal nulla. Da un lato si può spiegare con il fatto che la riapertura del fronte europeo (a partire dal 2022 con la guerra in Ucraina) e la sfida della Cina hanno costretto gli Stati Uniti a rivedere la propria strategia di proiezione globale. Se prima gli USA svolgevano un ruolo egemonico a livello mondiale, di fatto i poliziotti del mondo, ora si ritrovano a fare i conti con una capacità di proiezione globale drasticamente ridotta che li costringe ad operare delle “scelte di investimento”, visto che neppure la più grande potenza mondiale ha accesso a risorse illimitate. In sostanza si tratta di scegliere su quale fronte impegnarsi di più. E degli Stati Uniti costretti a razionalizzare la distribuzione delle proprie risorse, devono inevitabilmente allentare il controllo sui propri proxies, che nel Medio Oriente si dà il caso che siano Israele e i Paesi del Golfo. Ora, quindi, Israele è in grado di trascinare gli USA dove, in passato, non si sarebbero mai spinti (o almeno non per pressione di un proprio “alleato”). E questo è confermato dalla lettera con cui Joe Kent, ex-capo dell’antiterrorismo statunitense, ha rassegnato le proprie dimissioni: “L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele”.
Donald Trump si barcamena con dichiarazioni contraddittorie
In questa guerra praticamente non esistono certezze, tranne una: l’inattendibilità delle dichiarazioni di Donald Trump. Il fatto che il presidente degli Stati Uniti sia in grado di dire che “la guerra è praticamente vinta e che gli obiettivi sono stati raggiunti” (quali?) e che “è appena iniziata e ora colpiremo ancora più forte”, tutto nello stesso giorno, è la fotografia dell’atteggiamento che domina la politica estera di Trump in questo momento. Quella di un gigante che si scontro con una situazione che non aveva minimamente previsto. Come abbiamo detto nelle scorse settimane, l’Iran è ferito, ma ancora in piedi e risponde colpo su colpo. Il tentativo di sottoporre Teheran ad un “trattamento venezuelano” si è scontrato con la solida e ramificata struttura istituzionale della Repubblica Islamica (che non è un regime personalistico come potevano essere il Venezuela di Maduro o l’Iraq di Saddam Hussein): in sostanza, assassinare Khamenei ha avuto un fortissimo impatto simbolico, ma dal punto di vista politico-istituzionale non ha cambiato la situazione di una virgola. E alla controffensiva militare economicamente sbilanciata (di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo), l’Iran aggiunge un attacco di natura economica di proporzioni immense, attraverso la stretta sul controllo dell’ormai arcinoto Stretto di Hormuz.
L’Iran non è in trattativa
Tra le dichiarazioni più altalenanti di Trump, ce n’è una che aveva suscitato stupore più di altre e che – per meno di ventiquattro ore – aveva “rasserenato i mercati”: la notizia di una potenziale trattativa con l’Iran. A questa dichiarazione è però seguito il “no” secco di Teheran, che ha ironizzato sugli annunci roboanti del presidente USA dicendo che “sta negoziando con sé stesso”, ribadendo che “la guerra finisce quando lo decidiamo noi, non quando decide Trump”. Una dichiarazione che lascia presagire che potremmo presto trovarci di fronte ad uno scenario “vietnamita”. Da un lato abbiamo un paese – l’Iran – difficilissimo da invadere (per la sua geografia e per la sua strategia difensiva), il che ci porta a scartare, almeno per ora, l’ipotesi di un’operazione di invasione di terra e di occupazione stabile del suolo iraniano. Dall’altro abbiamo Teheran che fa funzionare a pieno regime una strategia militare che unisce guerra asimmetrica (droni da poche migliaia di dollari che fanno bruciare miliardi ai sistemi difensivi israelo-americani) all’ormai noto sistema difensivo “a mosaico decentrato”, che prevede la ripartizione delle catene di comando secondo le 31 province in cui il paese è suddiviso: in sostanza, in caso di guerra, ogni provincia ha le proprie unità militari con una propria catena di comando che agisce indipendentemente dalle altre, evitando così che gli assassinii mirati (come quelli avvenuti all’inizio del conflitto) paralizzino la capacità di reazione di tutte le forze armate iraniane. Quel che è certo è che, ad oggi, gli Stati Uniti sono impelagati in una guerra di cui non riescono a venire a capo, seguendo l’agenda di un (ormai ex) proxy in preda a mire espansionistiche incontrollate.
Enrico Colonna