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Difese milionarie contro droni low cost: il prezzo della guerra all’Iran sarà elevato

by Enrico Colonna
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Iran

Roma, 5 mar – Questa è una storia che sa di film già visto. Ci ricordiamo ancora della cosiddetta “Guerra dei 12 giorni” di giugno 2025: anche lì gli Stati Uniti e Israele avevano attaccato l’Iran nel bel mezzo dei negoziati sul nucleare – ricordiamo che l’Iran negli ultimi 15 anni ha acconsentito a controlli internazionali sulla propria attività nucleare, Israele no. Qui però c’è un grosso cambiamento per quanto riguarda la forza impiegata e soprattutto la decisione di attacco. Infatti, se nelle schermaglie di giugno scorso gli Stati Uniti furono “trascinati” da Israele, che aveva preso l’iniziativa per l’attacco, la scorsa settimana si è manifestata invece una volontà congiunta da parte di Washington e Tel Aviv, con una trazione americana molto più forte.

L’Iran punta a svuotare gli arsenali nemici?

Al dato sulla maggiore forza impiegata da Washington e Tel Aviv, si aggiunge la carica simbolica fortissima dell’assassinio della Guida Suprema Alì Khamenei, che ha innescato il cosiddetto effetto “rally round the flag”, ovvero quel fenomeno in cui una nazione sotto attacco mette da parte i dissidi interni e si compatta attorno ai propri vertici – come dimostrano le manifestazioni di massa in memoria della defunta Guida Suprema nelle maggiori città iraniane. Ma c’è un altro dato che si ripropone in maniera quasi identica al giugno 2025: la sproporzione tra il costo degli attacchi iraniani (relativamente basso, come vedremo) e l’enorme costo della difesa aerea di produzione statunitense per i paesi del Golfo. Certo, questo nel lungo periodo è una manna dal cielo per gli Stati Uniti, che potranno spingere a velocità doppia o tripla sulle commesse militari per rifornire i propri alleati mediorientali provati dal conflitto con Teheran. Ma nell’immediato invece? Secondo il Wall Street Journal potrebbe essere un problema non da poco per gli Stati Uniti e i loro proxy mediorientali. Ma andiamo più nel dettaglio.

Le scorte potrebbero terminare molto presto

Secondo il WSJ, “è disponibile solo un numero limitato di intercettori di difesa aerea per abbattere un numero quasi illimitato di droni”. E questa non è un’opinione, ma una constatazione matematica: ogni drone Shahed iraniano costa tra i 10.000 e i 20.000 dollari, a fronte di un costo stimato di 2 o 4 milioni di dollari per un singolo intercettore Patriot di produzione statunitense. Ed è su questa sproporzione che Teheran sta giostrando la propria strategia difensiva: svuotare gli arsenali statunitensi, israeliani e dei proxies mediorientali. A che fine però? Questo è il vero nodo della questione. Il fatto che fino ad ora Teheran abbia impiegato pochissimi missili propriamente detti può far pensare ad una “attesa” di esaurimento delle scorte da parte di USA, Israele e paesi del Golfo, per poi impiegare il proprio arsenale missilistico più avanzato contro obiettivi con una capacità difensiva estremamente ridotta. Il ricercatore dell’Università di Oslo Fabian Hoffman, specializzato in tecnologia missilistica e politica difensiva, ha spiegato che, al ritmo di utilizzo attuale, il momento in cui i Paesi del Golfo termineranno le loro scorte “potrebbe arrivare molto presto. […] non più di un’altra settimana, probabilmente un paio di giorni al massimo”. Inoltre, spiega Hoffman, il costo elevatissimo degli intercettori – che, come abbiamo detto, viaggia nell’ordine di milioni di dollari ciascuno – rende insostenibile il loro utilizzo contro i droni low-cost iraniani.

Contro l’Iran ogni guerra è una scommessa

Come abbiamo detto, per gli Stati Uniti l’esaurimento delle scorte di intercettori è un’occasione d’oro per rifornire a tutto spiano i propri alleati nell’area. Ma ovviamente ci vuole del tempo per fare questo (si stima una produzione americana di circa 800-1.000 intercettori Patriot all’anno). A questo punto diventa allora, per usare le parole del WSJ, una corsa contro il tempo per gli Stati Uniti: rifornire i propri alleati prima che Teheran passi dai “sassolini” ai “macigni”. Se Washington e Tel Aviv hanno dalla loro parte una tecnologia più avanzata e, soprattutto, una fitta rete di alleati in tutto il Golfo, l’Iran può sfruttare la superiorità numerica del proprio arsenale e il basso costo delle munizioni con cui stremare (nell’immediato) le difese israelo-statunitensi in attesa di passare ad armi più letali. Si dice spesso che le guerre siano frutto di una scommessa. Per Stati Uniti e Israele la scommessa di questa guerra diventa allora la seguente: rimpinguare le proprie difese prima che Teheran possa colpire più duramente. Se davvero le scorte dovessero esaurirsi in pochi giorni come pronosticato da Hoffman, gli esiti del conflitto diventerebbero ancora più incerti di quanto già non lo siano già ora.

Enrico Colonna

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