Roma, 8 apr – Il punto politico non è soltanto che Donald Trump abbia minacciato di far sparire “un’intera civiltà” in una notte. Il punto è che, poche ore dopo aver portato la retorica all’estremo, la Casa Bianca ha accettato una tregua di due settimane mediata dal Pakistan e legata alla riapertura immediata dello Stretto di Hormuz. Questa oscillazione è una contraddizione soltanto apparente: è il metodo trumpiano portato alla sua forma più pericolosa, cioè massimizzare la minaccia per poi presentare il passo indietro come vittoria totale. Trump lo ha fatto subito, rivendicando il cessate il fuoco come prova del raggiungimento “al 100%” degli obiettivi americani.
Il metodo Trump: una minaccia dopo l’altra
C’è un elemento che va colto fino in fondo, perché segna uno scarto rispetto al passato recente. Il linguaggio utilizzato non è più soltanto quello della deterrenza, ma assume tratti apertamente escatologici. Parlare della scomparsa di una civiltà significa evocare un orizzonte di distruzione totale, quasi veterotestamentario, in cui la guerra smette di essere uno strumento e diventa una punizione divina. Ed è qui che il paradosso si rovescia: mentre si continua a descrivere l’Iran come una teocrazia, sono gli Stati Uniti a ricorrere a un immaginario apocalittico per legittimare la propria azione. Il conto alla rovescia lanciato dalla televisione israeliana sull’ultimatum americano ha reso questo passaggio ancora più evidente, trasformando la minaccia nucleare in una rappresentazione quasi rituale della distruzione imminente. Inoltre, il parallelo con certe dichiarazioni provenienti dal fronte russo negli ultimi anni è inevitabile: quante volte, dai ministri del Cremlino ai nostri salotti televisivi, abbiamo sentito ripetere la promessa/minaccia di poter “chiudere tutto in poche ore”?
Una tregua che congela la crisi
Nella sostanza, la tregua non risolve nulla ma almeno congela le posizioni, rinviando lo scontro totale a data da destinarsi. Teheran ha accettato di discutere, ma rifiuta l’idea di una tregua puramente temporanea e chiede uno schema completamente diverso, cioè fine degli attacchi, garanzie che non riprendano, risarcimenti e un accordo stabile, non una semplice pausa tattica. In altre parole, l’Iran sta dicendo che non intende offrire a Washington il lusso di una de-escalation cosmetica utile a ricompattare il fronte americano, abbassare il prezzo del petrolio e riprendere fiato militarmente. Il negoziato previsto a Islamabad, dunque, nasce su un equilibrio precario in cui ciascuna parte rivendica il successo. Il cuore della crisi resta Hormuz: da lì passa circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e gas, e l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito lo shock attuale peggiore di quelli del 1973, del 1979 e del 2022 messi insieme. Prima della tregua il Brent era salito sopra i 111 dollari al barile e il WTI sopra i 114; dopo l’annuncio della sospensione dei bombardamenti e della riapertura del passaggio, il greggio è crollato di circa il 14-15%, segno che il conflitto non stava mettendo in discussione solo la sicurezza regionale ma la tenuta stessa dell’economia globale. Questo dato basterebbe a capire perché le crisi del Golfo non sono mai “periferiche” o marginali.
Trump perde la fiducia
L’ennesima minaccia trumpiana ha dimostrato che non siamo davanti a un leader che vuole semplicemente “mostrare i muscoli”. Siamo davanti a una presidenza che usa il linguaggio dell’annientamento civile per forzare un risultato tattico immediato. Ma questo non vuol dire che le reazioni negli Stati Uniti siano state meno pesanti che nel resto del mondo. Il fronte democratico ha parlato apertamente di minaccia di crimini di guerra e di 25° Emendamento, mentre anche una figura del mondo trumpiano come Marjorie Taylor Greene ha rotto l’argine, sostenendo che l’Iran non aveva bombardato l’America e che gli Stati Uniti non possono “uccidere un’intera civiltà”. Esponenti come Hakeem Jeffries, Rashida Tlaib e Robert Garcia hanno parlato apertamente di impeachment e rimozione. Quando dichiarazioni del Presidente producono insieme accuse di impeachment e richieste di rimozione trasversali, non siamo più nel campo della propaganda, ma in quello di una frattura interna reale che si allarga sempre di più. Anche in Italia bisogna fare i conti: per anni una parte della destra italiana ha coltivato l’asse automatico con la Washington trumpiana, come se il semplice ritorno di Trump significasse la “fine del mondialismo” e la riapertura di spazi di sovranità per gli europei. I fatti stanno dicendo altro. La Casa Bianca trumpiana non sta dismettendo la logica imperiale – è stata un’illusione credere che gli Stati Uniti potessero semplicemente “ritirarsi” dal mondo: la sta riorganizzando in modo più brutale e ricattatorio.
L’Europa divisa tra Washington e Mosca
È qui che emerge con chiarezza l’errore di fondo di una parte della destra cosiddetta “sovranista” italiana ed europea. Mentre si proclama autonomia e rifiuto delle élite globali, nei fatti si allinea in modo automatico e acritico al trumpismo, senza capacità di distinguere tra interesse europeo e fedeltà a Washington. Il paradosso è evidente: quella stessa Europa dipinta come “nemico mondialista, riarmista, guerrafondaio” è oggi l’unico spazio politico che, pur tra mille limiti, ha mostrato una certa insofferenza verso la logica predatoria americana, rifiutando di seguire gli Stati Uniti sul piano operativo e strategico. Al contrario, una parte della destra europea preferisce cercare sponde esterne piuttosto che assumersi la responsabilità di costruire una potenza autonoma. L’intervento di JD Vance a Budapest al fianco di Viktor Orbán, nelle stesse ore delle minacce di Trump all’Iran, è indicativo: non l’inizio di un’Europa sovrana, ma il segnale di una destra che, invece di emanciparsi, si riposiziona dentro altre sfere di influenza, oscillando tra Washington e, in altri casi, Mosca. È una postura che si ammanta di retorica identitaria ma che, nei fatti, rinuncia alla costruzione di una vera autonomia europea, preferendo sostituire una dipendenza con un’altra.
Nessuno rimane al centro per sempre
In questo quadro, la tregua non è una soluzione ma una tregua nel senso più letterale: una sospensione che consente a tutti di riorganizzarsi senza aver risolto nulla. Gli Stati Uniti possono rivendicare il risultato senza pagare fino in fondo il costo della minaccia, l’Iran evita il colpo decisivo senza cedere sul piano politico e rafforzando il fronte interno, e il conflitto viene spinto in una zona intermedia in cui resta sempre possibile riattivarlo. È qui che si misura la realtà dei rapporti di forza: non nella retorica dell’annientamento, ma nella capacità di fermarsi un attimo prima del punto di non ritorno. E proprio questo shock dovrebbe servire a chiarire definitivamente alcuni punti: il padrone non vuole alleati ma subordinati; non esiste un’America che si ritira e lascia spazio; non esiste relazione paritaria tra armati e disarmati, tra chi detta i tempi e chi si limita ad adattarsi. Sarebbe ingenuo credere che il problema sia soltanto il fatto di essere guidati. Il punto è più che altro “chi” ci guida: una cricca reazionaria in preda ai deliri escatologici del “popolo eletto”. E finché questo nodo non viene sciolto, ogni crisi confermerà la stessa gerarchia. L’unica cosa di cui possiamo esser certi è la legge inconfutabile della storia: nessuno rimane al centro per sempre.
Sergio Filacchioni