Roma, 09 apr – C’è qualcosa di profondamente ridicolo, di quasi zoologico, nel baccano che agita Genova in queste ore. Il solito zoo di 150 sigle – il catalogo completo del vetero-sindacalismo, del collettivismo studentesco fuori tempo massimo e del muscolarismo portuale – ha deciso che la democrazia sotto la Lanterna è un club privato. Ingresso riservato, previo esame del sangue ideologico, verifica del Rolex al polso e del possesso della razione di caviale tra le mani. L’obiettivo? Chiudere la sede di CasaPound in via Montevideo. Perché lo dicono loro. Perché la tartaruga frecciata rovina il loro paesaggio mentale. Nonché il sonno durante la notte.
La Costituzione come feticcio
La solita Antonella Marras – una Salis che non ce l’ha fatta, che, in attesa di capirlo, ancora spera di farcela – scortata dai custodi del marchio Anpi, blatera di “valori costituzionali”. Fa ridere. La Costituzione, quella scritta da gente seria, garantisce libertà di associazione e di espressione. Punto. Quella che invece consultano loro tra un’assemblea e l’altra dev’essere un’edizione speciale, probabilmente corretta pure a matita. Occasione sprecata quella di farsi spiegare dal centenario partigiano Giotto la Costituzione, la Resistenza. Invece, è stato usato solo come il simulacro da portare in processione davanti a microfoni e telecamere.
La realtà della sede de La Risoluta
I fatti – roba che questa gente ignora per igiene mentale – sono ostinati. La sede è un locale in regola, affitto pagato, tasse versate, bollette saldate. Roba da cittadini civili, corretti, onesti. Fascisti, insomma. Chiederne lo sfratto “per via politica” o tramite pressioni al Prefetto non è antifascismo: è teppismo burocratico. È il tentativo di instaurare un tribunale permanente delle intenzioni dove il diritto amministrativo soccombe al gradimento della piazza.
Il manganello degli “onesti”
Il paradosso è grottesco, quasi sublime. Molte di queste prefiche che oggi versano fiumi di lacrime (di coccodrillo) contro il “pericolo fascista” per quattro mura silenziose, sono le stesse che l’altro ieri usavano le maniere forti per silenziare un dibattito alla Camera sulla Remigrazione. Il metodo è il solito. Usurato ma efficace: impedisci fisicamente di parlare a chi non ti piace. Poi urli che l’altro è “fuori dalla Costituzione”, quindi, brutto, sporco e fascista. Perciò ordini al paparino, il quale ordina alle istituzioni dello stato di violare le sue stesse leggi per compiacerti. E il pranzo di gala pesudo-rivoluzionario è servito.
È un cortocircuito logico: pretendono di difendere la libertà usando gli strumenti della tirannia. La Costituzione non impone un’ortodossia di sinistra; vieta solo la ricostituzione del partito fascista. Un concetto che la giurisprudenza ha definito con precisione e che non c’entra nulla con un circolo che paga la luce e rispetta il condominio e la città.
Sciacallaggio e aria fritta
Mescolare la chiusura dell’avamposto genovese con la questione palestinese o i fatti di cronaca di vent’anni fa non è politica: è sciacallaggio. È il disperato bisogno di un nemico per giustificare la propria esistenza in vita. Usare il 25 aprile come una clava per colpire un avversario legale è un insulto all’intelligenza, prima ancora che alla storia. Se la libertà è solo il diritto di essere d’accordo con i 150 firmatari della petizione, allora non siamo più in democrazia. Siamo in un asilo nido gestito da censori fanatici e capricciosi.
Il Sindaco e il Prefetto abbiano il coraggio di ignorare il rumore. Rispondano alla legge, non alle crisi isteriche di chi vorrebbe decidere chi ha diritto di cittadinanza a Genova. Cedere a questa piazza significherebbe creare un precedente infame: il diritto di associazione subordinato al “nulla osta” della sinistra radicale. Genova, medaglia per la resistenza è stato anche il Terzo Fascio d’Italia. E allora? Semplicemente meriterebbe di meglio che diventare il laboratorio di questa nuova inquisizione travestita da progresso. Ma forse, per certa gente, la libertà è un concetto troppo complicato da maneggiare senza farsi male.
Tony Fabrizio