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Valditara e il progetto “rispetto-empatia-parità”: l’ennesima rieducazione per farci dimenticare chi siamo

by Sergio Filacchioni
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Roma, 10 apr – C’è un tratto che ritorna con regolarità quasi meccanica nel dibattito sulla scuola italiana: ogni volta che il sistema mostra le sue crepe strutturali, la risposta non arriva mai sul piano materiale, ma su quello morale. Cambiano le formule, si aggiornano le parole chiave, ma la logica resta identica. Il nuovo progetto del Ministero dell’Istruzione e del Merito, realizzato con INDIRE, sull’“educazione al rispetto, all’empatia e alla parità di genere” si inserisce perfettamente in questa traiettoria.

Un investimento triennale, una piattaforma digitale, moduli formativi per docenti e personale, coinvolgimento attivo degli studenti: tutto appare organico, strutturato, persino ambizioso. Ma proprio questa apparente completezza impone una domanda più radicale: che cosa sta davvero cercando di fare lo Stato dentro la scuola?

Il Ministro Valditara lancia l’ennesimo progetto “rieducativo”

Il punto non è – e non è mai stato – il rifiuto del rispetto o della dignità della persona. Il punto è che parlare di “educazione al rispetto” non è mai neutro. Significa sempre introdurre un modello preciso di relazione, di individuo, di società. E questo modello, negli ultimi anni, non nasce dentro la scuola italiana, ma arriva già confezionato da un circuito più ampio fatto di linee guida europee, organismi internazionali e apparati tecnico-ideologici che operano ben oltre il livello nazionale. Il risultato è una scuola che non elabora più una propria visione, ma applica schemi costruiti altrove, presentandoli come universali.

L’operazione del MIM si gioca esattamente su questo terreno. Si parla di “empatia”, di “relazioni sane”, di “superamento degli stereotipi”, ma si evita accuratamente di chiarire quale sia l’idea di uomo e di donna che si intende trasmettere. Si utilizza un linguaggio apparentemente incontestabile – chi potrebbe essere contro il rispetto? – per introdurre contenuti che, nella pratica, ridefiniscono i rapporti sociali, i ruoli, persino la percezione dell’identità. È lo stesso meccanismo già visto negli anni passati e in altri contesti: la neutralità dichiarata diventa il veicolo più efficace per diffondere un’impostazione ideologica precisa.

Quando la scuola si pone obiettivi morali

C’è poi un secondo livello, ancora più rilevante, che riguarda la funzione stessa della scuola. Il progetto viene presentato come strumento per “prevenire discriminazioni” e “rafforzare la cittadinanza attiva”. In altre parole, la scuola viene chiamata a intervenire su ambiti che esulano sempre di più dalla trasmissione del sapere e dalla formazione del carattere, per trasformarsi in un dispositivo di regolazione sociale. Non si tratta più di educare nel senso forte del termine, ma di correggere, accompagnare, rieducare. Lo studente non è più un soggetto da formare, ma un potenziale problema da gestire.

È qui che emerge la contraddizione più evidente. Da un lato, si continua a parlare di “centralità della persona”; dall’altro, si costruisce un sistema educativo sempre più standardizzato, fatto di piattaforme, moduli, indicatori e monitoraggi. Un sistema in cui le relazioni umane vengono scomposte in competenze da acquisire e comportamenti da modellare. L’empatia diventa un obiettivo didattico, il rispetto un parametro da misurare, la socialità un processo da ingegnerizzare. È la trasformazione definitiva della scuola in un laboratorio, dove ciò che non può essere quantificato viene progressivamente espulso.

Come medicalizzare il conflitto sociale

Ma il nodo più politico resta un altro, ed è quello che questo tipo di progetti tende sistematicamente a nascondere: il conflitto. Perché dietro la retorica dell’inclusione e della parità si evita di affrontare una realtà evidente, cioè che la società contemporanea è attraversata da fratture profonde, culturali prima ancora che economiche. Fratture che non possono essere risolte con moduli formativi o percorsi di sensibilizzazione. Trasformare questi conflitti in una questione di “educazione al rispetto” significa semplicemente depoliticizzarli, renderli amministrabili, sottrarli a qualsiasi discussione reale.

In questo senso, il progetto MIM-Indire non rappresenta una rottura, ma la prosecuzione coerente di un modello che negli ultimi decenni ha svuotato la scuola di ogni funzione autonoma. Un modello che prima ha ridotto l’istruzione a strumento del mercato, attraverso l’alternanza scuola-lavoro e la retorica delle competenze, e che oggi tenta di colmare quel vuoto con un surplus di pedagogia morale. Prima si è smantellata la struttura, poi si prova a compensare con l’educazione emotiva.

La scuola conforme di Valditara

Il risultato è una scuola sempre più distante dalla sua funzione originaria: formare individui capaci di pensare, di agire, di assumersi responsabilità dentro la storia. Al suo posto si afferma un’istituzione che oscilla tra due poli opposti ma complementari: da un lato, l’addestramento tecnico al lavoro precario; dall’altro, la rieducazione permanente ai valori dominanti. In mezzo, il vuoto. Ed è proprio questo vuoto che dovrebbe essere al centro del dibattito. Perché finché non verrà affrontato, ogni nuova iniziativa – per quanto ben confezionata – rischierà di essere solo l’ennesimo tentativo di intervenire sugli effetti senza toccare le cause. Parlare di rispetto è facile. Costruire una scuola che abbia una visione, molto meno.

Sergio Filacchioni

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