Roma, 11 apr – Umanità, libero mercato, diritto internazionale. Quante volte – in televisione, sui giornali, in famiglia o nelle chiacchiere con i colleghi durante la pausa caffè – abbiamo dovuto fare i conti con la vuota invasività di questi termini? Magari non sciroppati tutti insieme, ma, temporalmente parlando, a diverse riprese. Comunque in maniera ridondante. Concetti il più delle volte ripetuti a memoria, alla stregua di un rosario mariano, vaccini ideali contro discriminazioni sociali, disuguaglianze economiche ed eserciti sul piede di guerra.
Umanità e libero mercato
Sì, almeno noi lo sappiamo. Non esiste nessuna umanità, almeno per come la intende una certa vulgata. Come ci ricorda Dominique Venner nel suo testamento politico: «nella loro diversità gli uomini esistono solamente attraverso ciò che li distingue, clan, popoli, nazioni, culture, civiltà, e non per quello che hanno superficialmente in comune. Solo la loro animalità è universale». Idem con patate quando si parla di quel sistema teorizzato dell’economista Adam Smith nell’ormai lontano 1776. La mano invisibile che regolerebbe automaticamente – o meglio, magicamente – l’equilibrio tra domanda e offerta. In uno strano gioco dove tanti interessi egoistici avrebbero dovuto costruire il benessere collettivo. Un risultato però (ovviamente) impossibile da raggiungere senza l’intermediazione dello Stato. Perché, spiegano i keynesiani, la concorrenza, alla fine della fiera, non si è mai regolata da sola.
Il feticcio del diritto internazionale
La stessa critica può essere mossa al concetto corrente di diritto internazionale. Oggi inteso come insieme di regole al di sopra degli Stati, norme neutrali totalmente condivise. Peccato che del presunto ordine giuridico stabile, di un potere centrale capace di imporre in automatico norme e sanzioni, non vi sia traccia. Facendola semplice: le relazioni si creano molto più realisticamente sulla base di rapporti di forza. Le due paroline magiche – spesso e volentieri sulla bocca di giornalisti, politici, addetti ai lavori vari ed eventuali – servono per vendere all’opinione pubblica la presenza di un principio razionale e infallibile. Come la suddetta mano invisibile libero mercato. Gli Stati agiscono in base ad accordi e le posizioni hanno peso specifico solamente in base alla propria muscolarità – se così vogliamo chiamarla – e alla capacità di deterrenza. Il diritto(al pari dell’economia) infatti, è sempre una conseguenza della politica: il primo serve a quest’ultima da utile strumento.
Versailles e Norimberga
Due sono gli eventi “fondativi” della narrativa sul diritto internazionale, (non a caso) uno per guerra mondiale. Nel 1919 il Trattato di Versailles con la sua pace imposta, umiliante e punitiva che sancì condizioni durissime per la Germania – e costrinse l’Italia ad accontentarsi della Vittoria mutilata di dannunziana memoria. Ventisei anni dopo (1945) il Processo di Norimberga – dove la morale dei vincitori ebbe la meglio sulle più appropriate basi giuridiche – introdusse il diritto penale internazionale. Piccola particolarità: per la prima volta a queste latitudini l’accusa venne formalizzata al termine del conflitto e applicata in maniera retroattiva. Nello stesso periodo la creazione dell’Onu avrebbe quindi dovuto fare da garante per l’intero globo: peccato che al suo interno le potenze uscite vincitrici dal secondo conflitto mondiale abbiano forzato la mano più e più volte. Come fatto dagli angloamericani in Corea negli anni Cinquanta, in Vietnam a cavallo tra i due decenni successivi e nel nuovo millennio in Afghanistan e Libia. L’Urss prima e la Russia poi, dal canto loro hanno ripetutamente colpito il fianco europeo (Ungheria, Cecoslovacchia, Ucraina). E che dire di Israele nella striscia di Gaza?
Rapporti di forza, equilibri di potere
Quanto sopra è solo un elenco non esaustivo di esempi utili a capire che il diritto internazionale non è un sistema di regole autonomo e coercitivo. Al massimo si può definire come un insieme di norme sostenute da equilibri di potere. E qui si pone il vero problema. Come scritto da Nicola Cospito nel suo intervento su Riaffermare l’eterno. Tributo ad Adriano Romualdi una delle giuste intuizioni dello storico forlivese fu quella di notare che «la grande abilità della Russia sovietica non è consistita tanto nel vincere la seconda guerra mondiale e nel procedere a Yalta alla spartizione dell’Europa, quanto invece nel riuscire per anni, mentre teneva schiava metà del continente, minacciando l’altra metà, a distrarre l’attenzione della gioventù europea sull’Estremo Oriente, su Cuba, sui paesi latino-americani, facendo dimenticare la propria politica imperialista». L’errore da non commettere è proprio quello di concentrarsi sul dito e non sulla luna indicata: il rispetto del diritto internazionale all’interno dei propri confini lo si ottiene lavorando politicamente su ciò che davvero conta in tal senso: difesa e riarmo, accelerazione verso autonomia energetica, nuova primavera demografica. Tutto il resto è retorica per gli stolti.
Marco Battistini