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I Dem si sono ridotti a festeggiare Magyar: alla sinistra resta solo il grottesco

by Tony Fabrizio
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Roma, 13 aprile – E dunque, per intercessione del profeta Fratoianni, eccoci servito il miracolo di Pasqua fuori tempo massimo. Le “forse” progressiste – entità ectoplasmiche che vagano tra un salotto televisivo e un’assemblea di condominio morale – si sono rianimate. Il motivo del giubilo? La vittoria di Péter Magyar, campione del centrodestra cattolico, colonna del PPE e, fino a l’altro ieri, gran visir del sistema che oggi dicono di voler abbattere.

La vittoria di Magyar festeggiata dalla sinistra

Assistere a questo orgiastico baccanale della sinistra nostrana è come osservare una processione di mangiapreti che, pur di non restare al buio, s’inginocchia davanti a un altare barocco e intona il Magnificat. L’esultanza di Schlein, Renzi & co. per un nazionalista europeo, anti-immigrazione e convintamente anti-LGBTQ+ poi rasenta l’apice del surreale. Festeggiano un uomo federato a quell’Eurogruppo Popolare che in teoria dovrebbero combattere, dimostrando che pur di colpire l’avversario sono disposti a baciare la pantofola del loro opposto ideologico.

Per lustri ci hanno ammorbato con la litania dell’Ungheria-gulag, ci hanno descritto Viktor Orbán come un satrapo d’acciaio, un mangiatore di democrazia che affogava la magistratura nella naftalina. Ma la sua “dittatura”, a quanto pare, era fatta di pastafrolla. Oggi ci spiegano che il mostro si sconfigge addirittura soltanto con una matita copiativa e una scheda elettorale. Svanisce l’epica epopea della resistenza: resta solo la farsa di chi scopre che la “tirannia” era semplicemente una democrazia che non votava come voleva il politburo del buonismo. Se basta un segno di grafite per abbattere il Leviatano, allora il Leviatano era solo un cartonato di scena.

Ai vertici dell’insensatezza

Il vertice dell’insensatezza, però, è occupato da Ilaria Salis. La nostra martellante guest star, maestra di virtù carcerarie, festeggia l’elezione di chi le ha offerto vitto e alloggio nelle patrie galere magiare da dove è scappata travestendosi (anche male) da onorevole. Magyar, infatti, era il Ministro della Giustizia proprio quando la compagna (solo ideologica?) di Ivano Bonnin, suo collaboratore e coinquilino, sperimentava la durezza del regime. Magyar(o) di nome e di fatto. Brindare a lui per fare un dispetto a Orbán è come ringraziare il boia perché ha litigato col re. Un capolavoro di Sindrome di Stoccolma applicata alla politica estera: il nemico giurato diventa l’idolo del giorno, purché indossi la livrea del “nuovo corso”.

Eppure, dietro il grottesco della sinistra, la vittoria di Magyar apre scenari interessantissimi. Emerge un modello di europeismo identitario che si smarca sia dal burocratismo anti-identitario dei gruppi antifa-socialdemocratici, sia dal conservatorismo straccione in stile Tajani. È un nazionalismo di destra che entra in rotta di collisione frontale con il sovranismo filo-russo, ridisegnando i confini dell’area conservatrice. Sarebbe scaltro, da parte di Giorgia Meloni, aprire subito un dialogo con Magyar per uscire dall’angolo e mandare in “schermata blu” le opposizioni. Una mossa tattica necessaria, se non fosse per la zavorra interna: quel Salvini che non ha saputo esimersi dal fare l’ultras di Orbán a partita già persa, lasciando trapelare il sospetto che il ruolo di “servo sciocco” del nemico non sia un’esclusiva di Vannacci.

Dopo Magyar alla sinistra resta il grottesco

Ma lo sguardo più amaro va ai nipoti scemi di quei banditi che portavano il fazzoletto rosso al collo. Questi orfani di Tito oggi celebrano un Tajani danubiano. Esultano per un devoto del rito borghese, un chierico della conservazione. Spieghino, prima a sé stessi e poi ai (loro) posteri dove sia finita la loro bandiera. In quale anfratto della storia hanno smarrito l’anima per ridursi a fare le claque di un democristiano di Budapest. Festeggiano le elezioni di Budapest come un qualunque 25 aprile (attendiamo anche quest’anno la solita zuffa anche tra partigiani e brigata ebraica in salsa magiara), con mezzo secolo di ritardo e le idee confuse dal troppo spumante popolarista e dal caviale arcobalenato da club inclusivo-esclusivo Ztl. Pure se sono rimasti senza Parlamento, senza popolo e senza pudore. Resta loro solo il grottesco: la sinistra che slinguazza il centrodestra, rigorosamente straniero, pur di non guardare in faccia il proprio tramonto. Così sia.

Tony Fabrizio

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