Roma, 21 apr – Il Natale di Roma non è una ricorrenza qualsiasi del calendario civile, né un residuo folklorico da affidare ai rievocatori o ai pedagoghi della memoria neutrale. È, molto più radicalmente, il nome che diamo al momento in cui una comunità prende coscienza di sé e decide di darsi una forma. Per questo la questione della fondazione di Roma viene quasi sempre impoverita quando la si riduce al solito contrasto tra storia e leggenda, tra il dato archeologico e il racconto mitico, tra la capanna del pastore e l’epopea divina di Romolo. Roma non chiede di essere capita in questo modo. Roma nasce precisamente nel punto in cui il fatto e il simbolo smettono di escludersi e cominciano a rafforzarsi.
Il 21 aprile del 753 a.C., fissato da Varrone come data della fondazione, non va letto come il verbale notarile di un evento, ma come la forma concentrata di una verità politica: l’istante in cui un aggregato umano disperso diventa città, cioè ordine, delimitazione, volontà, destino. Che la città non sia stata “costruita in un giorno” è ovvio; che in un giorno sia stata fondata è invece il punto decisivo. Anche l’archeologia, del resto, quando non viene piegata alle manie demolitrici di certa ipercritica, conferma che attorno alla metà dell’VIII secolo si produce sul Palatino un salto qualitativo reale, con la costruzione di una cinta muraria che presuppone un’autorità centrale e una decisione superiore ai singoli villaggi. Non siamo davanti a una favola edificante, ma a una soglia storica che viene attraversata: qualcosa accade, qualcosa muta, qualcosa si raccoglie e prende nome.
Il Natale di Roma: una fondazione bagnata dal sangue
È qui che il mito romano mostra tutta la sua forza, perché non serve a nascondere la realtà, ma a renderla intelligibile. Tito Livio lo dice chiaramente: Roma è una fondazione bagnata nel sangue, una città che si inaugura attraverso un atto di separazione, un confine violato, una fraternità spezzata. Questo elemento, che il moralismo moderno legge come scandalo o barbarie, è in realtà uno dei nuclei più profondi della romanità: non c’è città senza limite, non c’è ordine senza consacrazione, non c’è inizio politico che non comporti una scelta e dunque anche un’esclusione. Romolo non è semplicemente il primo Re; è la figura in cui Roma pensa se stessa nella sua nudità originaria, cioè come comunità che non si lascia derivare da altro, ma si istituisce. E attorno a questa figura si addensano poi le altre immagini fondamentali – in primis la lupa Acca Larentia – che non sono doppioni folklorici ma stratificazioni di un medesimo bisogno di senso: spiegare come una città destinata a dominare il mondo abbia dovuto prima attraversare l’abbandono, l’esposizione, il rischio, la soglia tra natura e civiltà. In questo senso aveva ragione Giacomo Boni, e non solo come archeologo. Il suo lavoro sul Palatino non fu una semplice ricerca di reperti, ma il tentativo di riportare alla luce il punto in cui la memoria di Roma smette di essere solo letteratura e torna a poggiare sulla terra, sul suolo, sulla permanenza materiale dei suoi inizi. Il fatto che proprio Boni, scopritore del Lapis Niger, nel 1915 costruisca simbolicamente la “casa” di Romolo, dice molto di un’Italia che ancora sapeva che i fondatori non sono personaggi da manuale, ma presenze da riconoscere.
Fatto e simbolo che si rafforzano a vicenda
Per comprendere davvero il Natale di Roma bisogna allora uscire dall’equivoco moderno secondo cui una comunità si riconoscerebbe solo in programmi, interessi, procedure, istituzioni astratte. Le comunità storiche si riconoscono innanzitutto nelle immagini che condensano il loro carattere e il loro compito. Roma, più di ogni altra città europea, vive da sempre in questa doppia dimensione: è corpo urbano e figura spirituale, è ordinamento concreto e forma simbolica. Per questo Plutarco può cogliere nella sua origine l’armonia tra Fortuna e Virtù, Tyche e Areté: non come ornamento retorico, ma come definizione precisa della sua natura. Tutto ciò che è grande esige entrambe. La Fortuna da sola produce occasioni che si disperdono; la Virtù da sola resta potenza inoperosa se non incontra il momento favorevole. Roma diventa Roma perché riceve un segno e lo sa meritare, perché è investita da una possibilità e la trasforma in compito. Qui si capisce anche il senso più profondo di una formula che nel tempo è stata applicata anche all’Italia: fatta Roma, bisogna essere romani. Significa che nessuna fondazione garantisce automaticamente la continuità di ciò che inaugura. Il fondatore apre uno spazio, ma spetta ai successori abitarlo in modo degno. La città, una volta sorta, non può reggersi sul semplice prestigio della propria origine; richiede disciplina, stile, fedeltà, capacità di essere all’altezza di quella prima parola pronunciata come destino collettivo: Roma.
La riattivazione “fascista” del mito di Roma
Proprio per questo il Natale di Roma, quando riemerge con forza nella modernità, non può mai essere una celebrazione innocente. Il suo recupero nel Novecento non riguarda soltanto il gusto antiquario o il richiamo estetico all’antico, ma la consapevolezza che le civiltà vivono solo se sanno riattivare le proprie immagini fondative. L’istituzione del 21 aprile come festività nazionale nel 1923, in sostituzione del primo maggio, ebbe precisamente questo significato: non il vezzo erudito di una classe dirigente classicista, ma il tentativo di rimettere al centro un principio di fondazione, di continuità, di gerarchia simbolica tra le date. Il Natale di Roma diventò allora il luogo in cui il passato veniva chiamato a operare nel presente, con sfilate, inaugurazioni, atti pubblici e persino con la scelta di collocarvi eventi politicamente decisivi, come la pubblicazione del Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925. Quel passaggio, però, mostra anche il rischio inevitabile di ogni riattivazione simbolica: il confine sottile tra assunzione dell’eredità e la sua effettiva operatività storica. Ma sarebbe troppo facile, e soprattutto troppo sterile, liquidare tutto questo come mera propaganda. Una civiltà non sbaglia perché tenta di riattivare i propri simboli; semmai sbaglia quando li riduce a gusci vuoti o li usa senza reggere il peso delle esigenze che comportano.
Il Natale di Roma è una domanda aperta sulla nostra origine
Il punto vero è un altro: il Natale di Roma continua a parlarci perché pone una domanda che la società contemporanea cerca in ogni modo di eludere. Che cos’è un’origine? È un fatto remoto da studiare o una possibilità da assumere? Se Roma è solo un oggetto di analisi, allora il 21 aprile resterà una data da specialisti, buona per convegni, visite guidate e divulgazione scolastica. Se invece Roma è ancora una forma viva, allora il suo Natale resta il momento in cui una comunità può interrogarsi su ciò che vuole essere, su quali rovine intende soltanto contemplare e quali possibilità intende riaprire. Una città eterna non è eterna perché sopravvive biologicamente nei secoli, ma perché il suo principio può essere richiamato, rimesso in opera, riconosciuto di nuovo come decisivo. È questo che rende il Natale di Roma qualcosa di molto più serio di una celebrazione identitaria in senso riduttivo. È il nome di una continuità possibile. È il ricordo che i popoli non durano per inerzia, non si reggono sulle procedure, non vivono di solo presente. Durano quando sanno tornare alla loro sorgente senza farne un museo, quando sanno riconoscere nei loro miti non un’infanzia da superare ma una verità da meritare. E allora il 21 aprile smette di essere una commemorazione e torna a essere ciò che dovrebbe sempre essere stato: l’annuncio che una civiltà esiste solo nel farsi storia.
Sergio Filacchioni