Roma, 21 apr – La Città Eterna nasce con un atto di fondazione, potendo così rovesciare il motto “Roma non fu fatta in un giorno”. Quel giorno fu il 21 aprile del 753 avanti Cristo. L’origine di Roma affonda sulla terra, una terra mitologica e ancestrale, dove si mischiano miti e leggende. Ma da questi non bisogna lasciarsi distrarre dalla realtà: Giacomo Boni con i suoi scavi sul Palatino ce lo ha insegnato. Lui, lo scopritore del Lapis Niger, che nel 1915 costruisce la ‘casa’ del fondatore: Romolo.

Proprio al Primo Re il Primato ha dedicato un volume della collana «I Grandi Italiani», dove trovare il mito, ma anche la realtà; la fondazione di Roma bagnata nel sangue come descritta da Tito Livio. Dove incontrare Boni al lavoro sul Palatino, o Duilio Cambellotti alle prese con le sue Romanae Fabulae; o scoprire di più sul mito della lupa e la sua sovrapposizione con Acca Larentia. Riportiamo di seguito la presentazione del volume, curata da Adriano Scianca.

Il primo Re di Roma

Proviamo a immaginarcelo. Sciogliamo le incrostazioni mentali moderne, pensiamo per immagini, per lampi di luce numinosa. Osserviamo con gli occhi dell’anima questo giovane re che si affaccia su una vallata di capanne circolari, fuori dalle quali sostano guerrieri rudi, induriti dalla lotta contro i vicini e contro un ambiente naturale ingrato. Egli osserva le terre che si dispiegano davanti a sé e già sa, già vede ciò che negli anni e nei secoli a venire sorgerà in quei luoghi. Ma non basta averne coscienza, bisogna dirlo, l’idea deve affiorare alle labbra, affinché l’immagine si trasmetta, affinché la visione diventi destino collettivo. Il primo re guarda il suo popolo e pronuncia la parola fatidica: Roma. Dobbiamo immaginarcelo, questo grido che risveglia un popolo al suo destino. 

Roma, che già esisteva come aggregato umano, ora diventava una città. In un singolo momento? Sì. Contrariamente a un detto noto in tutto il mondo, Roma è nata esattamente in un giorno, in un solo giorno. I dati archeologici da tempo hanno confermato la costruzione, attorno al 750 a.C., di una cinta muraria attorno al Palatino. Un’opera pubblica commissionata da un’autorità centrale che aveva evidentemente sostituito i capi dei singoli villaggi. Era successo qualcosa, qualcosa che forse non riusciremo mai a comprendere fino in fondo, qualcosa che ha cambiato la storia per sempre. L’ipercritica, sia nostrana che straniera, ha per anni degradato la storia tradizionale della fondazione di Roma a mito: dopo aver preventivamente degradato il mito a favola. E invece le fondazioni, le svolte storiche, le rivoluzioni, le accelerazioni, le prese di coscienza collettive istantanee, l’affiorare degli archetipi alla superficie storica – tutto questo esiste, è esistito.

Fatta Roma, bisogna essere romani

Secondo Plutarco, una delle specificità metafisiche di Roma è il fatto di aver unito e armonizzato i due principi di Tyche e Areté, Fortuna e Virtù. Essendo la Fortuna labile, essa era ritratta come una donna in equilibrio su un globo. A Roma, tuttavia, ha trovato la sua saldezza. «Ma quando si è avvicinata al monte Palatino e ha attraversato il Tevere, pare, ha messo le ali, è uscita dai suoi sandali e ha abbandonato il suo globo infido e instabile. Così, ella è entrata a Roma per rimanervi e vi è presente come per giustizia», scrive Plutarco ne La Fortuna dei romani (IV 318). Il segno di tale presenza è confermato dall’origine dell’Urbe: «Chi non direbbe, di fronte alla nascita di Romolo, al fatto che si è salvato, che è stato nutrito ed è cresciuto, che la Fortuna ne gettò le basi e che la Virtù completò la costruzione?» (VIII 320). 

La traccia è chiara: tutto ciò che è grande è baciato dalla Fortuna, ma nulla diventa tale senza il contributo della Virtù. Roma deve essere grande, perché ha ricevuto l’assenso del Dio, il Dio ha dato l’assenso perché aveva di fronte qualcosa di grande. Romolo inaugura un’era nuova stipulando un patto con gli Dèi che non dà luogo ad alcun «destino manifesto», ad alcun «popolo eletto», quanto piuttosto a una responsabilità collettiva nei confronti del Nume: fatta Roma, bisogna comportarsi da romani. La figura di Romolo ci ricorda quell’impegno e quella promessa, ci richiama alla comprensione di una voce per cui credevamo di non avere più orecchie da poter usare. 

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