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Il 25 aprile e l’illusione della “pacificazione”: ma per fortuna viviamo in un mondo in conflitto

by Sergio Filacchioni
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pacificazione

Roma, 23 apr – Ogni anno, alla vigilia del 25 aprile, una parte della destra italiana torna a pronunciare una parola che vorrebbe insieme elevare il tono del dibattito e sottrarlo alla sua sostanza: pacificazione. È accaduto ancora una volta con Ignazio La Russa, che ha rivendicato la scelta compiuta da ministro della Difesa di rendere omaggio sia ai partigiani sia ai caduti della Repubblica Sociale, presentando quel gesto come espressione di rispetto umano e come passaggio doveroso di una possibile ricomposizione nazionale. È una postura che affonda le sue radici in una lunga traiettoria politico-culturale, passata anche per il discorso di Luciano Violante sui “ragazzi di Salò”, e che riemerge puntualmente ogni volta che il calendario civile italiano riporta al centro la guerra civile, la memoria della sconfitta, il rapporto tra legittimità repubblicana e continuità nazionale. Il punto, però, è che questa parola, oggi, dice molto meno di quanto pretende. Soprattutto, dice il contrario della realtà storica in cui siamo immersi.

Ogni 25 aprile torna la parola magica: “pacificazione”

La cronaca politica delle ultime ore lo mostra con chiarezza. Da una parte La Russa rilancia la pacificazione come gesto dovuto almeno nei confronti dei morti. Dall’altra Maurizio Landini ribadisce che il 25 aprile segna la caduta del fascismo, la sconfitta del nazismo, la conquista dei diritti e il fondamento stesso della Repubblica antifascista. Nello stesso solco si colloca l’Anpi, che prepara le piazze del 25 aprile come un appuntamento di mobilitazione politica, saldando memoria resistenziale, difesa della Costituzione, retorica della pace e opposizione all’attuale governo. Le parole di Gianfranco Pagliarulo vanno esattamente in questa direzione: il 25 aprile come celebrazione della Liberazione, della vittoria della Repubblica, del voto alle donne, dell’Assemblea Costituente, ma anche come risposta militante a una “deriva” contemporanea da contrastare con unità e lotta. Ancora più esplicita è la reazione di settori locali dell’associazionismo partigiano, che rifiutano apertamente l’idea stessa di pacificazione poiché, a loro giudizio, cancellerebbe il giudizio storico e porrebbe sullo stesso piano vittima e carnefice, chi ha combattuto per la libertà e chi ha servito la Germania hitleriana.

Basta questo scambio per mettere a fuoco il nodo. La pacificazione, così come viene evocata da una certa destra, non incontra dall’altra parte alcuna disponibilità simmetrica. Incontra invece una memoria compatta, armata culturalmente, consapevole del proprio ruolo politico e decisa a restare tale. La sinistra italiana, nelle sue espressioni sindacali, associative, scolastiche, universitarie e culturali, non ha mai davvero accettato l’idea di una neutralizzazione del conflitto memoriale. Ha preferito, con coerenza, conservarne il valore fondativo. Il 25 aprile resta per essa una linea di legittimazione, una riserva simbolica, una sorgente di autorità morale e politica. Per questa ragione l’uso della parola pacificazione, a destra, finisce spesso per produrre un effetto paradossale: mentre un campo continua a investire la memoria come leva di mobilitazione, l’altro si presenta sul terreno del conflitto chiedendo di abbassarne il tono. In termini politici, significa rinunciare in partenza a comprendere la natura dello scontro.

La memoria è un campo di battaglia attivo

Il punto si capisce ancora meglio se si guarda oltre il 25 aprile e si osserva l’altro grande terreno della guerra memoriale italiana: il 10 febbraio, il Giorno del Ricordo, le foibe, l’esodo giuliano-dalmata. Qui l’illusione della pacificazione crolla del tutto. Chiunque abbia seguito il dibattito degli ultimi anni sa che attorno al confine orientale si muove un’offensiva culturale precisa, sistematica, ideologica, che punta a relativizzare, minimizzare, riassorbire dentro una narrazione di contesto la tragedia delle foibe e la cacciata di centinaia di migliaia di italiani dalle loro terre. Anche in questo caso il conflitto si organizza attorno alla memoria. Da una parte il tentativo di consolidare il Giorno del Ricordo come presidio nazionale; dall’altra una costellazione di collettivi, aree studentesche, ambienti accademici, circuiti editoriali e pezzi della sinistra politica che lavorano per trasformare quella ricorrenza in una memoria sospetta, divisiva, reazionaria, funzionale alla destra. La tecnica è sempre la stessa: restringere il campo, isolare il fatto dal suo spessore storico, ricondurre ogni cosa al fascismo, dissolvere la figura delle vittime dentro la colpa generale dell’italianità di confine, sostituire una tragedia nazionale con una formula di decolonizzazione balcanica. Qui la pacificazione assume il suo significato effettivo: non composizione, ma disarmo; non chiarificazione, ma diluizione; non maturità, ma amputazione del conflitto dalla storia.

Questa dinamica va presa sul serio, perché rivela una verità più ampia. Le memorie collettive contano solo quando restano legate a un principio di distinzione. Contano quando delimitano un campo, quando selezionano eredità, quando ordinano il passato secondo una gerarchia di senso. Una memoria resa neutra, astratta, generica, ridotta a umanitarismo postumo, perde forza politica. Sopravvive come cerimonia amministrata, come gesto formale, come liturgia stanca. La sinistra italiana lo sa bene e infatti tratta il 25 aprile come un patrimonio vivo, conteso, militante – anche fra le diverse fazioni che compongono lo stesso fronte. Una parte della destra continua invece a oscillare tra la ricerca di una legittimazione attraverso l’assorbimento dentro il paradigma repubblicano-antifascista e il richiamo a una memoria nazionale più ampia che però, nel momento decisivo, viene subito stemperata nella richiesta di pacificazione. È qui che l’operazione si indebolisce: cerca riconoscimento dentro un ordine simbolico costruito da altri, invece di descrivere il carattere conflittuale di quell’ordine.

La “pacificazione” è fuori dal mondo

Per capire fino in fondo perché la categoria di pacificazione risulti oggi insufficiente, conviene uscire dal perimetro italiano e guardare al mondo contemporaneo. L’epoca che stiamo vivendo si lascia descrivere con molte formule – crisi dell’ordine liberale, ritorno della potenza, deglobalizzazione, multipolarismo – ma tutte convergono su un punto essenziale: il conflitto ha ripreso centralità aperta. Gli Stati non presentano più i propri interessi come semplici esigenze di amministrazione tecnica del mondo. Li rivendicano come interessi storici e identitari. La Russia ha costruito una parte rilevante della propria autorappresentazione internazionale attraverso la continuità antifascista della “Grande guerra patriottica”, utilizzata come codice di legittimazione interna ed esterna. La Cina sviluppa una propria volontà imperiale, tecnologica e geopolitica in cui sovranità, civilizzazione e competizione strategica si fondono stabilmente. Francesca Albanese – divenuta simbolo della generazione pro Pal – attacca il governo Meloni per complicità con il genocidio a Gaza, riportando un lessico tutt’altro che pacifico nel dibattito pubblico. Ma questi sono solo alcuni esempi. La verità è che ogni attore rilevante, oggi, parla il linguaggio della parte, dell’accusa, della linea di frattura, della collocazione. Nessuno investe davvero nell’idea di un grande spazio neutrale dove le contraddizioni si ricompongono.

In questo quadro, risulta utile Michel Foucault, citato spesso e quasi sempre smussato. Il suo rovesciamento della formula clausewitziana resta uno dei pochi strumenti efficaci per leggere l’età presente: la politica come continuazione della guerra con altri mezzi, la pace come superficie sotto cui agiscono rapporti di forza sedimentati, l’ordine come organizzazione stabile di vittorie precedenti. Quando Foucault scrive che la guerra costituisce il motore delle istituzioni e dell’ordine, che la pace “fa sordamente la guerra”, che la società è attraversata da un fronte di battaglia continuo e permanente, descrive un campo in cui ogni soggetto è già situato. Questa intuizione, oggi, appare meno filosofica che realistica. Le democrazie liberali hanno raccontato per decenni se stesse come spazi di neutralizzazione progressiva del conflitto: mercato, diritti, procedure, governance, tecnica, comunicazione globale avrebbero ridotto la durezza del politico, trasformando la lotta in competizione regolata e la sovranità in amministrazione. Il presente mostra l’esatto contrario. Le istituzioni tornano a essere luoghi di decisione identitaria, le memorie tornano a essere linee di mobilitazione, l’economia torna a essere arma, la tecnica torna a essere apparato di potenza.

Se perfino la tecnologia inizia a schierarsi

Da questo punto di vista, il caso Palantir è assai più importante di quanto sembri. Il manifesto diffuso dall’azienda fondata da Peter Thiel, sintetizzando la visione di Alexander Karp, ha avuto il merito brutale di esplicitare ciò che l’Occidente tecnologico tendeva finora a mascherare dietro il lessico dell’innovazione neutrale. La Silicon Valley, secondo questa visione, deve tornare a servire lo Stato e la difesa; il software deve diventare uno strumento di sovranità; l’intelligenza artificiale deve essere integrata pienamente nell’hard power occidentale; la distinzione tra tecnologia di consumo e infrastruttura strategica appartiene a una fase superata. Qui il punto centrale non è stabilire se Palantir abbia ragione o torto, né cedere all’automatismo giornalistico dell’etichetta di “tecnofascismo”. Il punto consiste nel registrare un fatto: una parte decisiva delle élite tecnologiche americane presenta ormai la tecnica come potenza schierata, come leva nazionale, come architettura di conflitto.

Il significato politico di questo passaggio è enorme. Per anni il liberalismo occidentale ha descritto la tecnica come spazio di connessione universale, disintermediazione, circolazione, innovazione orizzontale. Oggi i grandi attori del settore affermano che la tecnica serve a classificare, prevedere, discriminare, colpire, sorvegliare, coordinare, proteggere, imporre superiorità. L’intelligenza artificiale entra così nel cuore del politico. Heidegger avrebbe parlato di Gestell, di dispositivo che ordina il mondo e lo rende disponibile; Schmitt avrebbe riconosciuto il momento della decisione, la riapparizione di una sovranità che si esercita attraverso il controllo dell’infrastruttura. In entrambi i casi, il punto resta il medesimo: la tecnica smette di apparire come sfondo e si manifesta come forma organizzativa del conflitto.

Pacificazione è una parola vecchia

Questo ritorno del conflitto su tutti i piani – memoria, istituzioni, tecnologia, geopolitica – obbliga a riconsiderare seriamente il significato della parola pacificazione. In astratto, essa rimanda a un gesto di ricomposizione, a un equilibrio raggiunto dopo lo scontro, a una comune appartenenza capace di assorbire le fratture senza cancellarne la storia. In concreto, nel mondo attuale, assume quasi sempre un altro valore: normalizzazione simbolica, abbassamento dell’intensità, richiesta di disarmo unilaterale del linguaggio, depotenziamento dell’identità. Ogni volta che viene evocata, appare come una categoria di transizione appartenuta a una fase politica in cui si credeva possibile sciogliere i conflitti dentro il consenso costituzionale, il benessere diffuso, la mediazione culturale, il primato delle procedure. Pacificazione è una parola che appartiene ad un vecchio immaginario, che interpreta il tempo come forza capace di dissolvere i conflitti, come se bastasse scorrere per trasformare fratture storiche in ricordi condivisi. Quella fase si è chiusa. Si è chiusa nelle guerre, nei fondamentalismo, nella corsa al riarmo, nelle memorie che tornano a essere armi, nell’intelligenza artificiale, nella ridefinizione di amico e nemico, nella centralità delle appartenenze.

Certe cose non si superano (ed è un bene)

Il 25 aprile, letto fino in fondo, funziona come rivelatore della struttura reale della società: mostra come si costruiscono legittimità, gerarchie morali e continuità storiche attraverso il conflitto. La memoria agisce come campo di forza, seleziona, distingue, ordina; chi la vive come identità lo fa con coerenza, mentre chi invoca la pacificazione elude le conseguenze di un mondo organizzato per linee di scontro permanenti. In questo quadro la pace assume un significato preciso: forma provvisoria che il conflitto prende quando si stabilizza in un ordine, in un equilibrio, in un racconto dominante, mentre sotto continua a operare. Italia, Occidente, tecnologia, geopolitica: ogni livello conferma la stessa dinamica. La politica guadagna lucidità quando riconosce che memoria, potere e decisione vivono dentro questa tensione e che la neutralità funziona come maschera di rapporti di forza già attivi. “Pacificazione” diventa così richiesta di arretramento simbolico dentro un campo che si muove per intensità, mentre la realtà segue un’altra logica, fatta di appartenenze, selezioni, competizioni. La verità, in fondo, è che alcune fratture restano, continuano a operare, segnano identità e orientano scelte: non si superano mai del tutto, e proprio per questo tengono aperta la storia, impediscono la sua chiusura in una forma definitiva e mantengono vivo il rapporto tra passato e presente. E questo, probabilmente, è un bene.

Sergio Filacchioni

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