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Bielorussia, così Lukashenko perseguita i nazionalisti in nome dell’antifascismo

by Sergio Filacchioni
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Bielorussia

Roma, 8 mag – La politica occidentale ha una certa abilità nel ridurre ogni regime ostile alla propria sfera d’influenza a una caricatura comoda. Putin e Lukashenko diventano così, a seconda della necessità del momento, “fascisti”, “rossobruni”, “nazionalisti autoritari”, nemici assoluti della democrazia liberale e reincarnazioni dell’incubo novecentesco. La formula può funzionare nella comunicazione di Calenda, ma la realtà è più complessa. Eppure proprio in Bielorussia, solidissima alleata di Mosca e governata da Aleksandr Lukashenko da oltre trent’anni, una delle aree dell’opposizione più colpite è quella che si richiama all’identità nazionale bielorussa, alla memoria storica autonoma, ai simboli tradizionali del Paese e, in molti casi, al sostegno militare all’Ucraina contro la Russia.

La repressione dei nazionalisti in Bielorussia

Il punto politico è tutto qui. Il regime bielorusso colpisce liberali, giornalisti, attivisti per i diritti umani e oppositori democratici, ma riserva una particolare durezza e attenzione soprattutto ai nazionalisti bielorussi: uomini e donne che leggono la Bielorussia come nazione distinta dallo spazio imperiale russo, che usano la bandiera bianco-rosso-bianca, che rivendicano la Pahonia, che parlano la lingua bielorussa come scelta culturale e politica, che vedono nell’Ucraina una trincea della propria stessa sopravvivenza nazionale. Per Minsk, questa costellazione rappresenta qualcosa di più di una semplice opposizione ovvero la possibilità di una Bielorussia separata dal destino di Mosca. La macchina repressiva lavora proprio su questa sovrapposizione. Nazionalisti bielorussi, volontari filoucraini, ex combattenti del Reggimento Kalinouski, attivisti identitari, oppositori in esilio, donatori, editori e contenuti accusati di “estremismo”, “terrorismo” o “riabilitazione del nazismo” vengono spesso fusi in un’unica categoria politica e giudiziaria. Nelle fonti statali bielorusse e russe, la parola “nazionalista” viene impiegata in senso criminalizzante e propagandistico: non indica semplicemente una posizione politica, ma diventa l’anticamera dell’accusa di estremismo, collaborazionismo, terrorismo o neonazismo. Il solito lessico che, come sappiamo bene anche qui in Italia, costruisce il nemico assoluto.

Il reggimento Kalinouski e i volontari in Ucraina

Il caso principale è quello del Reggimento Kastus Kalinouski, formato da volontari bielorussi che combattono al fianco dell’Ucraina. Per Kyiv e per una parte dell’opposizione bielorussa è il simbolo di una rottura con la subordinazione a Mosca. Per il regime di Lukashenko è una struttura “estremista” e “terroristica”. Secondo fonti ucraine e russe indipendenti, Minsk ha annunciato la ricerca di 125 persone legate al reggimento, mentre altri casi riguardano arresti, condanne in contumacia e inserimenti nelle liste dei “terroristi”. Il messaggio è chiaro: chi porta la questione nazionale bielorussa dentro il conflitto ucraino viene trattato come un nemico interno, anche quando si trova fuori dai confini del Paese. Soltanto nel marzo 2026 cinque volontari bielorussi legati al Reggimento Kalinouski sono stati condannati in contumacia a pene comprese tra dodici e venticinque anni. Tra i nomi citati dalle fonti figurano Denis Prokhorov, Pavel Shurmei, Vadim Kabanchuk, Aleksei Nazarov e Aleksei Kovalchuk. Le accuse comprendono la partecipazione a un conflitto armato all’estero, la creazione di una “formazione estremista”, l’appartenenza a una “organizzazione terroristica”, il “complotto per prendere il potere” e altri capi gravissimi. La sproporzione delle pene mostra il valore politico del processo: il regime non vuole soltanto punire una scelta militare, vuole colpire la possibilità che l’opposizione bielorussa si dia una forma armata, nazionale e anti-russa.

La repressione non colpisce solo i combattenti

Il caso di Vasil Verameichyk mostra il funzionamento concreto di questo dispositivo. Ex membro del Reggimento Kalinouski, oppositore bielorusso e figura politica dell’esilio, Verameichyk è stato arrestato in Vietnam ed estradato in Bielorussia nel novembre 2024. Minsk ha presentato l’operazione come una vittoria del Kgb e come un avvertimento rivolto ai “terroristi”. Nel 2025 Yuri Zenkovich, ex prigioniero politico che ha condiviso con lui alcuni mesi in una cella del Sizo del Kgb, ha raccontato che Verameichyk sarebbe stato sottoposto a violenze fisiche per costringerlo a registrare un’intervista alla televisione di Stato bielorussa. Inutile dire che quelle confessioni televisive, dentro un sistema costruito sulla pressione, sull’isolamento e sull’intimidazione, appartengono più al teatro repressivo che al campo dell’informazione. Ma la repressione colpisce anche chi non ha combattuto. Viasna, il centro bielorusso per i diritti umani, registra diversi casi di persone perseguite per presunti legami o donazioni al Reggimento Kalinouski, inclusi ex combattenti e cittadini accusati di aver inviato somme anche ridotte. Le pagine dedicate a Vasil Hrachykha, Maksim Ralko, Vasil Verameichyk e Aliaksei Peraverzeu indicano una linea repressiva estesa: viene colpito chi ha preso le armi, ma anche chi viene sospettato di sostegno materiale, morale o simbolico. In questo schema, la distanza tra combattente, simpatizzante e donatore tende a scomparire.

La Bielorussia contro l’asse Minsk-Mosca

Alcuni casi rendono il quadro ancora più chiaro. A Minsk, Georgy Cherevako è stato condannato a cinque anni di colonia per aver trasferito ventuno dollari al Reggimento Kalinouski. Anastasia Petrochenko è stata condannata a tre anni per un tentativo di donazione di sedici dollari, secondo le ricostruzioni disponibili neppure andato a buon fine. La sproporzione tra il gesto e la pena rende evidente il messaggio politico: il problema non è la somma, ma il legame. Un contatto minimo con l’opposizione armata bielorussa filoucraina basta a trasformare un cittadino in finanziatore dell’estremismo. Accanto al Reggimento Kalinouski esiste poi il capitolo del Belarusian Volunteer Corps, o Беларускі добраахвотніцкі корпус, altra formazione di volontari bielorussi pro-Ucraina. Nel dicembre 2023 il Ministero dell’Interno bielorusso lo ha riconosciuto come “formazione estremista”, inserendo anche quel circuito nell’area di persecuzione giudiziaria e securitaria del regime. La definizione di “estremismo” diventa – come in Occidente – una categoria elastica, capace di inglobare ogni forma di militanza bielorussa schierata contro l’asse Minsk-Mosca. E qui emerge il paradosso più istruttivo. La Bielorussia di Lukashenko usa il lessico antifascista, antinazista e antiterrorista per neutralizzare proprio quelle componenti che rivendicano una soggettività nazionale bielorussa separata dal mondo russo. La parola “nazionalista”, nel vocabolario ufficiale, viene schiacciata su “estremista”, “terrorista”, “collaborazionista”, “neonazista”. Il meccanismo è vecchio, sovietico nella struttura mentale: chi rivendica un’identità non autorizzata dal centro viene trasformato in minaccia morale e politica.

L’antifascismo come dispositivo di legittimazione

Il regime continua a usare il lessico dell’“antifascismo” sovietico anche sul piano interno. Nel febbraio 2026 BelTA, agenzia statale bielorussa, ha riportato l’arresto di due uomini accusati di “glorificazione del nazismo” sui social, con intervento del GUBOPiK e delle forze speciali “Grom”. Il comunicato parlava di “riabilitazione del nazismo” e di “negazione del genocidio del popolo bielorusso”. Nel contesto bielorusso formule simili possono riguardare casi effettivi di apologia nazista, ma vanno lette dentro una cornice politica più ampia: il controllo della memoria storica, la gestione statale dell’antifascismo, la criminalizzazione di tutto ciò che esce dalla narrazione ufficiale della Grande guerra patriottica e dell’identità post-sovietica. Lo stesso avviene sul terreno dei simboli. La Pahonia, lo storico cavaliere armato della tradizione bielorussa, è riconosciuta come valore storico-culturale, ma alcune sue raffigurazioni sono state inserite nelle liste dei materiali “estremisti”. Nel luglio 2025 la procura bielorussa è intervenuta per bloccare la vendita online di magliette e tazze con quel simbolo, sostenendo che determinate immagini fossero già state qualificate come estremiste da un tribunale di Minsk. In sostanza, un emblema nazionale può essere celebrato come patrimonio quando resta museale, folklorico, innocuo; diventa materiale sovversivo quando torna a circolare come segno politico. La vicenda di Nina Bahinskaja, storica attivista bielorussa, completa il quadro. La donna, ormai anziana, è stata più volte perseguita per l’uso pubblico dei simboli nazionali.

La russificazione e la cancel-culture

Il controllo passa anche dalla lingua e dalla cultura. PEN Belarus ha registrato nel 2025 centinaia di violazioni contro figure culturali, editori, libri, canali social, progetti teatrali e iniziative legate alla memoria storica. Tra i contenuti perseguiti compaiono libri sulla storia bielorussa, pubblicazioni in lingua bielorussa, progetti culturali dell’esilio e materiali dedicati alla memoria delle repressioni sovietiche. Nel 2025, più della metà dei libri designati come “estremisti” erano in bielorusso o usavano anche il bielorusso, mentre la produzione libraria nazionale in quella lingua rappresentava una quota molto più bassa del totale. La repressione politica diventa così anche russificazione, controllo della memoria, bonifica dell’immaginario nazionale. In ogni caso, il contesto generale conferma che la repressione non riguarda soltanto i nazionalisti. Freedom House classifica la Bielorussia come uno Stato autoritario, segnato da elezioni manipolate, libertà civili fortemente limitate, violenze e detenzioni arbitrarie contro giornalisti, attivisti e cittadini che sfidano il regime. Anche gli avvisi di sicurezza internazionali segnalano l’applicazione arbitraria di reati come “propaganda terroristica”, “discredito” delle istituzioni e alto tradimento, con pene molto severe, inclusa la pena di morte per tradimento. Dentro questa cornice, però, il nazionalismo bielorusso indipendentista, anti-russo o filoucraino occupa una posizione particolare, perché tiene insieme tre elementi che Lukashenko considera pericolosi: identità nazionale autonoma, opposizione politica interna e legame militare con l’Ucraina.

In carcere può finirci chiunque

Nel marzo 2026 Minsk ha liberato 250 prigionieri politici dopo negoziati con gli Stati Uniti. Reuters ha riferito che, prima di quelle liberazioni, Viasna stimava oltre 1.100 prigionieri politici; a fine aprile 2026 il numero indicato restava di 835 prigionieri politici, tra cui 115 donne. Il dato è diminuito, ma la macchina repressiva è rimasta attiva. Nasha Niva ha segnalato ancora nuovi prigionieri politici riconosciuti da Viasna, confermando che le scarcerazioni possono alleggerire temporaneamente la pressione internazionale senza trasformare la natura del sistema. Le testimonianze dei prigionieri politici descrivono condizioni carcerarie brutali, isolamento, celle punitive, violenze, pressioni psicologiche e uso dei detenuti comuni contro i prigionieri politici. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno denunciato l’uso improprio della legislazione bielorussa su terrorismo ed estremismo, segnalando condanne e inserimenti in liste ufficiali come strumenti di rappresaglia contro l’esercizio dei diritti civili e politici. La categoria dell’estremismo, come abbiamo già detto, funziona come contenitore elastico: dentro può finire un combattente, un giornalista, un editore, un donatore, un anziano con una bandiera storica, un libro, una canzone, un profilo social.

La repressione non nasce da un eccesso di nazionalismo

Questa realtà ovviamente non assolve l’Occidente dalle sue ipocrisie, né trasforma automaticamente ogni oppositore bielorusso in un alleato politico. La realtà bielorussa mostra quanto siano fragili le categorie con cui il dibattito pubblico occidentale legge l’Est europeo. Da un lato si definiscono “fascisti” Putin e Lukashenko perché autoritari, militarizzati, repressivi. Dall’altro si ignora che i loro apparati colpiscono spesso proprio gli ambienti che sfuggono alla grammatica imperiale post-sovietica. La repressione non nasce da un eccesso di nazionalismo, ma dalla volontà di impedire che la Bielorussia diventi una nazione politica autonoma. Inutile dire che la colpa non è tutta dei volontari che vanno a combattere per Kyiv: il regime non distingue quasi mai tra volontari armati, attivisti, sostenitori, donatori o ambienti culturali. Ricondurre tutto al perimetro di “estremismo”, consente di colpire non solo un’organizzazione, ma un’intera possibilità politica. Una possibilità di separazione politica, linguistica e storica dal mondo russo. Il regime usa l’antifascismo come dispositivo di Stato, con la funzione concreta di disciplinare l’identità nazionale quando questa diventa opposizione, rivendicazione e memoria. In questo senso, la Bielorussia è molto più simile al mondo occidentale di quanto siamo disposti ad ammettere: usa l’antifascismo come linguaggio di legittimazione e come arma contro le realtà politiche che contestano l’ordine nato dal dopoguerra e sopravvissuto, sotto altre forme, alla fine dell’Urss.

Sergio Filacchioni

https://www.rbc.ua/rus/news/bilorusi-ogolosili-rozshuk-125-lyudey-pov-1747675953.html “Білорусь оголосили в розшук 125 людей, які пов’язані з полком Калиновського | РБК-Україна”

https://nashaniva.com/ru/389915 “Пятерым белорусским калиновцам заочно назначили от 12 до 25 лет колонии”

https://prisoners.spring96.org/en/person/vasil-hraczykha?utm_source=chatgpt.com “Vasil Hrachykha — Political prisoners and repressed in …”

https://news.zerkalo.io/life/56282.html?utm_source=chatgpt.com “МВД признало Белорусский добровольческий корпус”

https://belta.by/regions/view/dvuh-muzhchin-zaderzhali-za-voshvalenie-natsizma-v-sotssetjah-vozbuzhdeny-ugolovnye-dela-765487-2026/ “

https://freedomhouse.org/country/belarus “Belarus: Country Profile | Freedom House”

https://www.smartraveller.gov.au/destinations/europe/belarus “Belarus Travel Advice & Safety | Smartraveller”

https://www.reuters.com/world/trumps-envoy-coale-meets-belarus-leader-lukashenko-seeking-win-more-prisoner-2026-03-19/?utm_source=chatgpt.com “Lukashenko frees 250 Belarusian prisoners as US …”

https://nashaniva.com/ru/394458?utm_source=chatgpt.com “В Беларуси 7 новых политзаключенных”

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