Roma, 25 mag – Le prime notizie arrivate da Torino, nella serata del derby della Mole, hanno riportato alla memoria un notte che nessuno nel mondo del tifo ha mai dimenticato: quella dell’11 novembre 2007, quando l’agente Luigi Spaccarotella sparò un colpo di pistola che uccise il 26enne tifoso della Lazio Gabriele Sandri. Sono passati quasi vent’anni, ma quando un tifoso finisce in condizioni gravissime dopo un intervento di ordine pubblico, quella memoria torna a galla. Torna perché in Italia esiste una storia non pacificata tra ultras, curve e apparati dello Stato. Ma soprattutto, esiste una storia di ipocrisia e silenzio.
Quando gli ultras vengono colpiti
Il tifoso juventino ferito si chiama Marco Leonardo Basoccu, ha 36 anni ed è ricoverato in terapia intensiva dopo un grave trauma cranico. Secondo il padre e alcune testimonianze, sarebbe stato colpito da un lacrimogeno. Secondo altre ricostruzioni, invece, si sarebbe trattato di una bottiglia o di un oggetto contundente. Ma oltre la dinamica, che sarà certamente chiarita grazie alle testimonianza dei presenti, la questione politica è già davanti a tutti: mentre la verità deve ancora essere accertata, una parte del racconto pubblico sembra già sapere dove andare a parare. Perché quando viene colpito un ultras, l’indignazione scompare. O meglio: viene sospesa, neutralizzata, resa sconveniente. Non scatta il riflesso automatico contro la “violenza di Stato”, non partono gli editoriali contro la repressione, non si mobilita il fronte anti-securitario, non si costruisce la narrazione dell’opposizione repressa. Quella macchina funziona soltanto quando a essere colpite sono determinate aree politiche, sociali e simboliche. Se il manganello raggiunge un corteo antifascista, diventa subito il volto del regime. Se un fermo duro riguarda uno straniero, si parla immediatamente di razzismo di stato. Se invece un ultras finisce in coma, la parola d’ordine diventa improvvisamente prudenza. Anzi, spesso diventa silenzio.
L’uso della forza che non suscita mai scandalo
Il tifo organizzato non ha bisogno di essere santificato, e nemmeno essere trattato da vittima. Le curve non hanno mi chiesto la legittimazione al salotto progressista, né di essere accudite da chi le ha sempre trattate come materiale umano di serie B. Il punto è un altro: in Italia l’indignazione sulla repressione è selettiva, funzionale, militante nel senso peggiore del termine. Serve a costruire vittime quando tornano utili a una narrazione politica; sparisce quando il corpo colpito appartiene a un mondo considerato “impresentabile”. Così l’ultras diventa l’unico soggetto su cui lo Stato può esercitare forza senza suscitare scandalo. La curva viene raccontata come problema prima ancora che come comunità, come ordine pubblico prima ancora che come appartenenza, come patologia da gestire prima ancora che come realtà popolare. E quando qualcosa va storto, quando un uomo cade, quando un cranio si spacca, il racconto si chiude subito nella formula rassicurante: “scontri tra ultras”. Dentro quella formula sparisce tutto. Sparisce il nome, sparisce la responsabilità, sparisce la domanda su cosa sia accaduto davvero.
La vicenda di Basoccu non dice semplicemente che al progressismo gli ultras non piacciono: questo lo sanno tutti. Dice qualcosa di più profondo. Dice che esistono forme popolari di conflitto che non possono essere assorbite nella grammatica morale della sinistra contemporanea. Il mondo ultras è comunità, appartenenza, territorio, corpo, lealtà, inimicizia, disciplina informale, codice interno. Non chiede riconoscimento, non parla il linguaggio dei diritti, non si presenta come minoranza fragile da proteggere. Per questo, quando viene colpito, non può essere trasformato nel materiale narrativo dell’opposizione repressa. Resta fuori dal perimetro dell’indignazione autorizzata. E proprio qui si vede la natura reale dell’antirepressionismo italiano: non una critica dello Stato quando eccede nell’uso della forza, ma un dispositivo politico che seleziona i corpi utili, scarta quelli impresentabili e chiama “violenza di Stato” solo ciò che può servire alla propria rappresentazione del mondo.
Nessuna indignazione per un ultras
Nel frattempo, un tifoso è in terapia intensiva. La sua famiglia chiede verità. Le testimonianze parlano di un lacrimogeno, altre versioni parlano di una bottiglia. Saranno gli accertamenti a stabilire cosa sia successo. Ma la domanda politica resta aperta: se fosse accaduto in un altro contesto, con un’altra vittima, con un’altra appartenenza, avremmo assistito allo stesso silenzio? O avremmo già visto titoli, appelli, interrogazioni parlamentari, editoriali indignati e lezioni morali sul nuovo autoritarismo italiano? O magari rivolte organizzate come quello di Corvetto dello scorso anno? La risposta la conosciamo già, ed è proprio questa la parte più oscena della vicenda. Non il silenzio in sé, ma la sua prevedibilità. Quando cade un ultras, il Paese dei professionisti dell’indignazione abbassa lo sguardo. Quando la repressione non serve alla propaganda giusta, smette improvvisamente di essere repressione.
Vincenzo Monti