Roma, gg mag – Il 21 maggio 1905 fa nasceva a Firenze Roberto Ricci, più noto a tutti semplicemente come Berto. Doppiamente laureato in fisica e matematica, non fu il tipico dottrinario da accademia, ma un uomo d’intelletto prestato al mondo dell’azione. Formatosi tra le suggestioni dell’anarchia giovanile e dell’intransigenza antiborghese, approdò al fascismo non come a un porto sicuro, ma come a un campo di battaglia continua. È infatti dalle barricate de Il Selvaggio e de L’Universale che divenne una delle penne più eretiche e avanguardiste dell’epoca.
Il principio Mediterraneo
Berto era uno di quei giovani che arrivava al fascismo da sinistra. Uno di quelli che, avendo interiorizzato forse più di tutti quella visione del mondo, ne era il più intransigente e critico. Era, insomma, uno di quei ragazzi che, disinteressati al proprio tornaconto personale, non avevano alcuna remora nel criticare apertamente alcune scelte del regime o nel guardare con interesse ad altre rivoluzioni, come quella in corso nella Russia bolscevica. Considerando più il materialismo anglo-americano di Chicago la vera “Anti-Roma”, la capitale di un’umanità degradata a “bestie progredite”.
In un mondo che correva verso il consumo, l’esasperazione della tecnica, l’alienazione dell’uomo dal suo mestiere e dalla sua comunità, Berto invocava il ritorno all’uomo “primitivo e civilissimo”, legato alla terra, al lavoro e al dovere. Ma nella sua visione, il fascismo non era un semplice custode reazionario di un Occidente stanco. Bensì un “principio mediterraneo”, innovatore, originale, anteriore e superiore allo stesso cristianesimo. Una tradizione “robustamente pagana” capace di parlare in termini universali, un “assoluto politico da realizzarsi nell’Impero”.
La visione totale di Berto Ricci
La sua visione era totale, quasi mistica. Il suo interesse spaziava dalla grande politica fino allo studio dei comportamenti sociali. Celebre la sua denuncia contro il classismo del generico controllore ferroviario, che cambiava tono tra la prima e la terza classe. Con la sua penna e soprattutto con il suo esempio, non mancava mai di rimproverare quegli “inglesi di dentro” che, pur indossando la camicia nera, conservavano ancora quella mentalità borghese da mercante. Dopotutto, nella sua visione, la politica era in primo luogo una missione educativa e morale dell’uomo.
Quando la guerra bussò alle porte, non accettò il comodo rifugio offertogli dietro le scrivanie dei giornali e partì come volontario. Scegliendo il fuoco del deserto. Il 2 febbraio 1941, tra le sabbie di Bir Gandula, in Libia, venne falciato da un aereo inglese, lasciando ai due figli l’orgoglio di un padre che voleva consegnare loro un mondo “meno ladro”.
Davide Guastalla