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L’archetipo della resa: da nipote di Badoglio a Tajani l’africano

by Tony Fabrizio
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Roma, 28 mag – C’è una coerenza sotterranea, quasi metafisica, nel modo in cui l’establishment politico italiano gestisce il declino della Nazione. Non è solo questione di incapacità tecnica o di miopia strategica. È una vera e propria postura dell’anima, una propensione all’autoliquidazione culturale che, nei momenti di snodo, riaffiora con la precisione di un orologio svizzero. Prendete l’ultima uscita di Antonio Tajani. Durante un convegno significativamente intitolato “Italia-Africa: culture in gioco”, il titolare della nostra politica estera ha pensato bene di regalare al pubblico una perla di esotismo genealogico: «Io ricordo sempre qual è l’origine del mio cognome: Al-Tijani, un profeta dell’Islam molto conosciuto nell’Africa. Quindi vuol dire che qualcuno che è arrivato da là è venuto qua».

Catasti pontifici e carovane nel deserto

Ora, l’accuratezza storica e culturale non è mai stata il forte di questa classe dirigente: Ahmad al-Tijani non era affatto un profeta – figura che nell’Islam, per chiunque abbia aperto un sussidiario delle medie, si ferma notoriamente a Maometto – bensì un mistico sufi del Settecento. Quanto all’onomastica laziale, le tesi più accreditate riconducono il cognome Tajani a più modeste e autoctone radici collinari, forme aferetiche di Ottaviano o toponimi come Taiano. Roba di catasti pontifici, non di carovane nel deserto.

Ma il punto non è l’errore da matita blu. Il punto è la pulsione psicologica che spinge un ministro della Repubblica a inventarsi un antenato islamico pur di compiacere la narrazione multiculturalista dominante. È il brivido dell’élite che, annoiata dalla propria identità, cerca una patente di legittimità cosmopolita nel riflesso dell’Altro. È l’eterno complesso d’inferiorità dell’Occidente terminale, che davanti alla spinta demografica e culturale africana non risponde con la fiera rivendicazione della propria civiltà, ma con la disperata ricerca di una parentela, vera o presunta, con l’invasore. Se l’Italia affonda nella denatalità, nelle periferie fuori controllo e nella sostituzione etnica, la risposta del vertice politico non è il blocco dei flussi, ma l’orgoglio per il “califfato di famiglia”.

La storia dinastica di Tajani

D’altronde, l’attitudine a firmare la resa corre nelle vene di questa dinastia politica. Se la leggenda onomastica araba è pura fantasia, la storia dinastica è invece impietosa. Antonio Tajani è il pronipote (per la precisione, il Maresciallo era il fratello della sua bisnonna) di Pietro Badoglio. Sì, proprio il firmatario dell’armistizio di Cassibile, l’uomo che l’8 settembre 1943 lasciò l’esercito senza ordini e fuggì da Roma, inaugurando la pagina più buia, caotica e rinunciataria della storia d’Italia.

Non solo un dato biografico, ma una categoria dello spirito: è l’arte del compromesso al ribasso, la transizione indolore verso la sottomissione, la bandiera bianca alzata col sorriso sulle labbra. Ieri si fuggiva a Brindisi lasciando la patria nel caos; oggi ci si inventa una discendenza sufi per accogliere a braccia aperte la transizione demografica.


Questa fluidità identitaria si traduce, inevitabilmente, in un ridicolo strabismo programmatico. Pochi giorni prima, al Festival del Lavoro, l’inquilino della Farnesina aveva partorito un’altra “tajanata” economica: «Se facciamo più figli possiamo ridurre il numero di migranti regolari». Proviamo a spiegarlo con la logica elementare che difetta ai tecnocrati. Un figlio concepito stasera entrerà nel mercato del lavoro, se tutto va bene, nel 2050. Nel frattempo, per i prossimi ventiquattro anni, chi raccoglierà i pomodori, chi manderà avanti le fabbriche, chi gestirà i servizi che questa economia dopata dall’immigrazionismo pretende di delegare all’esterno? Qual è il piano di Tajani, precettare i bambini delle elementari per la raccolta del San Marzano? O forse, più banalmente, confessare che per i prossimi due decenni la porta rimarrà spalancata, mentre in televisione si recita il canovaccio della fermezza?

I leader della politica italiana

La verità è che siamo governati da un ceto politico affetto da una schizofrenia cronica. È lo stesso Tajani che per mesi ha difeso acriticamente Tel Aviv blindando la narrazione della “grande democrazia mediorientale”, salvo poi risvegliarsi tardivamente chiedendo il rispetto del diritto internazionale quando la polvere del disastro etico e umanitario è diventata impossibile da nascondere sotto il tappeto della propaganda.

Gli italiani meriterebbero leader capaci di verticalità, di visione storica, di orgoglio romano ed europeo. Invece, ci troviamo di fronte a un teatrino dove il pronipote del generale dell’8 settembre, pur di non difendere i confini e la civiltà che ha l’onore di rappresentare, preferisce fingersi nipote di un santone di Fez. Tra la geopolitica del pomodoro e la diplomazia del tappetino, la parabola di questa destra liberale si chiude come è iniziata. Con una memorabile, imperdonabile fuga dalle proprie responsabilità storiche.

Tony Fabrizio

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