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“Una Nazione non è una sala d’attesa internazionale aperta a chiunque desideri entrarvi”, intervista a Sherif El Sebaie

by Francesca Totolo
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Intervista

Roma, 23 giu – “Lo dico da cittadino naturalizzato, e quindi in origine un immigrato: sono il primo sostenitore della remigrazione”, ha scritto Sherif El Sebaie in un post, intervenendo a gamba tesa nella diatriba che è deflagrata in Italia. Di padre egiziano e madre greca, è arrivato in Italia quasi trent’anni fa per motivi di studio. È un esperto consulente di diplomazia culturale e analista geopolitico del Medio Oriente, fellow del German Marshall Fund degli Stati Uniti e dell’International Visitor Leadership Program del Dipartimento di Stato americano.

Nel corso della sua carriera, ha collaborato con diverse istituzioni pubbliche e private, maturando una conoscenza diretta dei rapporti geopolitici tra Stati Uniti, Europa e Medio Oriente e delle dinamiche migratorie. Da osservatore privilegiato di entrambe le sponde del Mediterraneo, è opinionista, autore e relatore di numerose conferenze dedicate alla storia, alla politica e alla cultura mediterranea. Le sue analisi si distinguono per un approccio anticonformista e per la volontà di sfidare le narrazioni dominanti.

L’intervista a Sherif El Sebaie

Conoscendo la sua onestà intellettuale, non sono rimasta sorpresa dal suo post in favore della remigrazione di clandestini e immigrati criminali.

È vero che ultimamente è diventato di moda presentare come estremista ciò che fino a pochi anni fa sarebbe apparso semplice buonsenso. Ma in realtà mi sarei sorpreso del contrario, ovvero che una posizione del genere venga considerata controversa, anche se espressa in toni chiaramente provocatori e adatti ai social. Uno Stato ha il diritto, anzi il dovere, di controllare le proprie frontiere. E di allontanare chi vi soggiorna illegalmente o chi sceglie di violare gravemente le leggi del Paese che lo accoglie. La remigrazione dei clandestini e degli immigrati criminali non è una misura ideologica, ma uno strumento di tutela della legalità, della coesione sociale e persino della credibilità dell’immigrazione legale.

Un Paese non è una sala d’attesa internazionale aperta a chiunque desideri entrarvi. Uno Stato che non è in grado di far rispettare le proprie norme trasmette un messaggio molto semplice: che le regole sono facoltative. E una società in cui le regole diventano facoltative è una società dove regna il caos. Quando si cancella ogni distinzione tra legalità e illegalità, tra integrazione e rifiuto dell’integrazione, si finisce per svalutare proprio il sacrificio di chi quelle regole le ha rispettate. L’immigrazione incontrollata danneggia innanzitutto gli immigrati regolari, quelli che hanno affrontato percorsi lunghi, spesso difficili e costosi, per costruirsi una vita rispettando le regole.

Nonostante il recente cambio di rotta dell’Unione europea, la sinistra continua ad affermare che coloro che sostengono la remigrazione siano razzisti. Lei ha origini straniere. Il suo è autolesionismo?

Mi piacerebbe risponderle che ho ispirato io “Cinquanta sfumature di grigio”, ma l’argomento è talmente scadente da risultare quasi comico. È una forma di infantilizzazione dello straniero che trovo offensiva. Come se l’unico pensiero consentito a chi ha origini straniere fosse quello approvato da una certa élite ideologica, da un certa corrente politica, da un determinato partito.

Se una persona di origini straniere sostiene che un altro straniero, fosse anche un connazionale, entrato illegalmente o condannato per reati gravi debba essere rimpatriato, diventa improvvisamente razzista contro sé stesso? E cosa avrebbero in comune? Mettere sullo stesso piano chi contribuisce alla società e chi la danneggia significa cancellare ogni distinzione morale e giuridica. Trovo singolare che il dibattito si concentri sempre sui diritti di chi arriva e quasi mai sui diritti di chi c’era già, a prescindere dal fatto che si parli di autoctoni o di immigrati regolari.

Lei è arrivato in Italia dall’Egitto quasi trent’anni fa. Da riconosciuto intellettuale e analista del Medio Oriente, può spiegarci come ha vissuto il cambiamento della società italiana?

Negli ultimi decenni ho visto affermarsi una curiosa forma di masochismo culturale. Qualsiasi elemento esterno viene celebrato acriticamente, anche se eventualmente in palese contrasto con le tradizioni, la cultura e la mentalità occidentale. Tutto ciò che è italiano, europeo o occidentale viene invece guardato da una determinata corrente ideologica con sospetto, quasi fosse un elemento fastidioso e di intralcio.

Mi capita sempre più spesso di assistere a scene che trovo francamente surreali. Recentemente in un’intervista un giovane italiano rispondeva sul tema della remigrazione: “Fanculo l’italiano bianco”. Il punto è che quel ragazzo era lui stesso italiano e bianco. In Europa, questo atteggiamento masochista viene spesso considerato una forma di progresso morale.

Ci troviamo davanti a una situazione in cui alcuni europei sembrano aver interiorizzato una forma di ostilità verso la propria identità che sarebbe impensabile in quasi qualunque altra parte del mondo. L’integrazione non è possibile se la società ospitante si vergogna di sé stessa. Una società che smette di stimarsi diventa inevitabilmente incapace di integrare chi arriva. Nessuno si integra nel vuoto.

In fondo, la vera domanda non è se gli immigrati siano disposti a integrarsi. La vera domanda è se l’Europa sia ancora sufficientemente convinta di sé stessa da offrire qualcosa in cui integrarsi.

Secondo lei, esiste un fattore che facilita l’integrazione degli stranieri in Italia? Culture non assimilabili, quasi tribali, si potranno mai effettivamente integrare?

L’integrazione richiede una condizione fondamentale: la volontà di diventare parte della comunità che ti accoglie. È questo il patto implicito dell’immigrazione. Il multiculturalismo europeo ha spesso trasmesso il messaggio opposto: non devi adattarti, è la società che deve adattarsi a te. È una ricetta perfetta per la frammentazione, altro che integrazione.

Quanto alle culture cosiddette “tribali”, il problema non è l’origine etnica ma la distanza dai valori civici fondamentali: uguaglianza davanti alla legge, libertà individuale, rispetto delle donne, laicità delle istituzioni. Dove questi principi vengono rifiutati, l’integrazione diventa estremamente difficile per entrambi.

Quando ancora risiedeva in Egitto, lei ha assistito all’ascesa della Fratellanza Musulmana che poi culminò con la presa di potere di Mohamed Morsi nel 2012. Tale organizzazione, ritenuta terroristica da diversi Paesi, pure del mondo arabo, e che professa l’Islam politico, ha finanziato con milioni di euro moschee e centri islamici in Italia e nel resto d’Europa. Perché tale miopia?

Perché l’Europa ha spesso guardato al Medio Oriente attraverso le lenti dell’ideologia. Ovvero di quello che definisco il “trombonismo accademico” di una minoranza di docenti e giornalisti ideologizzati che monopolizza lo spazio mediatico, anziché della vera conoscenza e dell’esperienza sul terreno.

Molti di loro hanno scambiato la Fratellanza Musulmana per un movimento moderato semplicemente perché diceva di volere delle elezioni. Ma partecipare alle elezioni non significa necessariamente essere democratici. Anche i movimenti illiberali possono utilizzare gli strumenti della democrazia per perseguire obiettivi incompatibili con essa.

La cosa paradossale è che molti governi arabi conoscevano perfettamente la natura del fenomeno e ne denunciavano i rischi, mentre numerosi osservatori occidentali liquidavano tali preoccupazioni come autoritarismo o propaganda. La conseguenza è stata una sottovalutazione sistematica dell’islamismo politico, le cui reti culturali, associative e religiose hanno spesso trovato in Europa spazi che sarebbero stati impensabili in molti Paesi musulmani.

Peraltro, abbiamo assistito alle Primavere Arabe in Nordafrica e in Medio Oriente, sostenute dai finanziamenti e dalle bombe occidentali. Ciò ha spinto a un’immigrazione di massa da quei Paesi all’Europa. Prima della sua uccisione, Gheddafi profetizzò: “Domani l’Europa potrebbe non essere più europea”. Secondo lei, esiste un progetto di sostituzione etnica?

Non credo all’esistenza di una cabina di regia che abbia progettato a tavolino la trasformazione demografica dell’Europa. La storia è quasi sempre più caotica e meno cinematografica. Il punto non è se esista o meno una “sostituzione etnica” organizzata, ma che sarebbe ingenuo negare l’esistenza di conseguenze demografiche profonde derivanti da decenni di immigrazione di massa, denatalità europea e politiche migratorie spesso prive di visione strategica.

Per anni l’insulto morale ha sottratto certi temi al dibattito pubblico. Come se se i popoli europei abbiano perso il diritto di discutere apertamente del proprio futuro demografico senza essere immediatamente scomunicati come estremisti. Purtroppo la realtà ha presentato il conto: quando milioni di cittadini percepiscono che il volto delle loro città sta cambiando rapidamente, non serve accusarli di razzismo. Serve ascoltarli.

Una democrazia matura non teme queste domande. Le affronta. Il vero pericolo non è discutere di identità, immigrazione e integrazione. Il vero pericolo è proibire la discussione fino a quando il malcontento non esplode nelle urne o, come è successo recentemente a Belfast, nelle strade.

Francesca Totolo

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