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Dai pro-Pal ad Hamas: così la sinistra ha perso di vista l’islam politico

by La Redazione
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Hamas islam politico

Roma, 23 giu – L’inchiesta de Il Tempo sulla rete italiana legata ai presunti finanziamenti ad Hamas ha il merito di spostare il dibattito fuori dalla sua gabbia più comoda. Non si tratta di arruolarsi nel fronte filo-israeliano, né di cancellare le responsabilità di Tel Aviv nella destabilizzazione del Vicino Oriente. Si tratta di riconoscere un dato politico che in Europa viene sistematicamente rimosso: l’islam politico non è semplice associazionismo religioso, né generica solidarietà umanitaria, bensì una visione del mondo, una struttura di influenza, un progetto di potere in movimento.

L’inchiesta de Il Tempo sui fondi ad Hamas

Il caso Hannoun è solo il punto di emersione di un sistema più largo. L’Operazione Domino della Dda di Genova ha portato a nove arresti e al sequestro di milioni di euro, con l’accusa di avere convogliato fondi verso Hamas attraverso associazioni attive in Italia. La Cassazione ha poi annullato con rinvio le ordinanze cautelari, imponendo una nuova valutazione e ridimensionando il peso dei documenti di provenienza israeliana. Questo elemento va tenuto fermo: il procedimento è in corso e il garantismo resta necessario. Ma il piano giudiziario non esaurisce quello politico. Anche al netto delle contestazioni processuali, resta il dato di una rete che per anni ha avuto accesso allo spazio pubblico italiano, alle piazze, ai media, alle istituzioni. Il punto nuovo che emerge dall’inchiesta riguarda il possibile raccordo internazionale. Secondo Il Tempo, dagli atti genovesi emergerebbero riferimenti a Ramy Abdu, fondatore di Euro-Med Monitor, e a un circuito turco utilizzato per i flussi verso Gaza. La Turchia è da anni uno degli snodi principali dell’islam politico mediterraneo, insieme al Qatar, e Hamas vi trova un ambiente politico molto meno ostile rispetto all’Europa. Il problema, dunque, non è solo “dove sono finiti i soldi”, ma dentro quale ecosistema politico e finanziario l’Italia sia stata inserita.

L’infiltrazione musulmana in Europa non è una fantasia

Qui la sinistra italiana ha dimostrato tutta la propria miopia. Per accreditarsi come interprete della causa palestinese, ha spalancato le porte a una galassia che non controlla e spesso nemmeno comprende. Hannoun non era un fantasma. È stato ricevuto, fotografato, ospitato, difeso. Attorno a lui si sono mossi parlamentari, attivisti, intellettuali, sigle pro-Pal, pezzi del Pd, del M5S e di Avs. La stessa dinamica si è vista con le Flotilla: operazioni presentate come umanitarie, ma costruite soprattutto come pressione politica e mediatica. Non a caso, nell’ottobre 2025, la Farnesina invitò gli attivisti ad accettare la mediazione del Patriarcato Latino di Gerusalemme per consegnare gli aiuti, avvertendo contro iniziative sfruttabili da chi rifiutava la pace. Una formula diplomatica, ma chiarissima. Ovviamente la questione non riguarda i musulmani italiani, né il diritto di sostenere i civili palestinesi. Riguarda l’islamismo organizzato, cioè quella corrente che usa il linguaggio dei diritti, dell’antidiscriminazione e dell’inclusione per costruire rappresentanza politica, penetrazione istituzionale e controllo comunitario. Il rapporto del ministero israeliano sulla Fratellanza Musulmana in Italia indica Ucoii, Giovani Musulmani d’Italia, Bayan Institute, Alleanza Islamica d’Italia e Associazione dei Palestinesi in Italia come realtà collegate o contigue alla rete della Fratellanza. Si potrà discutere il punto di vista israeliano, e bisogna farlo senza ingenuità, ma liquidare tutto come propaganda sarebbe altrettanto irresponsabile. In Francia, un rapporto governativo ha già parlato della Fratellanza come di una minaccia di lungo periodo alla coesione nazionale, non tanto per via terroristica diretta, quanto per erosione culturale, pressione locale e costruzione di ecosistemi islamisti.

Islam politico e sinistra: l’alleanza tattica potrebbe costarci caro

È esattamente questo il punto che l’Italia continua a non voler vedere e su cui quasi nessun grande media – sempre pronto a indagare le “trame nere” del partito di governo – chiede veramente conto. La sinistra usa l’islam politico come alleato tattico: mobilita piazze, produce immagini, attira giovani, offre alla propaganda progressista un’identità immediatamente spendibile. Ma mentre la sinistra pensa di usare quel mondo, quel mondo usa la sinistra per normalizzarsi. Entra nei convegni, nelle università, nei comuni, nei tavoli istituzionali, nelle campagne mediatiche. Si presenta come società civile, ma ragiona come soggetto politico imperiale. Si mostra come vittima, ma avanza come potere organizzato. Di fronte a questo magma, l’unico criterio politico possibile è difendere l’Italia e l’Europa da ogni rete straniera che usa il nostro territorio come retrovia politica, finanziaria o propagandistica. Che venga da Tel Aviv, Doha, Ankara o Gaza, il problema resta lo stesso: le porte spalancate producono effetti anche quando, all’inizio, non si vedono. In Francia e in Belgio ci sono voluti anni perché certe zone grigie diventassero fratture aperte: prima Molenbeek, poi il Bataclan. Il punto non è stabilire una meccanica automatica tra associazionismo, islamismo e terrorismo. Il punto è molto più serio: quando uno Stato rinuncia a distinguere, controllare e decidere, prima o poi scopre che il nemico non arriva più da fuori ma è già dentro casa.

Un progetto di potere in movimento

La sinistra, invece, ha smarrito da anni questo criterio elementare di discernimento. Ha sovrapposto tutti i piani: la Palestina dell’Olp a quella di Hamas, la solidarietà umanitaria all’islamismo politico, la denuncia dei crimini israeliani all’assoluzione preventiva di qualunque interlocutore si presenti come “resistente”. Oggi il conto arriva sotto forma di fallimento politico. Domani, quando le reti si saranno consolidate e le ambiguità saranno diventate presenza sociale, potrebbe presentarsi in forme ben più dure. Chi pretendeva di dare lezioni morali al Paese ha finito per non vedere ciò che aveva davanti agli occhi: una rete, un metodo, una visione del mondo incompatibile con l’idea stessa di Europa. E incompatibile, soprattutto, con quei valori progressisti in nome dei quali le sono state aperte le porte.

Vincenzo Monti

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