Roma, 27 mag – Il giorno dopo l’assalto alla plenaria della Consulta provinciale degli studenti di Roma, la questione non riguarda più soltanto ciò che è accaduto dentro l’assemblea. Riguarda soprattutto ciò che è accaduto dopo: il tentativo di costruire una narrazione a senso unico, di rovesciare le responsabilità, di trasformare chi denuncia l’aggressione in colpevole preventivo. È il secondo tempo della stessa partita: prima la pressione fisica dentro l’organo rappresentativo, poi la pressione mediatica fuori.
Su quanto successo in Consulta una narrazione a senso unico
Ne parliamo con Andrea Catalini, coordinatore romano di Azione Studentesca, che denuncia apertamente un sistema già entrato in funzione per coprire la sinistra giovanile. “Quello che stiamo vedendo è la sinistra che mette in moto le sue truppe mediatiche”, afferma Catalini. Il riferimento è alle ricostruzioni circolate dopo gli scontri alla Consulta, dove la Rete degli Studenti Medi ha contestato il cambio di nome della commissione “Antifascismo e memoria storica”, diventata “Memoria storica e democrazia”. Secondo Catalini, Azione Studentesca avrebbe provato a fornire tempestivamente la propria versione dei fatti a diverse testate, inviando comunicati e materiali, senza però ricevere attenzione: “Abbiamo contattato diverse testate per fornire la nostra versione dei fatti, inviando tempestivamente un comunicato che raccontava l’assurdità di quanto stava accadendo, ma non c’è stato il minimo interesse a pubblicarlo”. Il punto, per Catalini, non è episodico. Non si tratterebbe di una semplice disattenzione giornalistica, ma del riflesso di un blocco politico-mediatico ben preciso: “Questi media sono totalmente integrati in un sistema che ruota attorno ai sindacati e al Partito Democratico, pronti a sostenerli a spada tratta ogni volta che serve”. È qui che la vicenda della Consulta smette di essere una lite studentesca e diventa un caso politico. Perché quando un organo rappresentativo cambia maggioranza, quando la sinistra perde un presidio che per anni ha considerato proprio, ogni passaggio viene subito trasformato in emergenza democratica.
Il volto della sinistra quando perde il controllo
Catalini respinge la rappresentazione secondo cui Azione Studentesca avrebbe forzato la mano o “calpestato” la Consulta. A suo giudizio, il problema è molto più semplice: la sinistra studentesca non accetta di aver perso il controllo dell’ente. “Stanno cercando di bloccare la plenaria per motivi puramente ideologici perché non accettano di aver perso”, spiega. E aggiunge: “Chi si dichiara democratico sta andando contro il voto degli studenti che hanno eletto democraticamente questo consiglio di presidenza”. La contraddizione è evidente: ci si appella alla democrazia contro una maggioranza eletta, si invoca la sovranità dell’assemblea impedendo all’assemblea di lavorare, si parla di rappresentanza mentre si prova a delegittimare chi rappresenta davvero una parte degli studenti. La questione, però, non nasce ieri. Catalini ricostruisce anche il rapporto tra la Rete degli Studenti Medi, la Cgil e la gestione della Consulta negli anni precedenti. Secondo il coordinatore romano di Azione Studentesca, la sinistra avrebbe governato l’ente per diciassette anni, costruendo intorno alla Consulta una gestione politica e materiale tutt’altro che neutra. “Per 17 anni la Rete degli Studenti Medi ha governato questo ente spendendo ogni anno tra i 7.000 e gli 8.000 euro per le plenarie”, racconta. “La cosa assurda è che queste si svolgevano in sedi di proprietà della Cgil, ovvero il sindacato di riferimento della Rete; in pratica, spendevano tra i 1.500 e i 1.800 euro a seduta per andare a casa loro, senza produrre altri progetti per gli studenti”.
La Consulta come organo attivo e partecipato
Qui emerge un dato decisivo. La battaglia sulla Consulta non riguarda soltanto una parola cambiata nel nome di una commissione. Riguarda un sistema di gestione, relazioni, abitudini, automatismi, risorse e spazi. Azione Studentesca rivendica di aver invertito la rotta proprio su questo piano: meno spese per la burocrazia assembleare, più risorse per le attività concrete. “Noi abbiamo invertito la rotta: finora abbiamo speso meno di 3.000 euro per le plenarie, chiedendo con forza sedi gratuite come spetta a un ente pubblico, e stiamo usando i risparmi per finanziare progetti concreti”, spiega Catalini. È anche per questo, secondo lui, Azione Studentesca sta crescendo. Non solo per reazione alla sinistra, ma perché ha riportato nelle scuole una forma concreta di sindacalismo studentesco. “Ci votano perché abbiamo portato il sindacalismo studentesco nelle scuole”, afferma Catalini. “Mentre prima si faceva solo manfrina sull’antifascismo a 80 anni dalla nascita della Repubblica, noi proponiamo fatti concreti: concorsi di fotografia, di scrittura, tornei sportivi e conferenze. Gli studenti hanno capito che, oltre alla nostra visione identitaria, siamo gli unici a rendere la Consulta attiva come non mai”.
Il cambio di nome è provocatorio solo se sei antifascista
In questa frase c’è forse il nodo politico più importante. La destra studentesca non cresce soltanto perché denuncia l’antifascismo, ma perché intercetta un bisogno di presenza, identità e attività reale. Mentre la sinistra resta aggrappata alle sue liturgie, Azione Studentesca prova a presentarsi come forza capace di trasformare un organo spesso percepito come vuoto in uno spazio attivo. È proprio questo che manda in crisi il vecchio schema: non una destra marginale da tenere fuori, ma una destra organizzata, eletta, radicata e capace di amministrare. Sul cambio di nome della commissione, Catalini nega che si sia trattato di una provocazione. La sostituzione di “Antifascismo e memoria storica” con “Memoria storica e democrazia”, sostiene, aveva un obiettivo più ampio: “Volevamo solo allargare il concetto per contrastare tutte le dittature in favore della libertà. Abbiamo inserito la parola democrazia: se per loro l’antifascismo è sinonimo di democrazia, allora questo termine ne contiene già il significato. Chi ha un problema con la parola democrazia ha un problema serio”.
C’è una sinistra che inneggia alla violenza
Ed è qui che il cortocircuito esplode. Da decenni la sinistra ripete che antifascismo e democrazia coincidono, che la Costituzione è antifascista, che non esiste vera democrazia fuori dall’antifascismo. Ma quando una commissione passa dalla parola “antifascismo” alla parola “democrazia”, scatta l’allarme. Questo significa che il termine antifascismo non viene usato come principio condiviso, ma come marchio proprietario, come recinto politico, come strumento di controllo della memoria. Anche su questo Catalini prova a rovesciare la narrazione. La memoria storica, per Azione Studentesca, dovrebbe essere condivisa e non sequestrata da una sola parte. “In Consulta celebriamo con la stessa dignità la Giornata della Memoria e il Giorno del Ricordo”, spiega. “Noi non abbiamo timore di ricordare i crimini di qualsiasi dittatura o organizzazione”. Il problema, secondo lui, sarebbe invece dall’altra parte: “C’è una sinistra, integrata con quella parlamentare, che ancora oggi non riesce a condannare chi inneggia alla P38 o ai ‘fascisti con le cervella schizzate’. Forse sono loro a doversi interrogare su questo”.
Condividere la memoria o contenderla?
Dopo quanto accaduto alla Consulta di Roma, diventa sempre più difficile parlare di semplice tensione tra studenti di destra e di sinistra. La vicenda mostra un sistema più largo: una sinistra giovanile che considera ogni spazio non controllato come un abuso, una rete politica e sindacale pronta a difenderla, una parte della stampa incline a rovesciare la scena prima ancora di guardarla. Non siamo davanti agli “opposti estremismi”, né alla solita rissa da assemblea. Siamo davanti al tentativo di impedire che un’alternativa studentesca possa esistere, governare e proporre un’altra idea di scuola. Prima si blocca l’assemblea, poi si prova a imporre ai giornali la versione ufficiale dei fatti. Il cambio di nome della commissione ha avuto almeno un merito: ha mostrato che l’antifascismo tollera la democrazia solo quando ne conserva il controllo.
Oltre la polemica del momento, secondo chi scrive, occorre superare certe parole che sanno di vecchio come “antifascismo”, ma anche “democrazia” – lo avevamo già scritto a proposito del termine “pacificazione”. Perchè il punto non è solo contendere la toponomastica, quanto contendere la memoria, i simboli, i corpi e il racconto della scuola a Chi cerca di neutralizzare ogni forma d’identità: chi per convertire ogni spazio in ambiente di coltura per l’homo oeconomicus; chi per sopravvivere, magari appellandosi alla Costituzione antifascista e a quei valori che ispirano i fanatici della “parte giusta della storia”. Perché quando cambia il racconto della realtà, allora cambia anche il potere.
Sergio Filacchioni