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Caso Eterno: basta vittimismo social, la Remigrazione è una battaglia epocale

by Sergio Filacchioni
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Eterno

Roma, 8 giu – L’aggressione subita a Parma da Ferenc Venturelli, conosciuto sui social come Eterno, apre una questione che merita di essere analizzata oltre le facili contrapposizioni. L’influencer è stato inseguito e colpito da un gruppo di stranieri dopo una dinamica poco chiara di provocazioni verbali. I filmati circolati online hanno subito alimentato due narrazioni opposte. Da una parte, quella di chi ha provato a trasformare Venturelli nell’ennesima vittima del degrado urbano. Dall’altra, quella della sinistra politica e giornalistica che ha cercato immediatamente di ridurre l’aggressione a una reazione comprensibile, se non addirittura legittima.
Ovviamente, entrambe le letture sono tossiche e insufficienti, ma per motivi differenti. La prima perché evita di interrogarsi sulla responsabilità politica di chi impugna temi enormi come immigrazione, sicurezza e remigrazione per costruire contenuti social. La seconda perché conferma, ancora una volta, la disponibilità della sinistra a giustificare la violenza quando la vittima appartiene al campo politico avversario.

Parma, Eterno circondato e picchiato da un gruppo di stranieri

Il primo nodo da sciogliere riguarda proprio Venturelli e, più in generale, quello su una certa destra “neocon” italiana, più americana che europea, più social che politica, più interessata alla posa che alla disciplina, che ha scambiato la riscossa nazionale per un mestiere da content creator. Si va nei quartieri, si accende la telecamera, si cerca il contatto con immigrati, sbandati, spacciatori, marginali o semplici passanti, si provocano reazioni, si pubblica il video, si raccoglie indignazione istantanea. È un modello ormai riconoscibile, riprodotto e diffuso, costruito sulla sovrapposizione tra denuncia politica e produzione di contenuti. Il problema è che questa pratica, quando viene applicata a questioni decisive come la Remigrazione, finisce per indebolire proprio la battaglia che pretende di servire. Perchè, giusto per ribadirlo, la Remigrazione è una prospettiva politica complessa, che riguarda il controllo dei confini, la sovranità nazionale, la crisi del modello multiculturale, la sicurezza delle città, la pressione esercitata dall’immigrazione di massa sui quartieri popolari, il lavoro, la casa, la scuola, i servizi sociali, la coesione comunitaria. Ridurla a una gag provocatoria significa abbassarla di livello e depotenziarla. Significa permettere ai nemici di presentarla come un’isteria aggressiva, quella della peggior specie: quella di chi, di fronte alla reazione brutale della realtà, si ritrova a correre, a cadere, a invocare il ruolo della vittima.

Ovviamente il problema non è denunciare il degrado. Il problema è farlo senza disciplina, senza intelligenza, senza struttura, senza una comunità dietro, senza consapevolezza del terreno su cui ci si muove. Le cosiddette no-go zone non sono una paranoia complottista: in molte città europee esistono aree in cui la sovranità reale dello Stato è debole, intermittente, contestata e costantemente rinegoziata; zone dove la polizia entra con cautela, dove il controllo informale del territorio passa attraverso bande, reti etniche, microcriminalità, spaccio, intimidazione. Ma, proprio per questo, non ci si entra come turisti.

Se questo è il vostro “servizio”, possiamo farne a meno

Il precedente di Simone Carabella a Villa Gordiani rientra nello stesso problema, anche se in una forma diversa. In quel caso Carabella si era presentato a una festa di quartiere legata alla sigla Mercato Arabo brandendo un panino con la porchetta, con l’evidente intento di provocare i presenti e ottenere una reazione da trasformare in contenuto social. Anche lì, occasione sprecata: una seria inchiesta su iniziative come Mercato Arabo, avrebbe potuto aprire una discussione seria sul modo in cui una parte della sinistra utilizza l’identità islamica e le comunità immigrate come strumenti di costruzione politica e territoriale. Ma anche in quel caso la possibilità di affrontare il tema è stata bruciata dalla logica della provocazione. L’attenzione pubblica si è concentrata quasi esclusivamente sul gesto di Carabella, sulla scenetta della porchetta, sulla ricerca dello scontro. Il risultato finale è stato la ridicolizzazione, in larga parte sacrosanta e inevitabile, del provocatore stesso. E ancora una volta il tema politico di fondo è scomparso dietro il comportamento del personaggio che pretendeva di denunciarlo. Questo tipo di attivismo non produce radicamento, non organizza comunità, non costruisce consenso profondo. Produce episodi, reazioni, polarizzazione e, spesso, danni politici.

Insomma, chi intende parlare di Remigrazione deve comprendere il peso del tema. Non basta ripetere una parola corretta per contribuire a una battaglia corretta. Il linguaggio, il contesto, il metodo e la postura contano. Se una rivendicazione epocale viene associata a provocazioni improvvisate, a video costruiti per ottenere reazioni e a successive campagne vittimistiche, quella rivendicazione viene indebolita. La remigrazione ha bisogno di elaborazione politica, dati, proposte, organizzazione, presenza territoriale, capacità di leggere i rapporti sociali. Non ha bisogno di improvvisazione.

La sinistra ha già scelto il suo nemico pubblico

Arriviamo al secondo punto, ancora più netto. Nessuna provocazione verbale trasforma un’aggressione di gruppo in un fatto legittimo. Nessun insulto autorizza un inseguimento, un accerchiamento, calci e pugni. O meglio, questo è quello che ci hanno sempre raccontato. Perchè non si può criticare il comportamento di Venturelli e, nello stesso tempo, affermare che il pestaggio resta un pestaggio? Come spesso accade, la sinistra ha poco “buon senso”, ma molto discernimento politico: molti giornali, infatti, hanno parlato degli aggressori come di “ragazzi”, “giovani” o “ragazzi stranieri”, adottando una formula che attenua immediatamente la gravità del fatto. “Ragazzi” produce un effetto di normalizzazione; “branco” o “gruppo di aggressori” produce un effetto opposto. La differenza lessicale coincide quasi sempre con l’identità politica della vittima e con l’identità sociale degli aggressori. Se la vittima appartiene a un’area progressista, l’aggressione diventa immediatamente il sintomo di un clima d’odio, di squadrismo, di razzismo di Stato. Se la vittima appartiene alla destra, si cerca prima di tutto il contesto attenuante: che cosa ha detto, perché era lì, quale video stava girando, quale provocazione ha commesso, quale responsabilità indiretta porta. Non si giudica più il fatto in sé, ma la sua utilità narrativa.

Come spesso accade, la posizione espressa da Saverio Tommasi sui social ha reso esplicito questo meccanismo meglio di qualsiasi strumento. Tommasi ha scritto che un influencer di area estrema destra, leghista, è stato circondato e preso a calci da un gruppo di ragazzi stranieri, aggiungendo che l’influencer era andato a provocarli e che li avrebbe chiamati “scimmie”. Poi la frase centrale: quella dei ragazzi stranieri, “visto che ai leghisti piace tanto”, avrebbe un nome, “legittima difesa”. Eccola qui, la posizione politica: l’aggressione può essere ricollocata dentro una categoria moralmente accettabile perché diretta contro un soggetto ritenuto colpevole in partenza. Certo, qualcuno dovrebbe spiegare a Tommasi (arduo compito) che la legittima difesa non è la ritorsione e che presentarla in questi termini significa piegare un concetto giuridico e morale fino a trasformarlo in giustificazione della violenza.

La sinistra non concede spazi sul vittimismo

L’ipocrisia poi si sposta anche su un altro piano, più sottile. Tommasi attacca gli influencer che riprendono persone marginali, tossicodipendenti, minorenni o soggetti fragili, accusandoli di dare in pasto il degrado ai social. Peccato che una parte consistente del giornalismo progressista utilizza da anni telecamere nascoste, riprese rubate, infiltrazioni, provocazioni, montaggi selettivi e inchieste costruite per ottenere una reazione dal bersaglio politico. Da Fanpage a Le Iene, da Piazzapulita a Report, il format “provocatorio” non è certo un’invenzione di destra. In quei casi, ovviamente, il metodo viene presentato come giornalismo d’inchiesta, perchè il bersaglio è il nemico assoluto. Quando lo adotta un influencer di destra, diventa automaticamente provocazione inaccettabile. La domanda, allora, è inevitabilmente scontata: se un gruppo di militanti di destra circondasse e picchiasse un giornalista progressista dopo un’inchiesta sotto copertura, si parlerebbe di legittima difesa? Evidentemente no. Si parlerebbe di aggressione fascista, di attacco alla stampa, di intimidazione politica, di emergenza democratica. La condanna sarebbe assoluta e immediata. Si tratta, in fin dei conti, del solito doppio standard.

La sinistra italiana ha costruito per decenni il suo monopolio sul vittimismo. E questo monopolio si fonda su una legge granitica: non tutte le vittime hanno lo stesso valore pubblico. Alcune vengono elevate a simbolo, deificate e santificate. Altre vengono interrogate, processate, ridicolizzate o dichiarate responsabili della violenza subita. Nel caso di Venturelli, la condanna dell’aggressione è stata subito subordinata alla necessità di ricordare la provocazione precedente. Ma questa regola non vale mai in modo universale. Vale solo quando serve a ridimensionare una violenza subita da chi appartiene al campo politico sbagliato.

Il caso Eterno ci ricorda che la Remigrazione è una cosa seria

Da qui nasce la lezione più importante della vicenda. La destra non può imitare il vittimismo progressista pensando di ottenerne gli stessi risultati. La sinistra dispone di un sistema culturale e mediatico capace di trasformare alcune vittime in simboli pubblici e altre in casi da ridimensionare, contestualizzare o dimenticare. Per questo Henry Nowak non diventerà mai, per loro, un nome da ricordare: come molti giovani europei uccisi nel silenzio generale, resta un’anomalia da archiviare prima che diventi memoria politica. Ma proprio quei nomi dovrebbero contribuire a costruire una nuova coscienza europea, non attraverso il risentimento o la richiesta di compassione, bensì attraverso memoria, appartenenza e rivendicazione politica. Il punto non è trasformare ogni ferita in martirologio social, né chiedere solidarietà a chi non la concederà mai. Il punto è dare forma politica al conflitto reale che attraversa le città europee, dove il modello multiculturale mostra ogni giorno le sue fratture. Per questo il caso Eterno dovrebbe ricordare una cosa semplice: la remigrazione non può essere sottovalutata, ridicolizzata o lasciata all’improvvisazione. È una battaglia epocale, e come tale va affrontata in modo serio, organizzato e organico.

Sergio Filacchioni

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