Roma, 24 giu – L’ennesimo capolavoro del globalismo straccione nostrano arriva da Torino, dove GTT, l’azienda locale di trasporto pubblico, preferisce andare a cercare e pagare autisti all’estero piuttosto che assumere dignitosamente gli italiani. Siamo di fronte a una vera e propria discriminazione che si consuma sulla pelle dei torinesi, prima ancora che dei cittadini di un’intera nazione, svenduta sull’altare del low-cost e del finto progressismo.
Il dogma del lavoro che gli italiani non vogliono più fare
La narrazione immigrazionista è sempre la solita minestra, usata, abusata e consumata nei salotti progressisti: mancano gli autisti, i giovani sono pigri, gli stranieri fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare. Una menzogna colossale. La verità è che i giovani italiani non sono affatto pigri: rifiutano semplicemente di farsi schiavizzare per stipendi da fame, turni massacranti e la prospettiva, quasi certezza, di non fare più ritorno a casa l’ultima sera della settimana per millequattrocento euro. Invece di fare l’unica cosa logica e patriottica, ovvero alzare i salari – così come hanno alzato il costo del titolo di viaggio in occasione delle Olimpiadi invernali – dare maggiore potere d’acquisto ai lavoratori, migliorare le condizioni di sicurezza e investire sul territorio, i vertici della GTT hanno preferito la scorciatoia mondialista: importare manodopera da fuori, disposta ad accettare condizioni al ribasso pur di entrare nel circuito. Ma c’è di più: un italiano, per iniziare a lavorare presso la società torinese, o anche solo per candidarsi, deve sostenere dei costi. Innanzitutto quello della patente, che si aggira tra i tremila e i cinquemila euro, oltre alle spese e a tutto l’incartamento necessario. Per i “nuovi lavoratori d’oltreconfine”, invece, in collaborazione con la Operti, esiste una corsia preferenziale: la GTT sostiene interamente i costi per il conseguimento della patente e della Carta di qualificazione del conducente.
La discriminazione al contrario
Siamo di fronte a un paradosso intollerabile, contro cui ognuno dovrebbe sbattere la faccia, ma che sembra infrangersi solo contro un muro di gomma: un’azienda di trasporto pubblico, finanziata e tenuta in vita soprattutto dalle tasse dei contribuenti torinesi e italiani, decide di tagliare fuori i disoccupati locali per creare una corsia preferenziale a lavoratori stranieri. Questa non è integrazione: è svendita salariale di Stato, nel totale spregio dell’equità e della parità di trattamento. Inermi e passivi, dovremmo anche subire la beffa dei servizi. Chi paga il biglietto, oltre alle tasse, ha il diritto sacrosanto di esigere un servizio efficiente. Un conducente di autobus di linea non deve solo sapere girare il volante: deve conoscere la città, saper comunicare con gli utenti anziani, garantire la sicurezza a bordo e integrarsi in un tessuto sociale già fortemente stressato. Andate a vedere sul sito istituzionale dell’ente il video promozionale: due stranieri, un uomo e una donna, raccontano il loro trionfo sociale in un italiano incerto e di difficile comprensione persino per chi è madrelingua. E guai a evitare i mezzi pubblici: si rischia di essere tacciati di razzismo dai vertici cittadini. È già successo a Firenze, dove il delirio progressista della consigliera dem Stefania Collesei si è scagliato contro l’“uomo maschio bianco non pervenuto. Allora ci sarà da lavorarci su, perché mentre nei Paesi europei i manager vanno in tramvia, i manager fiorentini vanno in automobile”.
Il fallimento dei vertici aziendali
Ciò che ci viene impomatato e venduto come una vittoria dell’integrazione, un trionfo del multiculturalismo nostrano e l’epopea dell’inclusione, in realtà cela una sconfitta culturale e una rovina gestionale. Se un’azienda strategica non riesce più ad attrarre lavoratori della propria nazione – che sono anche, volenti o nolenti, contribuenti di quella stessa azienda – la colpa non è solo del mercato, ma anche e soprattutto dei manager. D’altronde, nell’Italia del pensiero unico, è più facile tacciare di razzismo chi chiede stipendi dignitosi piuttosto che ammettere il fallimento della propria gestione. Dall’agricoltura ai servizi pubblici, la favoletta resta sempre la stessa. E cela sempre la stessa tragica realtà.
Difendere i confini nazionali del lavoro
La mossa della GTT non è un caso isolato, ma il sintomo di una malattia più grande che colpisce la nostra economia: la sistematica sostituzione della forza lavoro nazionale con braccia piegate al low-cost. Da Torino a Palermo, da Lecce ad Aosta, dovrebbe levarsi un grido di consapevolezza nazionale capace di spazzare via ogni complesso di inferiorità indotto: i servizi pubblici italiani appartengono innanzitutto ai lavoratori italiani. Arrendersi all’idea che per far funzionare il trasporto pubblico locale a Torino si debba necessariamente guardare oltreconfine significa firmare la resa economica e identitaria della nostra Nazione. Un’alternatva a questo declino guidato esiste: cacciare i tecnocrati poltronari, aumentare i salari, dare maggiore potere d’acquisto ai lavoratori e rimettere l’orgoglio del lavoro nazionale al centro di ogni azienda, pubblica e privata. Prima che sia troppo tardi.
L’abbattimento del fascismo del lavoro
Se l’azienda torinese di trasporti fa parlare di sé per questi trenta immigrati assunti come conducenti, è la solita Repubblica a festeggiare perché tutto questo è stato possibile grazie alla cancellazione di alcune restrizioni contenute in un Regio Decreto del 1931. In epoca fascista, la cittadinanza italiana era considerata condizione necessaria per immedesimarsi nel bene collettivo dello Stato e garantire l’imparzialità, la fedeltà del dipendente e la buona amministrazione. Dal 2013, invece, non occorre più avere il passaporto italiano per essere impiegati nel trasporto pubblico: basta essere in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo. Dunque, qualsiasi extracomunitario lungo soggiornante può inoltrare richiesta per lavorare nel settore dei trasporti e, così, regolarizzarsi. Il Gruppo Torinese Trasporti avrà risolto la penuria di conducenti di autobus? In attesa di capire se questo ulteriore esperimento integrativo porterà i frutti sperati, se il servizio guadagnerà davvero in competenza e qualità, una cosa è certa: avranno trovato il modo di fare viaggiare i clandestini senza biglietto. Adesso addirittura li stipendiano. Quanto alla sicurezza a bordo, alle molestie contro le donne e al degrado da giungla urbana, immaginiamo si stiano già attrezzando.
Tony Fabrizio