Roma, 24 giu – C’è la scritta con i colori ancora vivi al civico 5 di via Montebuono a Roma. Quattro parole, due frasi: “Lui vive, lui combatte”. Un solo pensiero: Francesco Cecchin. Quasi cinquant’anni dopo, il ricordo di Francesco e di tutte le vittime dell’odio politico è ancora vivo. E li si ricorda nel modo a loro più congeniale, per quello che erano: sempre presenti. Silenzio, compostezza, marzialità. Il grido del camerata caduto elevato al cielo. Per tre volte. Anche quest’anno. Per sempre.
Un rito troppo serio per essere sporcato con le bieche provocazioni e le sinistre polemiche. Un ricordo troppo radicato e profondo per permettere che venga infangato. Eppure, i guardiani della democrazia e della memoria, puntuali, si fanno trovare con la bava alla bocca. La loro bile viene vomitata senza rispetto, nemmeno del disincanto del tempo, visto che proprio non riescono a comprendere il valore di un gesto di simile portata. Incapaci di creare, sono costretti a rincorrere, ad abbaiare e a vomitare rabbia persino contro il ricordo.
L’incapacità di costruire che è anche incapacità di ascoltarsi
Eccoli, allora, vestire i panni dei delatori e assistere a ciò che loro non hanno minimamente saputo mettere in piedi: il ricordo. Proprio loro che parlano di memoria. Non hanno saputo far proprie nemmeno le parole di uno dei loro – Marcio Palladini, ex membro di Avanguardia operaia – quando scrive: “Mi ha sempre colpito, fin da allora, la capacità e la volontà dei fascisti di fare dei loro morti delle, magari surrettizie, ma tenacissime icone di eroi martiri, dedicando loro forme di culto thanatofilo per più di un verso ammirevoli, se non altro come risarcimento di memoria per chi era caduto combattendo o meno. La religione della morte della destra fascista garantiva ai suoi militanti un senso imperituro di fedeltà, di sacro patto giurato da parte di camerati di lotta, un senso di eternizzazione in nome dell’Onore. Noi della sinistra materialista non abbiamo mai avuto nulla di neanche lontanamente equivalente […]. Questa incapacità di saper elevare un culto dei morti, cioè di saper creare una ritualità in grado di immettere la vita del singolo dentro una comunità genealogica di affratellati ai medesimi valori e vincoli, unita alla superficialità con cui accettavamo e davamo morte mi ha fatto pensare, molti anni più tardi, a quando la sinistra marxista, a onta del suo autodopaggio ideologico, sia stata realmente orrendo veicolo e virus infettante di puro nichilismo”.
Il ricordo che è tutto contro i loro capricci da niente
Allora, eccoli che col fazzoletto rosso inzozzato al collo vomitano rabbia verso il ricordo del 16 giugno. All’angolo di Piazza Vescovio non ci sono state braccia tese. Niente coreografie d’area, niente simboli divisivi, nessun pretesto formale da dare in pasto ai talk-show in prima serata né ai magistrati a caccia di visibilità. Solo il silenzio composto, fiero e dignitoso di una comunità che si stringe attorno al ricordo di un ragazzo ucciso per le sue idee. Neppure una richiesta per sapere del destino di Sante Moretti o di Stefano Marozza, unico indagato e prosciolto, nonostante le dichiarazioni mendaci. Oppure per sapere come sia possibile che sia “convinzione della Corte che, nel caso di specie, non si sia trattato di omicidio preterintenzionale, ma di vero e proprio omicidio volontario”. Né qualcuno che abbia dato peso alle dichiarazioni del prof. Umani Ronchi all’udienza del 20 dicembre 1980: “Veramente grave e singolare appare pertanto che i periti non abbiano approfondito l’indagine, non si siano recati sul terrazzo dell’abitazione degli Ottaviani, ma semplicemente si siano limitati a dare un’occhiata dall’alto del ballatoio; e abbiano dato una ‘scorsa’ altrettanto superficiale ai rilievi effettuati dalla polizia scientifica. Altrettanto singolare come non abbiano tenuto in alcun conto i referti dell’ospedale San Giovanni”.
Eppure, l’odio politico dei guardiani dell’ortodossia progressista è rimasto esattamente lo stesso. I titoloni indignati sui giornali di regime sono scattati in automatico, i riflessi condizionati della sinistra si sono attivati con la solita precisione millimetrica. E questo cortocircuito smaschera la verità più brutale e politicamente scorretta: il fegato del progressismo non si spappola per il come si ricorda, ma per il chi si ricorda. La polemica sui saluti romani è sempre stata solo un paravento ipocrita per vigliacchi. La verità è che l’antifascismo militante e istituzionale non tollera che si ricordino i morti che ha sulla coscienza. Accettare la legittimità del ricordo di Francesco Cecchin, inchinarsi davanti al martirio di un adolescente, significherebbe per la sinistra fare i conti con la propria storia. Significherebbe smantellare cinquant’anni di narrazione egemone basata sulla favola della “violenza giusta”. Significherebbe ammettere che è esistita una stagione di piombo in cui l’odio ideologico dei cattivi maestri ha armato le mani di assassini rimasti impuniti, protetti da una coltre di complicità intellettuale che nei salotti bene e nei collettivi universitari decretava che uccidere un fascista non fosse reato, ma quasi un merito civile.
Dalla cancel-culture alla damnatio memoriae
Questo sistema ci vuole fluidi, sradicati, senza padri, senza radici e senza martiri. È il gioco truccato del moralismo progressista: se si scende in piazza con i simboli si viene processati per apologia; se, invece, si scende in piazza in silenzio si viene accusati di provocazione. Le regole della democrazia valgono solo per chi si adegua al dogma del pensiero unico. L’obiettivo finale non è la difesa della Costituzione, ma la cancellazione storica dell’avversario. Del nemico. Vogliono imporre un’amnesia di Stato che trasformi i nostri caduti in fantasmi senza nome, sepolti sotto il peso di una colpa collettiva eterna, utili solo a rinfrescare le patenti di legittimità morale di una sinistra allo sbando che non ha più nulla da dire. I paladini unici dell’unica memoria ammessa ridotti a manovalanza spicciola della cancel-culture. Ma la memoria identitaria non si cancella con un editoriale di Repubblica o con una mozione parlamentare.
Bisogna, allora, necessariamente cancellare per un attimo il riflesso pavloviano del politicamente corretto, smontare tutto il teatrino tirato su per decenni, uscire dalle gabbie del pensiero unico e guardare in faccia la realtà per quella che è, senza sconti. Perché anche quest’anno si è attivato il circo mediatico-giudiziario sul neofascismo, sulle minacce alla democrazia e sul pericolo delle braccia tese. Ci hanno spiegato per decenni che l’indignazione della sinistra era una questione di posture, di “riti del presente”, di abbigliamento, di luoghi e di date, di codici penali da applicare per difendere la Repubblica. Poi arriva la commemorazione per Francesco Cecchin e il copione salta, la maschera cade e la farsa si incarta da sola. Ma serve dignità e intelligenza per ammetterlo. Bisognerebbe fare i conti con la realtà e con la loro storia. Che rischia di apparire per quella che è davvero, a dispetto di quella impomatata, riscritta e rivenduta.
Meglio, quindi, continuare a combattere i fantasmi, fare la guerra a targhe e monumenti, ferire ulteriormente la dignità e il rispetto delle famiglie delle vittime, degli eroi. Cancellare il ricordo di loro, la loro presenza che, evidentemente, fa ancora paura. E finché ci sarà una comunità disposta a rifiutare l’addomesticamento culturale e a onorare il sangue dei propri ragazzi, la loro narrazione globale, la riscrittura degli eventi, le loro balle rosse avranno fallito. Francesco Cecchin, come ogni camerata caduto per la rivoluzione, vive in quel rifiuto di dimenticare. Perché è ancora una ferita aperta da cui esce sangue vivo che nessuna sentenza mancata e nessuna ipocrisia di regime riusciranno mai a rimarginare.
Tony Fabrizio