Roma, 02 lug – Soluzioni semplificate a problemi complessi. Dicasi populismo, stile comunicativo che a sinistra conoscono decisamente bene. Problemi di liquidità nel sistema pensionistico? Ci salverà l’alluvione migratoria. Interi settori economici a rischio chiusura senza manodopera a bassissimo costo? Importiamo nuovi schiavi. Inverno demografico? Basterà accogliere chi ancora non ha conosciuto i ritmi biologici del pingue Occidente. Retorica spiccia, ma che ancora pare far breccia tra chi vive fuori dal mondo o rinchiuso nella comfort zone della Ztl. Funziona così anche nel calcio: se la Nazionale buca l’appuntamento per tre Mondiali di fila allora “dobbiamo pensare in modo multietnico, come la Francia”. L’ultima sparata del progressismo calcistico nostrano arriva direttamente da Renzo Ulivieri, ex tecnico – tra le altre – di Sampdoria, Vicenza e Bologna.
Le parole di Ulivieri
A margine del consiglio federale di ieri ha spiegato l’ottuagenario presidente dell’Associazione Italiana Allenatori: “Ci dovrebbe pensare anche la politica alla nostra Nazionale. Se vediamo le squadre straniere, in ognuna ci sono 5-6 neri. Ho fatto una domanda: se facessimo una squadra di tutti bianchi saremmo migliori della Francia? Intendo che ci servono leggi e norme per adeguarci a un’idea mondiale della cittadinanza, a come l’idea della cittadinanza si sta evolvendo. Serve incentivare lo ius soli sportivo”.
La storia recente ad ogni modo smentisce l’allenatore toscano. Gli esempi sono diversi: dal grande bluff di Mario Balotelli alla toccata e fuga dell’oggetto misterioso Wilfried Gnonto, passando per Moise Kean. Quest’ultimo, con alle spalle una storia personale del tutto particolare, al netto di un’ottima stagione (2024/25) non ha mai fatto il salto di qualità. Tantomeno in azzurro.
Soluzioni “stantie e controproducenti”
Le parole di Ulivieri comunque non sono passate inosservate. Pronta risposta è arrivata da Paolo Marcheschi, responsabile nazionale Sport di Fratelli d’Italia: “Se la nuova visione del calcio italiano fosse quella di arrendersi alla creazione di talenti nostrani e invece ricorrere a naturalizzare stranieri, sarebbe la pietra tombale sulle aspirazioni di milioni di bambini e ragazzi che iniziano a giocare con l’aspirazione di giocare per il proprio Paese e indossare la maglia azzurra”. Il senatore definisce giustamente le soluzioni proposte dal compagno Renzo come “stantie e controproducenti”. Il senatore eccede però in ottimismo quando si dice “certo che il nuovo Presidente Malagò saprà condurre la Federazione verso altre soluzioni che rilancino il calcio italiano”.
Se il buongiorno si vede dal mattino infatti, la strada intrapresa dall’erede di Gabriele Gravina (“nel calcio se non dai la cittadinanza dopo un secondo arriva un altro Paese”) rischia già di essere più disastrosa di quella del suo predecessore.
Modello francese, modello inglese. E il modello italiano?
Nell’assurdità delle sue frasi, Ulivieri – comunista d’annata passato al Partito Democratico, poi a Sinistra, Ecologia e Libertà, ultimamente vicino a Potere al Popolo – vorrebbe risolvere una questione sistemica come si fa nel calciomercato. Una sorta di campagna acquisti per proporre dalle nostre parti l’irricevibilità del modello francese (perché qui ovviamente si va oltre alle questioni sportive).
Come se non fosse bastata, in un altro contesto del pallone, la lezione ricevuta sul precedente scimmiottamento della realtà anglosassone. Il risultato? Spese vive per i tifosi – biglietti, abbonamenti televisivi, merchandising – arrivate ormai alle stelle e limitazioni delle libertà personali all’ordine domenicale ma con stadi rimasti all’età della pietra sportiva e introiti dei club distanti ancora anni luce dal mondo della Premier League – il divario al contrario è sempre più netto.
Tornando al calcio giocato, la rincorsa del decennio scorso al tiki-taka spagnolo ha creato una generazione di connazionali abilissima nel palleggiare. Ma incapace di difendere (all’italiana) e fare gol. Più recentemente si è quindi buttato un occhio pure a quel che fanno in Norvegia oppure in Marocco. Perché si va (sempre) oltre il semplice prendere spunto, dimenticando che non esiste una ricetta buona per tutte le stagioni: ogni popolo d’altronde ha sempre declinato il calcio alla sua maniera. E se vogliamo è proprio questa l’essenza delle competizioni tra nazionali.
Dove si è rotto il giocattolo?
Così, a furia di guardare l’erba del vicino, il giocattolo si è rotto. C’era un modello che tra il Mediterraneo e l’arco alpino ha funzionato per quasi un secolo. Quello italiano però fino a un certo punto della catena ancora sembra girare a dovere: nel 2023 l’Under-19 ha vinto l’europeo di categoria, mentre l’anno successivo è stata Under-17 a trionfare contro i pari età del Vecchio Continente. Un successo bissato nello scorso mese di giugno.
A questi due successi vanno aggiunti gli argenti del Mondiale Under-20 (2023) e degli Europei Under-17 e Under-19 – rispettivamente nel 2018 e 2016. Se da una parte i settori giovanili italiani ancora lavorano qualitativamente bene, dall’altra il meccanismo si quando bisogna far completare il percorso di crescita dei ragazzi nel contesto delle prime squadre. E non è solamente un problema di grandi club o di Serie A. Sforniamo belle speranze che non riescono a diventare grandi (calciatori). In particolar modo in quelli che storicamente sono stati i nostri ruoli chiave.
Caro Ulivieri, il calcio italiano non ha un problema di mono-etnicità. Purtroppo, dalle stanze dei bottoni al rettangolo verde, non è più cosa per giovani. Ma si può ancora salvare, soprattutto dal populismo della sinistra.
Marco Battistini