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Se il miglior ricordo di Borsellino diventa il non ricordo

by Tony Fabrizio
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Roma, 16 lug – Dal cratere provocato dalla quintalata di tritolo lasciato nell’asfalto di Via Mariano D’Amelio a Palermo trentaquattro anni fa – domenica prossima ricorrerà l’anniversario – si erge maestoso un albero di ulivo. Che, forse, meglio di chiunque altro incarna ciò che è diventata via D’Amelio oggi. Quell’ulivo proveniente da Betlemme e voluto fortemente dalla signora Maria Pia, madre di Paolo Borsellino, assassinato insieme con i suoi cinque agenti della sua scorta – Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina – è stato ribattezzato come l’albero della pace.

Un albero della pace espiantato dalla disgraziata terra di Palestina per parafrasare una definizione tanto cara al giudice e che oggi vive guerra e distruzione, è divenuto scenario di un genocidio che sembra essere ammantato da una paura omertosa persino di chiamarla col proprio nome. Quasi fosse un segreto tra gli Stati. La Palestina per la quale Borsellino si era speso fin da giovane, quando militava nel Fronte Universitario di Azione Nazionale, l’organizzazione universitaria del Movimento Sociale Italiano. Quello stesso ulivo che è stato dichiarato “bene di interesse culturale” e che non riesce a mettere pace nemmeno nella saga infinita del processo sulla morte del giudice. Ma che apre una guerra (con e sul morto) persino tra colleghi.

Le vere opinioni “smascherate” del doppiopetto istituzionale

L’ultimo atto, speriamo non solo in ordine temporale e di cui avevamo già dato notizia dalle colonne di questo giornale, riguardano le intercettazioni choc tra l’ex magistrato Roberto Scarpinato, oggi senatore in quota Movimento 5 Stelle e componente della Commissione antimafia, e l’ex presidente della Corte d’Appello di Palermo Gioacchino Natoli. I due non solo avrebbero stabilito a tavolino le domande che sarebbero state poste nell’audizione del processo del 24 gennaio 2024 per favoreggiamento a Cosa Nostra, ma si sarebbero lasciati andare a considerazioni – personali e non rilevanti penalmente – su Borsellino e la sua famiglia.

L’ex magistrato che aveva vissuto da membro interno del pool antimafia la stagione delle stragi e, appunto, la morte dei colleghi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, etichetta come “senza neuroni” Fiammetta e Lucia e una “merda” l’avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia e difensore della famiglia. Inoltre parla di Manfredi come uno che avrebbe tratto vantaggio professionale dalla morte del padre e che se anche egli stesso (Natoli) fosse morto, persino i suoi figli avrebbero potuto tenere conferenze all’Anm (Associazione nazionale magistrati). E con capacità argomentative superiore a quelle di Manfredi. Definisce poi una “deficiente” Agnese, “la moglie dell’eroe (Borsellino n.d.r.) il quale mentre era in vita la sbeffeggiava con i colleghi”. E la “buonanima” di Paolo come “un grande coglione, come me che aveva il grande maestro della massoneria col muro confinante e non se n’era accorto”.

Le opportunità di via D’Amelio

Quei duecento metri di strada del quartiere Resultana-San Lorenzo e dedicati al napoletano Mariano D’Amelio che con Borsellino condivideva la passione per il diritto e, forse, pure quella politica, è diventata rampa di lancio per folgoranti carriere. E terra di approdo obbligato ogni 19 luglio, su cui sperticarsi per il doveroso omaggio, ovvero lo struscio in favore di telecamera, la deposizione di un fiore. Oppure la partecipazione alla “caccia al tesoro” della famigerata agenda rossa. Che insieme alla Uno bianca, all’eversione nera e al terrorismo rosso sembrano più le pezze a colore di uno Stato ormai pallido e sbiadito.

Ma facciamo un ulteriore passo indietro. Il 9 e il 10 luglio del 1943 in Sicilia non sbarcarono solo gli anglo-americani, ma anche quella parte di mafia che Cesare Mori, il Prefetto di ferro, aveva praticamente eradicato e confinato fuori dalla Nazione. Quella mafia che tanto lavoro darà al giovane professionista Paolo. E che per mezzo della quale, o meglio, della sua mano armata, troverà la morte. Almeno quella fisica. Che vorrebbe anche la morte di questa Nazione.

Borsellino, L’esempio del giudice missino

Paolo Borsellino, però, non voleva essere un eroe. Era un professionista tutto d’un pezzo che ha trovato la morte nell’adempimento del proprio dovere. È morto da uomo, da lavoratore instancabile e da professionista integerrimo. Era un uomo normale e per nulla comune, innamorato della vita e delle idee. Che per una idea ha trovato la morte. Che ha accettato la morte e l’ha combattuta con spirito di autentico guerriero. Dopo Capaci, sapeva che la sua vita era diventata un timer.

Un inesorabile conto alla rovescia al quale lui non si è sottratto. Ci è andato incontro a viso aperto, a muso duro. Accettandola vennerianamente, insorgendo e sfidandola, non sottraendosi a quel destino cavalcato, dominato da protagonista per mezzo di azioni e reazioni. Vivendo la propria morte fino in fondo e lasciando l’esempio. “Not with a whimper but with a bang”, “con uno schianto e non con un lamento” scriveva Pound nei Canti Pisani. Senza un lamento, ma perseguendo fino in fondo l’Idea in cui credeva. La lotta alla mafia. La lotta per l’affermazione dello Stato contro l’antistato. Il dovere del proprio dovere, fino in fondo. E che si contrapporrà addirittura al diritto alla vita. Che diviene egli stesso vita rispetto a una morte che tanti che vivono già in vita. Paolo Borsellino va ricordato così o niente.

Chimere irrealizzabili, obiettivi irraggiungibili, vittorie inarrivabile per gente umana troppo umana. Il vuoto istituzionale fatto di fiori e proclami lo lasciamo volentieri a chi ha un ego da riempire. E se questo è tutto il niente con cui lo vogliono ricordare, allora meglio non ricordarlo affatto.

Tony Fabrizio

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