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L’ultimo oltraggio a Borsellino. Tra audizioni truccate e il livore dell’antimafia di professione

by Tony Fabrizio
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Borsellino

Roma, 20 aprile – C’è una parola che a sinistra e tra le vedove inconsolabili del grillismo di lotta (e di poltrona) evoca immediatamente i fantasmi del “Ventennio” o i complotti della P2: intercettazioni. Ma attenzione, la regola vale solo se a finire nel tritacarne è il nemico di turno, il “potente” da esporre alla gogna pubblica. Se, invece, a finire sotto ascolto è un santone del giustizialismo in servizio permanente effettivo, allora la musica cambia. E lo spartito, stavolta, è di quelli che stonano forte.

L’antimafia a doppia firma

Protagonista della vicenda è Roberto Scarpinato, senatore del Movimento 5 Stelle, già magistrato simbolo di una certa stagione palermitana. Insieme con lui, Gioacchino Natoli, ex presidente della Corte d’appello di Palermo, oggi indagato per favoreggiamento a Cosa Nostra. Cosa facevano i due? Semplice: pianificavano le audizioni davanti alla Commissione parlamentare antimafia. “Io ti faccio una domanda”, “Mi devi alzare la palla” sono gli estratti pubblicati dal Giornale. Non è il dialogo tra due compagni di calcetto, ma il canovaccio di un’audizione parlamentare concordata minuziosamente. Un “falso d’autore” in cui il testimone e l’esaminatore si scrivono le battute a vicenda. La vecchia storia dell’amicizia tra il giudice e l’accusa del referendum ormai andato. Il procuratore capo di Caltanissetta, Salvatore De Luca, l’ha definita una “totale confusione dei ruoli”. O, forse, più prosaicamente, si potrebbe definire il fallimento morale di chi ha passato una vita a dare lezioni di etica pubblica agli altri.

Il fango su Borsellino

Ma c’è di peggio. Oltre al metodo, emerge il merito. Ed è un merito che trasuda un disprezzo antropologico agghiacciante. Nelle intercettazioni, Natoli si lascia andare a commenti su Paolo Borsellino che definire “poco lusinghieri” è un eufemismo da educande. Definisce il giudice morto via D’Amelio un “coglione”, anzi, “un grande coglione” che non si accorgeva del maestro della massoneria della porta accanto. C’è un senso di superiorità intellettuale, una sorta di “aristocrazia della toga” che guarda dall’alto in basso chi è morto per lo Stato. È il riflesso condizionato di chi, dall’altro del piedistallo di carta, pretende di dare lezioni di perspicacia a chi ha pagato il conto con il sangue. Il livore degli ermellini, poi, si sposta sul figlio del giudice, Manfredi Borsellino, colpevole, secondo Natoli, di poter fare conferenze all’Anm solo perché “suo padre è morto e io sono rimasto vivo”. Quale privilegio può mai derivare dal raccogliere i resti del padre tra le lamiere infuocate di una Croma blindata e un cratere provocato nell’asfalto? Parole che fanno inorridire, specie se pronunciate da chi ha diviso uffici e corridoi con l’eroe di Via D’Amelio. Ma si sa, per certi ambienti l’unico eroe accettabile è quello che conferma i propri teoremi. Se muori seguendo una pista diversa, diventi un ingombro mediatico. E bene ha ribadito Manfredi che oggi è un servitore dello Stato, a dispetto di quelli che dello stato si servono per dare compimento al proprio “ego togato”, a ribadire con dignità e quella nobiltà d’animo che evidentemente scarseggia in certi salotti o in alcuni uffici giudiziari: “Chi ha conosciuto la nostra famiglia tali frasi non avrebbe nemmeno dovuto pensarle”. Punto. Una lezione di stile, coraggio e rispettabilità che dovrebbe fare arrossire chiunque avesse ancora un briciolo di coscienza. Ma non è tutto. Perché il risentimento col martelletto colpisce anche Fabio Trizzini, legale della famiglia e marito di Lucia, accusato di iperproteggere il suo “giocattolino”. Chiamano giocattolino la verità sul dossier “Mafia e appalti”, vero motivo della morte del giudice, il quale con spirito di amor fati nicciano, con tempra venneriana è andato incontro alla morte per un’idea.

Il dossier “Mafia e appalti” e la verità nascosta

Il cuore del problema, però, risiede altrove. Per anni ci hanno somministrato la sbobba della “Trattativa Stato-Mafia”, della “pista nera”, dei servizi deviati. Tutto utile a colpire un’area politica ben precisa. Nel frattempo, la pista “Mafia e appalti” – quella che Borsellino considerava cruciale e che citava il dossier del Ros di Mori e De Donno (quelli che la sinistra ha cercato di distruggere per decenni) – veniva insabbiata, smagnetizzata, archiviata. E indovinate chi c’era tra quelli che firmarono l’archiviazione di quell’inchiesta sui rapporti tra Cosa Nostra e i grandi gruppi industriali? Proprio Roberto Scarpinato. Oggi quella pista torna a galla come il “vero” motivo della strage di Via D’Amelio, e guarda caso, i paladini della verità a senso unico iniziano a innervosirsi. E c’è il Movimento 5 Stelle anche in questo caso riesce a toccare vette altissime di incoerenza. Quelli del “vogliamo le intercettazioni ovunque”, i manettari che hanno massacrato l’articolo 68 della Costituzione chiamandolo “privilegio della casta”, oggi piangono. Perché le intercettazioni di Scarpinato sono avvenute senza l’autorizzazione del Senato.
Improvvisamente sono diventati tutti fini costituzionalisti. Il Fatto Quotidiano, da par suo, ha già schierato le truppe cammellate per spiegare che l’inchiesta di Caltanissetta è “fuffa”. Strano: per quindici anni ogni sospiro intercettato era una condanna definitiva, oggi improvvisamente è un attentato alla democrazia. La verità è che il castello di carte dell’antimafia di professione sta venendo giù. Tra un “coglione” rivolto a Borsellino e un’audizione truccata, emerge il ritratto di un potere che non accetta di essere messo in discussione. Volevano “intercettarli tutti”? Sono stati accontentati. Solo che stavolta, dall’altra parte del filo, c’erano loro. E quello che abbiamo sentito non ci è piaciuto per niente.

Rispetto per Borsellino

Paolo Borsellino, il “grande coglione”, non era un ingenuo, ma a lui apparteneva la purezza dei forti; egli aveva capito che il tradimento non arrivava solo dai vicoli della Kalsa, ma anche dai corridoi ovattati del potere e possedeva valori che permettono di guardare in faccia l’orrore senza diventarne parte. Se per Paolo Borsellino, o per quello che di lui rimane, non c’è riposo ancora dopo trentaquattro anni dall’esplosione, vuol dire che ci aveva visto lungo. Non serve a niente chiedere a Conte e a Schlein di condannare e prendere le distanze: il problema non è (solo) politico, ma in primis culturale. Si tratta di decidere se l’Italia deve continuare a essere la patria dei furbi che pontificano su tombe fredde già a corpi ancora caldi o può essere la Nazione che onora i propri giganti. Rispetto per Borsellino, allora. Perché se anche la memoria viene consegnata all’uso e all’abuso dei carrieristi di professione, allora via D’Amelio non sarà stata solo una strage, ma l’inizio di una squallida, interminabile agonia della dignità nazionale.

Tony Fabrizio

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