Roma, 20 ago – Il woke non esiste. Anzi esiste, ma è soltanto una caricatura inventata dalla destra. Anzi esiste davvero, però la destra ne ha deformato gli obiettivi. Anzi forse ha esagerato, provocando una reazione conservatrice. Anzi, adesso è diventato una “trappola” dalla quale la sinistra deve liberarsi tornando a parlare di salari, affitti e sanità. A voler sintetizzare brutalmente, la parabola del dibattito progressista sul woke negli ultimi due o tre anni potrebbe essere raccontata più o meno così.
Ancora nell’agosto 2024 HuffPost poteva titolare senza troppi imbarazzi «Il woke non esiste: ve lo dimostriamo». La tesi era quella diventata familiare per anni: non un’ideologia riconoscibile con obiettivi dichiarati, ma un’etichetta elastica utilizzata soprattutto dalla destra “paranoica” per costruire il proprio nemico culturale. Ma già nel febbraio 2025 Repubblica era passata all’«era post-woke»; tanto che qualche mese dopo si chiedeva apertamente se gli eccessi della cultura woke avessero favorito Trump arrivando a domandarsi chi avesse “ucciso” il movimento. Susan Neiman veniva intervistata con un titolo ancora più eloquente: «Ci siamo sbagliati, la cultura woke è di destra». Nel giro di meno di un anno, insomma, ciò che praticamente non esisteva era già nato, degenerato, diventato reazionario e infine morto.
Dal «woke non esiste» alla «trappola woke»
Adesso siamo entrati nella fase successiva. Il nuovo lessico non serve più a negare il fenomeno, ma a separarne l’eredità politica dalla sua reputazione elettorale. È in questo contesto che va letta anche la curiosa operazione costruita intorno all’intervista concessa da Alexandria Ocasio-Cortez alla ABC, su cui avevamo già ampliamente riflettuto in un precedente articolo. Come avevamo detto, la battuta rilanciata in Italia come «il woke è una follia» non era infatti una confessione della deputata socialista. Ocasio-Cortez stava citando Chi Ossé, consigliere comunale di New York proveniente dal Black Lives Matter e tuttora collocato alla sinistra del Partito democratico, che aveva scherzato sui propri vecchi messaggi scrivendo «Woke 1 was crazy». Nella stessa intervista Ocasio-Cortez ha poi aggiunto qualcosa di molto meno utile alla narrazione del grande pentimento e più utile a capire la funzione storica della mobilitazione woke: durante il Covid, ha spiegato, la finestra di Overton si era spalancata e le discussioni avvenute allora erano state «fruitful», fruttuose. Quello che oggi cambierebbe, quindi, sarebbe soprattutto la retorica.
Ma questo non significa, come abbiamo già scritto, che nulla sia davvfero cambiato. Quando il conduttore Jonathan Karl le ha sottoposto alcune delle posizioni contenute nel programma nazionale dei Democratic Socialists of America – abolizione di polizia e carceri, drastico ridimensionamento della Difesa, amnistia generalizzata e altre proposte – Ocasio-Cortez ha risposto semplicemente di non condividerle. E non ha appoggiato Francesca Hong nelle primarie del Wisconsin. Il riposizionamento quindi esiste. Ma è proprio la natura di questo riposizionamento a dividere la sinistra.
Una dialettica interna naturale non vuol dire pentimenti
A dimostrarlo non sono i giornali conservatori. Negli ultimi giorni The Guardian ha ospitato una vera e propria discussione interna. C’è chi ha accusato Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani di abbandonare troppo facilmente il defund the police, mettendo in difficoltà gli attivisti che continuarono a sostenerlo; chi ha ricordato che dietro il cosiddetto “Woke 1.0” non c’erano soltanto eccessi linguistici ma il Black Lives Matter, #MeToo e una mobilitazione politica reale; e chi sostiene apertamente che il compito di un eventuale “Woke 2.0” non dovrebbe essere chiedere scusa, ma trasformare quelle energie in potere politico stabile. La frattura è interessante perché svela il vero oggetto del contendere. Una parte dell’estrema sinistra non teme tanto che i dirigenti progressisti diventino improvvisamente più conservatori. Teme che l’establishment liberal si appropri del riposizionamento per decretare retroattivamente illegittime le mobilitazioni che hanno prodotto l’attuale classe dirigente progressista. E non è difficile capire il nervosismo. Se il 2020 viene ridotto semplicemente a una parentesi di follia, allora non vengono messi in discussione soltanto qualche pronome, qualche campagna aziendale o gli assurdi manuali di autocoscienza razziale: viene messa sotto processo l’intera genealogia politica dalla quale sono emersi molti dei protagonisti della nuova sinistra americana e globale. Ma c’è di più, e merita di essere spiegato a chiare lettere.
I “gender critici” e il riallineamento politico
Infatti, c’è una frattura ancora più interessante: quella che attraversa lo stesso universo dei diritti sessuali e di genere. Il nuovo “anti-wokismo” liberal viene accolto con favore anche da figure provenienti storicamente dal mondo omosessuale progressista ma diventate negli ultimi anni sempre più critiche nei confronti delle politiche transgender. È il caso, in Italia, di Anna Paola Concia, ex deputata del Pd e storica attivista LGBT, che davanti alla nuova linea di Repubblica ha reagito con un eloquente «contrordine compagni», accusando il giornale di avere prima contribuito alla «caccia alle streghe» contro chi sollevava dubbi e di scoprire soltanto adesso la “trappola woke”. Nei commenti ha anche ipotizzato che la nuova prudenza dei democratici americani possa servire a intercettare un elettorato musulmano culturalmente più conservatore su questi temi – anche questo lo avevamo già accennato nello stesso articolo richiamato sopra.
Per una parte della sinistra radicale, quindi, questo non è affatto un normale processo di autocorrezione interna quanto il segno di un riallineamento politico già in corso da anni. In questo il caso britannico è emblematico. LGB Alliance, nata nel 2019 proprio in contrapposizione alle politiche trans-inclusive di Stonewall, nel 2021 pagò circa seimila sterline per avere uno spazio alla conferenza del Partito conservatore dopo che il Labour aveva rifiutato di ospitarla. L’anno successivo emerse inoltre che l’organizzazione disponeva di un ufficio al 55 di Tufton Street, indirizzo simbolicamente pesante perché sede di numerosi think tank e gruppi di pressione della destra britannica. LGB Alliance ha sempre respinto l’idea che ciò dimostri una subordinazione politica, spiegando di avere scelto quella sede perché semplicemente comoda e flessibile; resta però il fatto che la convergenza materiale tra una parte del mondo “gender critical” e settori conservatori è diventata sufficientemente visibile da produrre una letteratura politica specifica sul fenomeno.
E se fosse la sinistra a colonizzare le posizioni conservatrici?
Ed è qui che la nuova narrazione anti-woke diventa esplosiva all’interno della stessa sinistra. Per i settori trans-inclusive e dell’antifascismo militante, presentare queste figure come progressisti che «avevano visto giusto» significa normalizzare come semplice dissenso interno ciò che loro considerano invece il passaggio di una parte del vecchio movimento LGBT dentro una nuova alleanza conservatrice. Dall’altro lato, i critici del gender sostengono esattamente il contrario: di essere stati espulsi artificialmente dal campo progressista per avere contestato alcune delle sue evoluzioni più radicali. Non è quindi soltanto una disputa sui pronomi o sull’identità di genere. È una vera lotta per stabilire chi possa ancora rivendicare la genealogia delle battaglie omosessuali e chi, invece, venga riclassificato come appartenente al campo avversario.
Questa battaglia interna è fondamentale perché mostra cosa potrebbe accadere su scala più ampia. Il superamento del marchio “woke” non richiede necessariamente che tutti i pezzi che lo componevano restino dentro la nuova coalizione. Al contrario, una ricomposizione politica funziona anche selezionando quali minoranze, quali rivendicazioni e quali linguaggi mantenere al centro e quali sacrificare perché diventati troppo costosi elettoralmente. In questo senso, il superamento del marchio “woke” potrebbe anche diventare un cavallo di Troia: consentire ai cosiddetti “gender critici” di iniziare a colonizzare stabilmente spazi conservatori disposti a dialogare con i “moderati degli estremisti”, cioè quelle posizioni che si presentano come ragionevoli fuoriuscite da un ciclo ideologico più radicale. Ed è forse proprio questo che dovrebbe farci sospettare che dietro ai suoi funerali, il woke stia compiendo esattamente il passaggio dal mito alla politica: separandosi, scendendo nel reale elettorale-politico, si sta facendo propriamente storia.
La mappa che abbiamo imparato a memoria potrebbe cambiare
Per capire cosa stia realmente succedendo basta guardare le campagne che la sinistra americana sta vincendo. The New Republic, che difficilmente può essere confuso con un organo trumpiano, lo ha spiegato con notevole chiarezza già a giugno: i candidati progressisti sono diventati più abili politicamente. Molti hanno cancellato vecchi messaggi sul definanziamento della polizia, hanno smesso di concentrare la propria comunicazione sulle riforme penali più impopolari e hanno iniziato a mettere davanti a tutto lotta ai miliardari, costo degli affitti, sanità, salari e accessibilità della vita quotidiana. Non per questo sono diventati una sinistra “più moderata”, è la sinistra moderata ad aver salito i gradini verso posizionamenti fino a pochi anni fa considerati estremisti, primo su tutti l’antisionismo. Abdul El-Sayed ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Michigan proponendo sanità universale, scontro con le grandi concentrazioni economiche e una linea durissima contro il sostegno americano a Israele. Mamdani ha costruito la propria ascesa su affitti, trasporti e costo della vita senza trasformarsi improvvisamente in un democratico clintoniano. Lo stesso Guardian parla ormai di una “maturazione” del movimento progressista, capace di portare la propria insorgenza fuori dalle sole metropoli costiere e dentro Stati decisivi come il Michigan. Ciò a cui stiamo assistendo è l’offensiva progressista volta a riequilibrare il voto tra città progressiste e provincia di classe media reazionaria: quella mappa che per anni, anche qui, ha diviso le nazioni tra città rosse e campagne blu.
Il prototipo di coalizione che vuole (semplicemente) provare a vincere
A questo punto la domanda diventa inevitabile. La nuova offensiva dialettica anti-woke dei media progressisti sta preparando il terreno per una coalizione di sinistra più larga, populista nella forma e molto meno “ideologica” nella comunicazione? Non serve immaginare una cabina di regia per osservare gli incentivi politici. Il nuovo prototipo di coalizione che comincia a intravedersi può tenere insieme giovani che non riescono a comprare casa, lavoratori impoveriti, sindacati, minoranze etniche, pezzi delle comunità musulmane mobilitati dalla causa Palestinese, elettorato universitario progressista e classe media colpita dal costo della vita. Non tutti questi gruppi condividono la stessa antropologia, gli stessi costumi o perfino gli stessi valori ideologici. Ma possono essere aggregati attraverso un nemico comune – oligarchie, miliardari, grandi corporation, establishment politico – e alcune domande materiali molto semplici, ma non per questo inesistenti: casa, affitto, bolletta.
È qui che l’abbandono dell’estetica dura e pura del woke acquista un senso strategico. Non perché quella cultura sia finita sotto il suo stesso processo di cancellazione. Al contrario: molte delle trasformazioni prodotte dal ciclo precedente possono essere ormai date per acquisite, oppure trasformate in una grammatica morale di fondo che non ha più bisogno di occupare ogni manifesto elettorale. La mobilitazione pro-Pal rientra nella vecchia retorica decoloniale; il costo della vita e le disugualianze reali possono sostituire la rappresentazione corporate della diversità; la lotta ai miliardari (la cara vecchia lotta di classe) può ricucire ciò che per anni identità e classe avevano separato.
Il woke si sta compiendo nella politica reale
Il risultato potrebbe sembrare una sinistra meno ideologica – mai fidarsi di chi parla della fine delle ideologie – proprio perché più capace di trasformare la propria ideologia in senso comune politico. Ed è probabilmente questo che rende tanto nervosi alcuni settori della sinistra radicale davanti al nuovo improvviso anti-wokismo dei giornali liberal. Non stanno necessariamente assistendo al tradimento delle proprie battaglie. Potrebbero stare assistendo a qualcosa di più ambiguo: alla loro selezione, normalizzazione e incorporazione dentro un progetto politico più grande. Il woke, insomma, non è passato in pochi anni dall’essere inesistente all’essere una trappola perché improvvisamente qualcuno abbia scoperto la verità. È cambiato il momento politico, storico e culturale. Prima serviva ad aprire la finestra di Overton; oggi alcune delle forze che quella finestra ha fatto entrare vogliono vincere le elezioni per tradursi in potere, amministrazione e istituzione. E, come spesso accade alle ideologie che hanno avuto successo, la prima cosa da sacrificare potrebbe essere proprio il proprio nome.
Sergio Filacchioni