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Vergarolla, la prima strage della Guerra Fredda che l’Italia non vuole ricordare

by Sergio Filacchioni
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strage di Vergarolla

Roma, 18 ago – Nell’Italia che ha fatto della commemorazione delle stragi un rito d’espiazione permanente, ce n’è una che continua a rimanere fuori dalla memoria nazionale. Non compare nelle infinite genealogie dell’Italia delle bombe, non viene quasi mai accostata alle stragi senza colpevoli, non entra neppure lateralmente nel grande racconto pubblico che, dalla cosiddetta “strategia della tensione” in poi, ha trasformato massacri, depistaggi e misteri irrisolti in una parte fondamentale della coscienza Repubblicana. Coscienza sporca, ovviamente. Coscienza da usare, all’occorrenza, come una clava contro il presente.
Avvenuta pochi mesi dopo il referendum del 2 giugno, il 18 agosto 1946, Vergarolla ha tutte le caratteristiche per essere considerata la prima grande strage italiana della Guerra Fredda. Eppure la cronologia canonica preferisce cominciare otto mesi dopo, con Portella della Ginestra. Infatti, quella avvenuta sulla spiaggia di Pola è stata una delle più sanguinose stragi di civili italiani del Novecento e, con ogni probabilità, un attentato politico. Solo che i morti erano quelli sbagliati, nel luogo sbagliato e con i sospetti che conducevano dalla parte sbagliata della storia.

La strage di Vergarolla: Repubblica Italiana, primo atto

Quel 18 agosto Pola era ancora formalmente italiana, anche se amministrata militarmente dagli Alleati in attesa che la Conferenza di pace decidesse il futuro dell’Istria. La città costituiva una sorta di enclave circondata dai territori già controllati dalla Jugoslavia di Tito e la popolazione italiana sapeva perfettamente cosa fosse in gioco. Poche settimane prima L’Arena di Pola aveva condensato la questione in quattro parole: «O l’Italia o l’esilio». Su circa 32mila abitanti, secondo le rilevazioni del Comitato per l’esodo, decine di migliaia avevano già manifestato l’intenzione di lasciare tutto se la città fosse stata assegnata alla Jugoslavia. Non era una minaccia retorica. Alle spalle c’erano già le foibe, le sparizioni, le violenze e la repressione che avevano accompagnato l’avanzata jugoslava nella Venezia Giulia. Davanti c’era l’incertezza su un confine che avrebbe deciso non soltanto sotto quale bandiera vivere, ma se rimanere o meno nella propria terra.
In questo clima, sulla spiaggia di Vergarolla si svolgeva la Coppa Scarioni, una tradizionale manifestazione natatoria organizzata dalla Pietas Julia. Era domenica. Famiglie, bambini e spettatori si erano raccolti sul litorale per una giornata che doveva avere il sapore della normalità ritrovata dopo la guerra. Poco distante erano state accatastate diverse mine e altri ordigni antisbarco recuperati dal mare. Erano considerati disinnescati e sicuri, tanto che la zona non era stata transennata. Poco dopo le 14 esplosero. Il risultato fu una carneficina: 64 vittime poterono essere identificate, ma il numero reale dei morti potrebbe aver superato il centinaio; circa duecento furono i feriti. Alcuni corpi vennero letteralmente distrutti dalla deflagrazione. Molte delle vittime erano bambini.

Una detonazione provocata deliberatamente

La storia di Geppino Micheletti, chirurgo dell’ospedale di Pola, rimane forse l’immagine più terribile di quel giorno. Nell’esplosione morirono i suoi figli Carlo e Renzo, di nove e sei anni. Micheletti lo seppe mentre all’ospedale continuavano ad arrivare decine di mutilati e feriti. Rimase comunque in sala operatoria e continuò per ore a cercare di salvare gli altri. È uno di quegli episodi che in qualsiasi altra grande tragedia nazionale sarebbe diventato parte della memoria collettiva. A Vergarolla, invece, persino gli eroi sono rimasti quasi sconosciuti.
Per molto tempo si è tentato di lasciare aperta la porta dell’incidente. Ma è proprio qui che la vicenda diventa politicamente esplosiva. Le autorità britanniche che amministravano Pola stabilirono che gli ordigni erano stati precedentemente messi in sicurezza e conclusero che la detonazione era stata provocata deliberatamente. Dunque non una disgrazia, ma un sabotaggio. L’inchiesta non riuscì però a individuare esecutori e mandanti. La pista che porta agli apparati jugoslavi, e in particolare all’OZNA, la polizia politica di Tito, è rimasta da allora la più pesante. Documenti emersi successivamente dagli archivi britannici hanno rafforzato il sospetto di un’operazione dell’intelligence jugoslava, pur senza fornire quella prova definitiva che permetterebbe di chiudere storicamente e giudiziariamente il caso.

La violenza della strage e quella dei trattati

Il movente, però, non è difficile da comprendere. Nel 1946 a Pola si combatteva una battaglia per il controllo della città e soprattutto per la permanenza della sua popolazione italiana. Se la città fosse rimasta compatta, ostinatamente italiana e contraria all’annessione, sarebbe stata un problema politico. Se gli italiani fossero partiti, il problema si sarebbe risolto. Terrorizzare una popolazione già sospesa tra l’annessione alla Jugoslavia e l’esilio significava accelerare una scelta che migliaia di polesani stavano già preparando. Vergarolla non provocò da sola l’esodo, naturalmente. Ma arrivò esattamente dentro quel processo e contribuì a rendere evidente che per molti italiani dell’Istria restare significava esporsi a un futuro nel quale non si sentivano più al sicuro.
Il 10 febbraio 1947 il Trattato di Parigi assegnò Pola alla Jugoslavia. Seguì l’esodo quasi totale della comunità italiana. Case, attività, proprietà, tombe di famiglia: si lasciava tutto pur di non diventare cittadini della Jugoslavia socialista, pur di non vedere sorgere il sol dell’avvenire. È impossibile separare completamente la memoria di Vergarolla da questa storia, così come è impossibile separarla dalla lunga difficoltà italiana nel raccontare senza reticenze ciò che avvenne sul confine orientale. Foibe ed esodo sono entrati nella memoria pubblica nazionale con decenni di ritardo, sgomitando tutt’ora con gli spasmi d’odio di un antifascismo che non cede un millimetro alla retorica della “memoria condivisa”. Vergarolla, ancora oggi, occupa uno spazio marginale nella tabella di ciò che va ricordato per forza.

L’Italia che ha dimenticato Vergarolla

Ed è così che il silenzio diventa esso stesso un fatto politico. L’Italia repubblicana ha costruito negli anni una gigantesca liturgia della memoria sulle proprie stragi: piazze, anniversari, commissioni, cerimonie, documentari, speciali televisivi, pagine intere dedicate ai misteri della Prima Repubblica. Una sensibilità che però si arresta davanti ad una tragedia che non fu solo umana, ma anche politica, geografica e storica: i massacri quanto i trattati hanno interrotto brutalmente la presenza plurisecolare degli italiani nell’Adriatico orientale. Vergarolla non si adatta bene alla narrazione dominante del Novecento italiano, perché obbliga a guardare anche alla violenza comunista jugoslava, al destino degli italiani d’Istria e al ruolo che una parte della sinistra italiana ebbe nel minimizzare, giustificare o semplicemente rimuovere ciò che accadeva oltre il confine.
Non sappiamo chi posizionò l’innesco. Sappiamo però che decine e probabilmente più di cento connazionali morirono mentre intorno a loro si decideva l’amputazione di una parte d’Italia. Ottant’anni dopo, la vera anomalia non è soltanto che Vergarolla sia ancora una strage senza colpevoli ma che l’Italia, così ossessionata dalla memoria, continui a far finta che non sia mai successa.

Sergio Filacchioni

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