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Pisa, scambiano i segni del cantiere per simboli fascisti: ennesima figuraccia dell’allarme rosso

by Tony Fabrizio
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simboli fascisti Pisa

Roma, 18 ago – Credevo fosse fascismo e, invece, era un cappotto. Parafrasando il titolo di un celebre film, si potrebbe sintetizzare così la figura di “malta” su cui la sinistra toscana, seguita a ruota da quella nazionale, si è “capottata” subito dopo Ferragosto. Succede a Pisa, alla scuola Carlo Collodi – il caso non esiste! – dove un pugno di solerti smascheratori di fanta-fascismo, dotati di un radar per l’autoritarismo tarato sulla paranoia pura, nota delle scritte all’esterno del plesso. La diagnosi della “Pisa bene” e degli intellettò d’area è immediata, grave e solenne: è riaffiorato il Ventennio. È fascismo. Ci risiamo con l’ombra del manipolo, con il pericolo per la tenuta democratica e con la minaccia strisciante che penetra persino tra i banchi di una scuola elementare.

Pisa, le reazioni indignate ai “simboli fascisti”

Il riflesso pavloviano della macchina di propaganda è stato tempestivo quanto ridicolo. I megafoni della sinistra toscana si sono fiondati a capofitto sull’argomento, subito rincorsi dalla solita grancassa dei salotti nazionali, con il repertorio completo di appelli accorati, comunicati stampa indignati e filippiche antifasciste a reti unificate per blindare la memoria da una presunta “deriva reazionaria” della provincia italiana. A lanciare l’allarme è stato il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, Antonio Mazzeo, che, nei panni mal calzati e improvvisati dell’onorevole Gaetano Borrelli, previa segnalazione delle truppe cammellate di delatori che rispondono alla qualifica di genitori degli alunni della Collodi – nomen omen! –, non ha perso l’occasione per definire il “gesto gravissimo e intollerabile che colpisce un luogo di democrazia e di educazione”, auspicando la rapida rimozione delle scritte e l’individuazione dei responsabili. Gli ha fatto eco la senatrice pisana, sottolineando “il legame del gesto con un passato oscuro di eliminazione delle libertà, sfruttamento e guerra”. Poi rincara la dose e gioca il jolly Giacomino Matteotti, richiamando persino la coincidenza temporale tra la comparsa delle scritte e il ritrovamento del corpo dell’onorevole con l’aureola.

Praticamente una supercazzola prematurata, ma con scappellamento a sinistra. E se l’occasione fa l’uomo ladro e la senatrice ingorda, perché non buttare nel calderone anche “gli eccidi di Sant’Anna di Stazzema e della Romagna”? Ma cosa ci “azzecca” con Pisa? Un richiamo calato dall’alto gratuitamente, senza alcun legame con quanto accaduto. Perché non strumentalizzare e cogliere l’attimo per ribadire la “natura antifascista di Pisa” e la necessità di non trascurare i “crescenti rigurgiti fascisti”? Chissà se i 99 Posse avanzeranno la pretesa del pagamento dei diritti d’autore oppure chiederanno alla Siae di chiudere l’occhio proletario.

L’ignoranza (antifa) non va in vacanza

Poi, fra i risolini generali delle maestranze presenti, si scopre l’arcano e la realtà presenta il suo conto. Brutto, amaro, spietato e spassosamente comico. Una scoperta che vale almeno 92 minuti di fantozziani applausi. Una figura di “malta” di dimensioni almeno pari a quelle dell’Urss: nessun gerarca in agguato, nessuna adunata nostalgica e nessun busto del Duce nascosto tra le crepe dell’istituto. Erano banalissime frecce direzionali, sigle tecniche e tracciature a gesso lasciate dai muratori per guidare i lavori di ristrutturazione della scuola. Si trattava semplicemente di indicazioni da cantiere, tracciate da gente che il pane se lo guadagna sudando su un ponteggio e non disquisendo di fluidità di genere, asterischi e schwa nei salotti radical tra caviale e champagne.

Il mondo al contrario della sinistra

Questo cortocircuito surreale non è soltanto una figuraccia di colore, ma è spaventosamente indicativo, perché rappresenta la metafora perfetta della parabola tragica e ridicola dell’antifascismo contemporaneo e della sinistra progressista attuale. E certifica lo scollamento della gauche caviar dalla realtà. Un tempo i cantieri, le fabbriche e le scuole erano il loro habitat naturale, la base sociale, il cuore pulsante dell’elaborazione politica e del lavoro vero. Oggi sono mondi talmente estranei alla loro quotidianità – fatta di spritz, tartine all’avocado e ossessioni grammaticali – da portarli a scambiare il tratto di gesso di un muratore per la marcia su Roma. Ormai la realtà, per questa classe dirigente, è un oggetto sconosciuto che spaventa e disorienta. Disertando sempre più le aule dove si studia sul serio e non frequentando i ponteggi dove si fatica, finiscono per proiettare i propri incubi consolatori su qualsiasi sfregio di vernice nera o traccia di gesso bianco.

Le pezze rosse peggio dei buchi del sapere

Affidare ai social delle scuse al sapore di giustificazione per la figuraccia fatta è facile persino durante un aperitivo a Capalbio. Ammettere di aver sbagliato, però, evidentemente era troppo semplice: così persino le scuse sono diventate un’occasione per versare altro livore contro la destra, accusata di non prendere le distanze da simili scritte e, più in generale, dalla propria storia quando episodi del genere si verificano. Forse sarebbe stato meglio un bel tacere, visto che ultimamente ogni anima sinistra del Pd sembra diventata campionessa nel vedere attacchi squadristi contro piante, targhe stradali e muri, salvo poi scoprire che proprio quello è il modus operandi dei militanti della propria area. Dal Partito democratico alla Cgil. Nessuna vera scusa, invece, verso gli appartenenti alla fazione politica opposta che la sinistra tutta aveva già provato a screditare, salvo poi finire vittima della propria stessa paranoia.

Comportamenti e conclusioni che non stupiscono affatto, ma che, anzi, sono la normale conseguenza di chi ormai rifugge la realtà a favore di un mondo ovattato e incartapecorito fatto soltanto di attici, superattici, panfili e Ztl. Incapaci di leggere una realtà che vogliono piegare alle proprie interpretazioni utopiche, distopiche e forzatamente ideologiche, finiscono inevitabilmente per vedersi restituita l’immagine di ridicoli pagliacci.

Tony Fabrizio

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