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Reductio ad migrantem: quando l’immigrazione diventa la risposta a tutto

by La Redazione
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Roma, 17 ago – In Italia esiste ormai una risposta che sembra precedere qualsiasi domanda. Crollano le nascite? Servono immigrati. Mancano lavoratori? Servono immigrati. Il sistema pensionistico scricchiola? Servono immigrati. La Nazionale di calcio non funziona? Non è abbastanza multietnica. L’atletica vince? È merito dell’Italia multietnica. Una nuotatrice piemontese batte il record del mondo? Diventa immediatamente il simbolo del meticciato. Potremmo chiamarla reductio ad migrantem: la tendenza a ricondurre problemi differenti, che richiederebbero analisi differenti, a un’unica variabile interpretativa. L’immigrazione smette così di essere un fenomeno demografico, economico e politico da affrontare insieme ad altri e diventa contemporaneamente spiegazione, soluzione e criterio morale.

Dagli europei di nuoto e atletica si alza un grido: «Più immigrazione!»

Gli Europei di questi giorni ne offrono un esempio quasi perfetto. Sara Curtis ha conquistato l’oro nei 50 dorso abbassando due volte in ventiquattr’ore il record mondiale. Ma il cronometro evidentemente non bastava per renderla un esempio positivo. Le testate italiane hanno titolato sottolineando immediatamente che si trattava di un’«italiana di madre nigeriana» capace di sconfiggere anche i pregiudizi. Repubblica ha trasformato la sua impresa nella «lezione di uno sport aperto al cambiamento». Già nel 2025, RTL parlava di Curtis come dell’«Italia multietnica che avanza». Il particolare curioso è che Sara Curtis non è un’immigrata. È nata a Savigliano, suo padre è italiano, sua madre è nigeriana. Curtis stessa ha ricordato di non essere mai stata in Nigeria e ha reagito con disgusto a chi sosteneva che i suoi record fossero «nigeriani» e non italiani. È qui che il cortocircuito diventa interessante. Chi sostiene che Curtis sia meno italiana perché nera compie una banalissima operazione razzista. Ma chi sente continuamente il bisogno di specificare che quella vittoria rappresenta il successo del meticciato compie la medesima operazione di razializzazione: prende una cittadina italiana e torna a separarne genealogicamente le componenti. Sara non può semplicemente vincere come italiana. Bisogna stabilire quanto della vittoria appartenga simbolicamente alla Nigeria, all’immigrazione, alla multiculturalità, alla «nuova Italia». Per dimostrare che il colore della pelle non dovrebbe contare, si passa il tempo a parlare del colore della pelle.

L’asimmetria perfetta: se vinci sei un meticcio esemplare, se perdi sei italiano

Lo stesso accade nell’atletica. A Birmingham l’Italia ha realizzato un risultato gigantesco: 10 ori, 22 medaglie, primo posto nel medagliere e nella classifica a punti, 45 finalisti. Non qualche exploit isolato, dunque, ma la manifestazione di un sistema sportivo che oggi riesce a essere competitivo praticamente ovunque. Eppure nel bilancio pubblicato dal Corriere l’«identikit» dell’atleta vincente italiano viene fatto coincidere in parte con il «formidabile bacino degli italiani di seconda generazione», per poi elencare Derkach, Desalu, Mihai, Weir, Diaz, Yaremchuk. Sono biografie reali e interessanti ma sono anche profondamente differenti. Andy Diaz è arrivato in Italia da adulto. Dariya Derkach è arrivata da bambina. Nadia Battocletti è nata in Trentino da padre italiano e madre marocchina. Altri atleti sono figli di genitori stranieri ma sono nati e cresciuti interamente qui. Metterli tutti dentro la categoria politica della «seconda generazione» o della «nuova Italia» significa trasformare una descrizione genealogica in una spiegazione sportiva.

L’asimmetria diventa ancora più evidente nel calcio. Dopo l’ennesima crisi azzurra, Repubblica ha presentato nel giugno scorso la nuova Nazionale come «giovanissima e multietnica, l’orgoglio della nuova Italia», mettendo esplicitamente in relazione la mancata qualificazione mondiale con il ritardo italiano rispetto alla Francia, alla Germania e all’Inghilterra multietniche. Ad aprile il Fatto Quotidiano, ragionando sulla crisi del nostro calcio, definiva addirittura la multietnicità «forse la chiave di svolta» del modello tedesco. Il ragionamento diventa così praticamente infalsificabile. Se l’Italia multietnica dell’atletica vince, vince perché multietnica. Se l’Italia del calcio perde, perde perché non lo è abbastanza. Se una nazionale multietnica perde, invece, nessuno si sogna di imputare la sconfitta alla sua composizione etnica. Insomma, una variabile che viene utilizzata per spiegare le vittorie ma mai le sconfitte non è più una variabile ma una conferma ideologica. Del resto, già dopo Tokyo 2021, Gad Lerner sul Fatto Quotidiano celebrava il «trionfo dell’Italia multietnica» e si chiedeva quante medaglie in più avremmo conquistato con una diversa legge sulla cittadinanza.

Dallo sport alla demografia e le politiche economiche

Ma lo sport è soltanto il luogo nel quale questa logica diventa più evidente, quasi caricaturale. Il terreno sul quale la reductio ad migrantem dispiega davvero tutta la propria forza è quello demografico ed economico. L’Italia fa sempre meno figli, invecchia, perde popolazione in età lavorativa. La risposta è automatica: servono immigrati. Che è una constatazione possibile sul piano contabile, ma diventa molto meno convincente quando pretende di sostituirsi alla domanda politica. Perché il vero problema non è soltanto quanti abitanti avrà l’Italia tra vent’anni, ma perché gli italiani non riescano più a generare abbastanza figli da garantire almeno una relativa continuità demografica. Sono due domande completamente differenti a cui se ne potrebbe aggiungere una ancora più provocatoria: perchè un successo sportivo dovrebbe farci accettare più volentieri le immagini di Ceuta o Lampedusa?

Se in un Paese una coppia raggiunge la stabilità economica sempre più tardi, l’accesso alla casa diventa proibitivo, gli stipendi ristagnano, i servizi per l’infanzia sono insufficienti e centinaia di migliaia di giovani cercano altrove condizioni migliori, compensare il saldo naturale attraverso nuovi ingressi può tamponare numericamente il problema. Non significa averlo risolto. Significa, semmai, aver sostituito popolazione invece di interrogarsi sulle condizioni che impediscono alla popolazione esistente di riprodursi. Eppure anche qui il passaggio è quasi sempre semantico prima ancora che politico: dal dato «senza immigrazione la popolazione diminuirebbe più rapidamente» si scivola alla prescrizione «dunque abbiamo bisogno di più immigrazione». Come se tra le due frasi non esistesse un intero universo di scelte possibili. Lo stesso avviene con il lavoro. Ogni estate scopriamo che mancano camerieri, operai, autisti, infermieri, braccianti. E puntualmente la conclusione è che bisogna aumentare gli ingressi. Più raramente ci si domanda perché quei posti rimangano scoperti, quali salari offrano, quali prospettive garantiscano, quanto costi vivere nelle città nelle quali vengono richiesti, oppure per quale ragione l’Italia continui a perdere giovani qualificati mentre contemporaneamente denuncia una cronica carenza di manodopera. È una contraddizione piuttosto evidente: un Paese che esporta i propri giovani e importa lavoratori non ha semplicemente un problema di quantità di popolazione. Se un’economia riesce a sostenere determinati comparti soltanto grazie alla disponibilità continua di manodopera proveniente da Paesi più poveri e disposta ad accettare condizioni che una parte crescente della popolazione residente considera insufficienti, sarebbe quantomeno legittimo chiedersi se quello rappresenti un successo del modello o uno dei suoi problemi.

La reductio ad migrantem come meccanismo paranoide

La reductio ad migrantem permette invece di evitare la domanda. Se mancano lavoratori, basta aggiungerne. Se mancano contribuenti, basta aggiungerne. Se mancano bambini, basta aggiungere popolazione. È una concezione curiosamente quantitativa dell’essere umano: individui come unità intercambiabili da spostare da una casella all’altra per mantenere in equilibrio indicatori economici e piramidi demografiche. Ed è proprio a questo punto che il discorso assume una dimensione meno pragmatica e molto più ideologica. Perché dietro l’argomento apparentemente tecnico comincia ad affiorare una particolare rappresentazione dell’italiano e, più in generale, dell’europeo: un soggetto strutturalmente insufficiente. Non fa abbastanza figli, quindi deve essere demograficamente sostituito. Non vuole o non riesce a svolgere determinati lavori, quindi deve essere economicamente sostituito. Non mantiene da solo il sistema previdenziale, quindi deve essere fiscalmente sostituito. Se perde nello sport, gli manca il meticciato. Se vince grazie a un atleta con un genitore straniero, è il meticciato ad averlo salvato. L’innesto diventa così non più un fenomeno storico possibile, ma quasi una necessità antropologica.

Ed è qui che compare tutto il paradosso dell’antirazzismo che parla continuamente di razza. Per decenni ci è stato spiegato che non si può ridurre una persona alla propria origine, al colore della pelle o alla genealogia. Eppure una parte del discorso pubblico sembra incapace di guardare un atleta senza chiedersi da dove vengano i suoi genitori, una classe scolastica senza contarne le provenienze, un quartiere senza misurarne il grado di «diversità», una nazionale senza calcolarne il tasso di meticciato. Per superare l’ossessione della razza si finisce così per organizzare il racconto della società intorno alla razza. È un razzialismo selettivo, perché la provenienza viene resa significativa soltanto quando conferma la tesi desiderata.

L’immigrazione non risolve la debolezza

L’equazione è sempre la stessa. Più mescolanza uguale più modernità, più apertura, più forza; maggiore continuità uguale chiusura, arretratezza, paura. In questo schema la realtà finisce per essere usata per confermare una tesi già data: una sorta di meccanismo paranoide, in cui i dati non servono a interrogare l’ipotesi ma a ribadirla. Quando una determinata conformazione demografica viene considerata moralmente superiore a un’altra in quanto tale, siamo già usciti dal terreno dell’antirazzismo e siamo rientrati, dalla porta opposta, in quello dell’essenzialismo. La questione potrebbe allora essere posta in maniera molto più semplice. La denatalità richiede politiche della famiglia, della casa, del lavoro e delle generazioni. La crisi produttiva richiede investimenti, salari, innovazione e formazione. La scarsità di personale richiede di capire perché certi lavori non attraggano abbastanza persone. La crisi del calcio richiede vivai migliori, tecnici, strutture e federazioni capaci. Le vittorie dell’atletica italiana richiedono di capire cosa stiano facendo bene società, allenatori e atleti. Una società che non riesce più a discutere della propria natalità, della propria economia o persino dei propri campioni senza arrivare prima o poi alla necessità di importare qualcuno da fuori non sta soltanto elaborando una politica migratoria fallace, ma un giudizio permanentemente negativo su sé stessa.

Vincenzo Monti

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