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Dai «terroristi israeliani» a Ben-Gvir: il non-Stato che avanza come un califfato

by Sergio Filacchioni
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Ben-Gvir terroristi

Roma, 19 ago – Ci sono frasi che acquistano un significato solo quando vengono inquadrate in un insieme. «Ci sono persone lì che non meritano di vivere. Non dovrebbero vivere. Non sono nemmeno persone». A pronunciarle è stato Itamar Ben-Gvir, famigerato ministro della Sicurezza nazionale dello Stato ebraico, durante il podcast dell’ex ostaggio Rom Braslavski. Ben-Gvir stava spiegando cosa, a suo giudizio, Israele dovrebbe fare nella Striscia di Gaza: effettuare ogni notte «30 o 40» eliminazioni mirate, senza limitarle a coloro che rappresentano una minaccia immediata. Il punto non è nemmeno più indignarsi, ma capire quanto la politica israeliana stia modificando le regole dell’esercizio del potere.

Ben-Gvir alza sempre l’asticella del massacro

A Qabatiya, nel nord della Cisgiordania, alcuni palestinesi sono stati fermati e interrogati durante un blitz dell’Idf. Al momento del rilascio portavano numeri scritti sulla fronte e sulle braccia. Uno di loro, Ahmed Hatna, è stato ripreso con un grande «44» sulla fronte. L’esercito israeliano non ha negato l’episodio: ha spiegato che i fermati erano stati contrassegnati nell’ambito dell’operazione e che i comandanti avevano successivamente chiarito ai soldati la «gravità» del comportamento. Ma è difficile liquidare l’episodio come una semplice bravata. Qualcosa di simile era già accaduto ad aprile, quando numeri erano stati scritti sulle mani di donne palestinesi entrate nel campo profughi di Jenin. Anche allora l’Idf aveva parlato di una cattiva valutazione e di lezioni apprese. Ma evidentemente non era stata appresa abbastanza.
Ecco allora che appare con l’evidenza che non richiede scuse, l'”insieme” nel quale le parole del Ministro e le azioni dell’esercito si confermano a vicenda: il linguaggio politico rende certe pratiche possibili, e viceversa. Nell’intervista Ben-Gvir non si limita infatti alle «30 o 40» eliminazioni quotidiane. Rivendica il ritorno degli insediamenti israeliani nella Striscia, sostiene che «tutta Gaza» appartenga a Israele e auspica l’emigrazione di una parte consistente della sua popolazione. Come abbiamo sempre sostenuto, non si è mai trattato di sconfiggere Hamas, ma di stabilire con la forza chi ha diritto di vivere su quel territorio nei secoli a venire.

Mike Huckabee definisce i coloni «terroristi israeliani»

In Cisgiordania questo processo assume concrete. Il ministro della Difesa Israel Katz ha avviato il trasferimento alla polizia di alcune competenze riguardanti gli israeliani residenti nei territori. Ben-Gvir, da cui la polizia dipende politicamente, ha salutato il provvedimento come un «passo significativo» verso l’applicazione della sovranità israeliana in quella che continua a chiamare, in una sfumatura tutt’altro che indifferente, Giudea e Samaria. Sul terreno, quindi, l’avanzamento politico si accompagna alla pressione esercitata dai coloni. A Qusra, alcune famiglie palestinesi sono rimaste per giorni sotto l’assedio di gruppi di israeliani che cercavano di imporsi sulle loro proprietà. Tra loro c’è Loui Ridi, cittadino palestinese-americano tornato dagli Stati Uniti nel timore di perdere la propria abitazione. Sul tetto ha issato una gigantesca bandiera americana, quasi che il passaporto statunitense potesse offrirgli una protezione che il diritto di proprietà non sembrava più garantire.
Reuters ha documentato persino l’ingresso di un colono nella proprietà di Ridi mentre erano presenti soldati israeliani: questi gli hanno intimato di andarsene, senza arrestarlo. La vicenda è arrivata fino a Washington e ha provocato una reazione sorprendentemente dura anche da parte dell’ambasciatore americano Mike Huckabee, tutt’altro che ostile al movimento dei coloni, che ha definito responsabili di simili azioni «terroristi israeliani».

Ben-Gvir è la testa di un unico plesso

Ed è proprio l’espressione utilizzata da Huckabee, «terroristi israeliani», ha il merito di far crollare l’ultima finzione che in Occidente è dannatamente persistente. Il terrorismo non diventa meno terrorismo quando a praticarlo sono coloni ebrei anziché miliziani palestinesi. Assediare famiglie, aggredire civili, incendiare terre, occupare proprietà e costringere una popolazione ad abbandonare progressivamente il proprio territorio significa utilizzare violenza e terrore per produrre un risultato politico. Il problema più grave però eccede le intenzioni di Huckabee, perchè i «terroristi israeliani» di cui parla l’ambasciatore americano non agiscono nel vuoto. Si muovono nella stessa direzione verso cui lo Stato israeliano vuole trascinare il territorio. Il colono che tenta di cacciare una famiglia palestinese da una casa e il ministro che rivendica la sovranità israeliana sulla Cisgiordania utilizzano strumenti diversi, ma il punto d’arrivo coincide: meno palestinesi, più insediamenti, più terra sotto controllo israeliano. Uno agisce sul terreno, l’altro costruisce la cornice politica dentro la quale quell’avanzata può smettere di apparire un abuso e diventare un fatto compiuto, nello stesso schema che abbiamo già denunciato sul Libano.

Lo stato dei terroristi in avanzata come un califfato

Per questo la formula «terroristi israeliani» è simultaneamente utile e insufficiente. Inquadra un fenomeno, ma lo separa dal sistema che lo produce e gli assegna una comoda natura eccezionale. I coloni non sono una frangia impazzita ai margini dello Stato: appartengono allo stesso plesso politico, militare e territoriale che da Ben-Gvir al colono, passando per le pratiche dell’Idf, estende unilateralmente la sovranità israeliana ovunque incontri attrito, resistenza o semplice presenza palestinese. Per questo il «44» scritto sulla fronte di Ahmed Hatna non è il particolare grottesco ma il punto in cui convergono tutte le paranoie e ambizioni dell’entità sionista: l’uomo diventa numero, la popolazione diventa ostacolo, la terra diventa spazio da conquistare e il confine qualcosa che non esiste.
Un’entità, appunto, un non-Stato. Non perché gli manchino governo, esercito o istituzioni, ma perché rifiuta il principio stesso che fonda lo Stato politico moderno: non ha una costituzione scritta, non ha un limite territoriale. Ha soltanto una frontiera fluida, continuamente rimessa in discussione in nome di rivendicazioni storico-messianiche superiori al diritto di chi già abita quelle terre. Un non-Stato come un califfato. Perché il califfato non riconosce un confine: riconosce soltanto territori già conquistati e territori che devono ancora esserlo. E quando Ben-Gvir dice «tutta Gaza è nostra», forse la differenza comincia a diventare soltanto nominale.

Sergio Filacchioni

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