Roma, 21 ago – Don Biancalani è stato rimosso dalle parrocchie pistoiesi che aveva trasformato in centri d’accoglienza. La presenza di clandestini nel quartiere della parrocchia è stata causa di accoltellamenti, spaccio di droga (trovata nel confessionale alcuni anni fa), crollo del valore degli immobili, numero esorbitante di “ospiti” artefici del degrado e dell’insicurezza di Pistoia, città tra le più vivibili prima del modello Biancalani.
Le vicende di Ceuta hanno messo a nudo l’insostenibilità dell’accoglienza e dell’immigrazione su cui la Chiesa si è spesa (Bergoglio andò a Lampedusa), perdendo il contatto con la realtà e con i fedeli. Eppure avrebbe molti temi su cui richiamare l’attenzione: la crisi del matrimonio, della famiglia, la dissoluzione della figura paterna, la denatatlità, il traffico di organi e di esseri umani (che i flussi migratori legittimano), il diritto al lavoro e a una vita dignitosa. L’attività di don Biancalani non è un caso isolato, ma si inscrive in un modello cui appartiene anche don Gallo e altri parroci meno noti. Ma perché don Biancalani si sentiva legittimato nell’agire nuocendo ai suoi concittadini?
Le origini della Teologia della Liberazione
Questa “infiltrazione” risale al 1971, quando un sacerdote peruviano di nome Gustavo Gutiérrez pubblicò “Teologia della liberazione: prospettive”. La tesi centrale era politica e il quadro concettuale proveniva da altrove: la salvezza cristiana non poteva essere ridotta a un evento interiore o trascendente; la salvezza è liberazione: una liberazione concreta, storica e politica. E i poveri non sono poveri per caso o per peccato personale; sono poveri perché esiste una classe che li sfrutta. La missione della Chiesa, quindi, non era consolare i poveri promettendo loro il paradiso, ma accompagnarli nella loro lotta per la liberazione storica qui sulla terra.
La preoccupazione per i poveri è autenticamente cristiana. Non è un’invenzione di Gutiérrez o della sinistra; la Chiesa cattolica ha una tradizione. La dottrina sociale che difende la dignità del lavoratore, critica l’ingiusta accumulazione di ricchezza e chiede che lo Stato protegga i più vulnerabili. Gutiérrez ha preso quella legittima preoccupazione e l’ha riformulata in una cornice marxista. I poveri hanno cessato di essere individui con dignità davanti a Dio e sono diventati una classe sociale con una missione storica; la salvezza ha cessato di essere redenzione trascendente ed è diventata emancipazione politica; il sacerdote ha cessato di essere mediatore tra l’uomo e Dio e ha cominciato a essere uno strumento di sensibilizzazione sociale.
Ancora oggi sentiamo l’eco di quel libro del 1971, spesso perché, chi ha formato il sacerdote, lo ha letto e sta parlando o sta portando avanti progetti come accogliere immigrati clandestini nella propria parrocchia. Come don Biancalani. Il marxismo classico aveva tentato di impadronirsi della Chiesa dall’esterno, ma aveva fallito. Quindi ha imparato a entrare attraverso il seminario. Il Concilio Vaticano II, che si concluse nel 1965, aveva invitato la Chiesa ad aprirsi al mondo moderno, a rivedere il proprio linguaggio, a impegnarsi in un dialogo con la cultura contemporanea. Fu un momento di autentica apertura e, come ogni momento di apertura istituzionale, creò una frattura, perché l’apertura, senza una chiara bussola filosofica, è sempre il momento in cui coloro che vogliono cambiare un’istituzione dall’interno trovano la loro opportunità.
Nel 1968, la Conferenza Episcopale Latinoamericana si riunì a Medellín. Il documento finale incorporò il linguaggio della Teologia della Liberazione. La Chiesa doveva schierarsi con la lotta di classe del proletariato. E, il proletariato di oggi, sono gli extracomunitari. Il documento di Medellín non era marxista, ma il suo linguaggio fu adottato dai teologi della liberazione come approvazione istituzionale. E dal 1968 in poi, insegnare la Teologia della Liberazione in un seminario latinoamericano, significava insegnare ciò che la Conferenza Episcopale aveva apparentemente approvato. Si conquista il controllo di un’istituzione colonizzandone il linguaggio interno, i documenti, le facoltà di formazione, finché ciò che era eterodosso non diventa, nella pratica quotidiana, il senso comune dell’ambiente.
La Chiesa continuava a chiamarsi Chiesa, ma, in certi contesti, faceva qualcosa di diverso. Se la salvezza è essenzialmente politica, perché c’è bisogno dei sacramenti? Perché c’è bisogno dei sacerdoti? Perché c’è bisogno di Cristo? La Teologia della Liberazione, portata alle sue conseguenze, può rendere la Chiesa superflua, anche se, nei seminari, si diceva che la Chiesa doveva incarnarsi nella realtà dei poveri, e questo suonava come compassione, missione, Vangelo.
La risposta di Giovanni Paolo II e Ratzinger
Nel 1979, il discorso con cui Giovanni Paolo II inaugurò la Conferenza Episcopale in Messico, respinse la reinterpretazione di Gesù come figura politica, respinse la riduzione della missione della Chiesa alla trasformazione delle strutture sociali e difese una nozione di liberazione che non poteva essere separata dalla redenzione interiore e da una relazione personale con Dio. Quattro anni dopo, a Managua, Giovanni Paolo II puntava il dito contro Ernesto Cardenal, sacerdote e funzionario sandinista, rivolgendosi all’intera Chiesa latinoamericana: un sacerdote non può essere contemporaneamente ministro in un governo marxista e ministro della Chiesa.
Nel 1984, la Congregazione per la Dottrina della Fede, sotto la direzione del Cardinale Joseph Ratzinger, pubblicò l’Istruzione Libertatis Nuntius su alcuni aspetti della Teologia della Liberazione. Il documento non condanna la preoccupazione per i poveri, la riafferma; non nega la dimensione sociale del peccato, la riconosce. Ciò che condanna con precisione chirurgica è l’adozione dell’analisi marxista come strumento di interpretazione teologica. L’argomentazione di Ratzinger in quel documento è che il marxismo è un sistema concettuale che, una volta adottato, trasforma tutto ciò che tocca. Se si adotta l’analisi marxista della storia come lotta di classe, non si può più leggere il Vangelo in nessun altro modo, perché tale quadro interpretativo determina tutto. I poveri cessano di essere l’immagine di Cristo e diventano il soggetto storico della rivoluzione. Il peccato cessa di essere separazione da Dio e diventa partecipazione a strutture di oppressione. La salvezza cessa di essere grazia e diventa emancipazione. La dottrina cristiana viene sostituita da qualcos’altro che ne usa gli stessi termini e, quando un’istituzione adotta il linguaggio del suo avversario per apparire rilevante, perde identità. Senza identità, non può resistere a nulla. A Libertatis Nuntius seguì, nel 1986, Libertatis conscientia, che completò l’argomentazione offrendo una dottrina positiva della libertà cristiana. Roma aveva fatto il suo lavoro intellettuale. Il problema era che il lavoro intellettuale, per quanto preciso, non cancellava vent’anni di formazione in seminario.
Divenuto pontefice Ratzinger, nel 2004, diceva: “C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. […] La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie. Ma la multiculturalità non può sussistere senza costanti in comune, senza punti di orientamento a partire dai valori propri.”
Da Bergoglio a don Biancalani
Ratzinger fu rimosso e, con il defunto Bergoglio, la Chiesa ha nuovamente permesso l’infiltrazione del marxismo – divenuta ideologia woke – nella dottrina cattolica. Quasi tutti i parroci attuali, formatisi nei seminari, sono imbevuti di quella teologia.
Nel 2013, Papa Francesco ricevette in udienza privata Gutiérrez la cui opera era stata oggetto di indagine vaticana per decenni e che era stato emarginato durante i due ultimi pontificati. Bergoglio ha riabilitato un linguaggio contro cui i suoi predecessori hanno combattuto. Frasi come “economie che uccidono”, “cultura dello scarto” e “globalizzazione dell’indifferenza” implicano un’analisi delle cause strutturali e una prescrizione politica non neutrale. Quando un Papa usa questo linguaggio, non sta necessariamente approvando la Teologia della Liberazione, ma le sta dando ossigeno. Quando riconosciamo il linguaggio della Teologia della Liberazione, il più delle volte significa che il sacerdote si è formato in un ambiente in cui quel linguaggio era l’aria che si respirava. Ratzinger aveva detto che una Chiesa che diventa strumento di rivoluzione politica cessa di essere. La Teologia della Liberazione non ha distrutto la Chiesa cattolica, ma ha instillato in una generazione di sacerdoti latinoamericani un modo di vedere il mondo e il Vangelo che opera ancora nelle parrocchie, nelle facoltà di teologia e nei documenti episcopali.
La Chiesa fu conquistata negli anni ’60 proprio perché aveva una sincera preoccupazione per i poveri, e quella preoccupazione fu il punto di ingresso. Questo può far capire perché Benedetto XVI ha combattuto contro la Teologia della Liberazione e perché fu costretto a lasciare il suo posto a un Papa latinoamericano proprio nel momento in cui l’élite globalista aveva bisogno di una figura organica che promuovesse il culto woke delle vittime.
Claudia Placanica