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Dublinanti, il Pd si inventa una “rappresaglia” contro l’Italia: ecco cosa succede

by La Redazione
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Roma, 20 ago – Cinque Paesi europei pronti a rimandare migranti in Italia e un colpevole già individuato: Giorgia Meloni. La ricostruzione offerta da Repubblica, immediatamente raccolta da Elly Schlein, è semplice quanto suggestiva. Il governo italiano sospende Schengen nei confronti della Spagna dopo la crisi di Ceuta, crea un precedente e, come in un gigantesco boomerang, Germania, Austria, Svizzera, Finlandia e Svezia decidono di applicare lo stesso principio contro di noi. Peccato che i fatti e la cronologia racconti – come spesso accade – un’altra storia.

Il 12 giugno 2026 infatti è entrato pienamente in applicazione il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. Ed è precisamente a quel sistema, non alla crisi di Ceuta di fine luglio, che Finlandia e Svezia stanno facendo riferimento. Helsinki ha spiegato esplicitamente che è l’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo a consentire la ripresa dei trasferimenti verso l’Italia; Stoccolma ha dichiarato di averne già effettuati e di voler continuare «in conformità con le disposizioni del Patto».

La rappresaglia per Ceuta che viene prima di Ceuta

Basta guardare l’Austria. Vienna ha già effettuato quattro trasferimenti verso l’Italia a partire dal 12 giugno. Difficile sostenere che siano la rappresaglia per una decisione italiana presa quasi due mesi più tardi. Con la Germania la tesi diventa ancora più fragile. L’8 dicembre 2025 era stato lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ad annunciare che Roma e Berlino avevano concordato «un azzeramento dei Dublinanti fino all’entrata in vigore del nuovo Patto Asilo e Migrazione», quando sarebbero entrati in funzione i nuovi meccanismi europei. Nello stesso comunicato il Viminale rivendicava addirittura una convergenza con la Germania sulla necessità di un nuovo approccio verso le Ong, considerate spesso un pull factor. Altro che rappresaglia improvvisata dopo Ceuta. Il dossier era aperto, negoziato e conosciuto da mesi.

Questo non significa che per l’Italia non esista un problema. Significa che il problema è diverso da quello raccontato da Pd e media progressisti. Il nuovo regolamento europeo continua infatti ad attribuire una responsabilità importante allo Stato di primo ingresso. Se viene accertato che un richiedente asilo ha attraversato irregolarmente una frontiera esterna, la competenza ricade in linea generale sul primo Stato attraversato per un periodo che può arrivare a 20 mesi; in caso di sbarco successivo a un’operazione di ricerca e soccorso, il termine è di 12 mesi. Per l’Italia significa una cosa molto concreta: il migrante che arriva sulle nostre coste e successivamente raggiunge Germania, Austria o Svezia non diventa automaticamente un problema tedesco, austriaco o svedese. Il nuovo sistema europeo è stato costruito anche per contrastare questi movimenti secondari.

Il vero boomerang del nuovo Patto sui migranti

È qui, semmai, che si trova il vero boomerang. Il governo Meloni ha giustamente spinto l’Europa verso controlli più duri alle frontiere esterne, procedure accelerate, rimpatri e accordi con Paesi terzi. Ma un sistema europeo più rigido non funziona soltanto quando deve impedire a qualcuno di entrare nell’Unione. Funziona anche quando deve impedire a chi è entrato in Italia di stabilirsi successivamente in Germania. Il Patto prevede naturalmente anche meccanismi di solidarietà. Per il 2026 la riserva europea è fissata in 21mila ricollocamenti o altri interventi equivalenti e 420 milioni di euro di contributi finanziari; una quota indicativa del 42% è destinata agli Stati sotto pressione per gli sbarchi conseguenti alle operazioni di ricerca e soccorso, categoria nella quale rientrano Italia e Spagna. Esistono inoltre i cosiddetti responsibility offsets: invece di rispedire materialmente un richiedente in Italia, uno Stato può assumersi la responsabilità della domanda e conteggiarla come contributo di solidarietà.

Il saldo reale, dunque, si potrà giudicare soltanto contando quanti migranti verranno effettivamente rimandati in Italia e quanti resteranno negli altri Paesi attraverso ricollocamenti e compensazioni. Una cosa, però, è già chiara: attribuire tutto alla sospensione di Schengen contro Madrid significa trasformare una questione strutturale europea in una polemica agostana contro Meloni.

E le navi tedesche continuano a sbarcare in Italia

C’è poi un’altra contraddizione evidente a chiunque. Mentre Berlino rivendica il diritto di trasferire in Italia chi è passato dal nostro Paese, organizzazioni tedesche continuano a operare nel Mediterraneo centrale e a sbarcare persone nei porti italiani. Non tutte le Ong sono tedesche, naturalmente, ma tra le principali troviamo Sea-Watch, SOS Humanity e Sea-Eye. E proprio in questi giorni la Humanity 1 di SOS Humanity ha portato a Ravenna 73 persone soccorse tra Malta e Lampedusa. Nei primi mesi del 2026 circa 3mila persone sarebbero state sbarcate in Italia dalla flotta delle Ong, delle quali circa un migliaio dalle organizzazioni tedesche. Insomma, non può funzionare un sistema nel quale attori privati di un Paese europeo partecipano stabilmente alle operazioni che terminano con uno sbarco in Italia, mentre quello stesso Paese pretende poi di restituirci chi dall’Italia si è spostato verso nord.

Lo ha capito persino il Viminale, che ha sollevato il tema di una compensazione con Berlino. Le Ong hanno risposto invocando, ovviamente, gli obblighi internazionali di soccorso in mare. Ma un conto è soccorrere chi rischia di morire in mare; altra cosa è accettare che organizzazioni private trasformino il soccorso civile in un dispositivo permanente di gestione delle rotte migratorie verso l’Italia. Le Ong tedesche vanno fermate con gli strumenti giuridici, amministrativi e diplomatici consentiti dal diritto internazionale, pretendendo dagli Stati di appartenenza e dall’Unione europea l’assunzione delle rispettive responsabilità. Il Mediterraneo non può essere una strada a senso unico nella quale le navi portano verso sud le responsabilità che i governi del Nord vogliono poi rispedire indietro.

La Remigrazione è già in Parlamento

Ed è precisamente per questo che il dibattito italiano dovrebbe smettere di esaurirsi nella contabilità degli sbarchi, anche se segnaliamo con piacere una sinistra in giubilo per i rimpatri degli altri (l’importante è che non li faccia mai e poi mai l’Italia). Il 30 giugno sono state depositate alla Camera circa 150mila firme per la proposta di legge di iniziativa popolare «Remigrazione e riconquista». Il testo è diventato ufficialmente l’Atto Camera 2997 ed è stato assegnato il 14 luglio alla commissione Affari costituzionali. Al momento, però, l’esame non è ancora iniziato. Si può essere favorevoli, contrari, chiedere modifiche, contestarne singole norme. Questo dovrebbe servire un Parlamento. Ma dopo 150mila firme, tre volte quelle costituzionalmente necessarie per un’iniziativa popolare, non è più possibile liquidare la remigrazione come una parola proibita o una provocazione da lasciare fuori dalle istituzioni.

A giugno Piantedosi la liquidava come «solo chiacchiere». Oggi il testo è depositato alla Camera, mentre l’Europa discute concretamente di trasferimenti, rimpatri, Stati di primo ingresso, Paesi terzi sicuri e centri esterni. Forse è arrivato il momento di fare esattamente ciò che per mesi qualcuno ha cercato di impedire: discuterne. Perché il problema non è stabilire se l’Europa possa rimandare in Italia qualche centinaio o qualche migliaio di dublinanti. Il problema è decidere quale politica migratoria debba avere l’Italia nel prossimo decennio: chi può entrare, chi può restare, chi deve essere rimpatriato e come ridurre strutturalmente la presenza irregolare sul territorio nazionale.

Vincenzo Monti

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