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L’IA è già nelle università: vietarla non basta, bisogna governarla

by Redazione
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L’intelligenza artificiale è già entrata nella vita universitaria. La sfida non è scegliere tra entusiasmo e proibizione, ma definire limiti, responsabilità e nuove forme di valutazione.

L’intelligenza artificiale non è più una tecnologia da osservare in attesa che arrivi. È presente nei motori di ricerca, nei programmi di scrittura, nelle piattaforme didattiche e negli strumenti che gli studenti usano per organizzare appunti, preparare esami e impostare lavori accademici.

La diffusione è ormai misurabile. Secondo i dati Eurostat sull’uso dell’IA generativa tra i giovani, nel 2025 il 63,8% delle persone tra i 16 e i 24 anni nell’Unione europea ha utilizzato questi strumenti; il 39,3% li ha impiegati nell’istruzione formale. In Italia la quota complessiva è stata del 47,2%.

La domanda, quindi, non è più soltanto se l’IA debba essere permessa. È capire quali attività possa sostenere senza sostituire il ragionamento, la responsabilità e il valore formativo del lavoro universitario.

Vietare non basta

Ogni innovazione applicata all’istruzione ha incontrato resistenze. È accaduto con la calcolatrice e, più tardi, con Internet.

Il confronto, però, ha dei limiti: l’IA generativa non si limita a eseguire un calcolo o a trovare informazioni. Può proporre strutture, formulare argomentazioni e produrre riferimenti che sembrano autorevoli.

Proprio per questo un divieto assoluto non risolve il problema. Gli studenti possono usare gli stessi strumenti fuori dall’aula e da qualunque dispositivo. Ignorarli significa lasciare che vengano adottati senza metodo, trasparenza o capacità di verifica.

Il compito dell’università dovrebbe essere più ambizioso: stabilire limiti comprensibili, insegnare competenze e rendere gli studenti responsabili delle scelte compiute.

Il confine tra assistenza e sostituzione

Il punto decisivo non è stabilire se uno studente abbia utilizzato l’IA, ma capire che cosa le abbia delegato.

Usarla per riordinare appunti, formulare possibili domande di ricerca o creare una prima scaletta non equivale a consegnare un elaborato generato automaticamente senza comprenderne il contenuto.

Il criterio di fondo può essere espresso con chiarezza, anche se cambia in base al corso e alle regole dell’ateneo: lo strumento può sostenere il processo, ma non dovrebbe sostituire ciò che l’università intende valutare.

Le indicazioni dell’Università di Bologna sull’uso della GenAI nelle consegne valutate distinguono, per esempio, tra la preparazione di una struttura preliminare per una tesi e il semplice copia e incolla di frasi prodotte automaticamente.

La prima può essere compatibile con le regole quando lo studente mantiene una supervisione attiva, verifica i risultati e dichiara l’uso dello strumento quando richiesto. Il secondo caso non rispetta lo stesso principio.

Se uno studente non sa spiegare una tesi presente nel proprio elaborato, verificare una fonte o giustificare il percorso logico seguito, è venuta meno una parte essenziale dell’apprendimento.

Scrivere resta un esercizio di pensiero

Una tesi di laurea non è soltanto un documento da consegnare. Richiede di delimitare un problema, selezionare fonti, distinguere dati e opinioni, costruire un’argomentazione e arrivare a conclusioni difendibili.

Scrivere serve anche a scoprire contraddizioni, lacune e collegamenti che non erano evidenti all’inizio. Delegare interamente questa fase significa rinunciare a una parte centrale del percorso formativo.

L’uso dell’intelligenza artificiale per la tesi può rendere meno dispersive alcune attività. Può aiutare a trasformare un tema troppo ampio in domande più precise, proporre una sequenza di sezioni o segnalare ripetizioni. 

Nel campo della scrittura universitaria, piattaforme come StudyTexter possono supportare le fasi di pianificazione e organizzazione, per esempio nell’impostazione di una struttura iniziale o nella suddivisione del lavoro.

Il valore di questi strumenti dipende però dal loro utilizzo. Ogni suggerimento deve essere confrontato con la consegna, con le fonti effettivamente consultate e con le regole dell’ateneo. Lo studente resta responsabile delle affermazioni, delle citazioni e dell’originalità del ragionamento.

I rischi non scompaiono

L’apertura verso l’IA non deve trasformarsi in fiducia automatica. Un sistema può produrre informazioni inesatte, riferimenti inesistenti o testi scorrevoli ma deboli sul piano logico. Proprio la fluidità della risposta può rendere l’errore difficile da riconoscere.

Esiste anche un problema di riservatezza. Caricare documenti non pubblicati, dati personali o materiali di ricerca su servizi esterni può creare rischi che vanno oltre la qualità del testo. Prima di utilizzare una piattaforma è quindi necessario capire quali dati vengano conservati e come siano trattati.

Il controllo umano non è una formalità finale: è la condizione che rende l’uso dell’IA compatibile con un’attività basata sulla verifica e sulla corretta attribuzione delle fonti.

Se cambia lo strumento, deve cambiare la valutazione

L’intelligenza artificiale pone una domanda anche ai docenti. Se generare un testo formalmente corretto diventa sempre più semplice, valutare soltanto il prodotto finale potrebbe non essere sufficiente.

Acquistano maggiore importanza il percorso di lavoro, le bozze, la scelta delle fonti e la capacità di motivare le decisioni. Una discussione orale o la richiesta di spiegare come è stata costruita una sezione possono mostrare molto più della semplice ricerca di tracce di IA nel testo.

Non si tratta di abbassare gli standard. Significa riportare al centro comprensione, metodo, autonomia e capacità di giudizio.

L’Italia deve costruire competenze, non soltanto divieti

Il dato Eurostat mostra che l’Italia è sotto la media europea nell’uso dell’IA generativa tra i giovani. Ma una diffusione più lenta non rappresenta automaticamente una protezione. Può anzi ampliare il divario tra chi possiede gli strumenti e le competenze per usarli e chi li adotta in modo occasionale e inconsapevole.

Servono quindi formazione per studenti e docenti, regole differenziate tra discipline e indicazioni chiare su trasparenza, fonti e protezione dei dati.

Governare questa trasformazione significa evitare due errori opposti: presentare ogni automazione come progresso oppure considerare ogni utilizzo una forma di inganno.

Governare per non subire

L’intelligenza artificiale non sparirà dalle università, dalle professioni o dalla vita quotidiana. La scelta reale non è tra accettarla e cancellarla, ma tra subirne l’uso e stabilirne consapevolmente le condizioni.

L’IA può accelerare alcune operazioni e rendere più accessibili strumenti prima riservati a pochi. Non può però diventare un alibi per rinunciare alla fatica del pensiero.

L’università resterà credibile se saprà usare la tecnologia senza consegnarle il compito di pensare al posto dell’uomo. Governare l’IA non significa temere il futuro, ma evitare che il futuro venga deciso senza di noi.

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