Home » Il Piano Mattei diventa l’ennesimo “piano manodopera”: il Governo apre al corridoio egiziano

Il Piano Mattei diventa l’ennesimo “piano manodopera”: il Governo apre al corridoio egiziano

by Sergio Filacchioni
0 commento

Roma, 3 set – Prima quasi mezzo milione di ingressi programmati con il decreto flussi. Adesso una struttura permanente per formare lavoratori direttamente nei Paesi d’origine e portarli nelle aziende italiane. Dal Cairo, Antonio Tajani ha reso ancora più esplicita la politica migratoria del governo: meno immigrazione irregolare, certo, ma contemporaneamente «un crescente numero di migranti regolari» da impiegare nelle imprese italiane dopo un percorso di formazione.

Il governo rivendica la coerenza dell’operazione: contrastare trafficanti e clandestinità sostituendoli con canali ordinati, selezionati e legali, capaci nello stesso tempo di soddisfare la domanda delle imprese. È precisamente questo, però, il punto politico. Dopo quattro anni diventa difficile continuare a raccontare il centrodestra come il governo della riduzione dell’immigrazione. È il governo della sua normalizzazione. Chi aveva confuso lo slogan sugli sbarchi con una politica diretta a ridurre la dipendenza dell’economia italiana dall’importazione di manodopera dovrebbe prendere nota: il confine viene chiuso al trafficante e contemporaneamente aperto dal datore di lavoro.

Dopo 497 mila ingressi, altri canali per la manodopera

Il precedente è già enorme. Il decreto flussi 2026-2028 programma 497.550 ingressi di cittadini extracomunitari per lavoro, 164.850 soltanto quest’anno: 267 mila posti sono destinati al lavoro stagionale in agricoltura e turismo e altri 230.550 al lavoro subordinato non stagionale e autonomo. Lo stesso Ministero del Lavoro spiega che le quote sono state calibrate sui fabbisogni espressi dalle parti sociali e sulle richieste delle imprese. Ma fermarsi a quella cifra rischia persino di sottostimare la portata del modello costruito negli ultimi anni. Il mezzo milione del decreto flussi non rappresenta necessariamente il limite complessivo degli ingressi per lavoro. Dal 2023, infatti, i cittadini stranieri che completano programmi di formazione professionale e civico-linguistica all’estero approvati dal Ministero possono entrare e venire assunti al di fuori delle quote del decreto flussi, in qualunque momento dell’anno. Non è un dettaglio burocratico: è un secondo canale, espressamente costruito per rispondere al fabbisogno delle imprese. Nel giugno scorso il governo ne ha ulteriormente digitalizzato la procedura e ad agosto ha disciplinato l’iscrizione dei lavoratori formati all’estero al SIISL, facilitando l’incontro con i datori di lavoro italiani.

È precisamente dentro questa architettura che va letta la missione egiziana. La Farnesina parla apertamente di «percorsi di mobilità legale e qualificata», formazione tecnica e professionale e sviluppo delle competenze per rispondere alla domanda di lavoratori del sistema produttivo italiano. Il progetto DEMO, realizzato da AICS e finanziato dall’Unione europea, prevede addirittura un Centro italo-egiziano per il lavoro e le opportunità di mobilità, descritto come una «piattaforma permanente» destinata a collegare formazione, servizi per l’impiego e percorsi di migrazione regolare nei settori dell’ICT, dell’energia, dell’agricoltura e del turismo. La parola decisiva è proprio “permanente”. Non stiamo discutendo di un contingente eccezionale di tecnici indispensabili per un investimento particolare. Stiamo costruendo infrastrutture amministrative internazionali affinché una parte della domanda di lavoro italiana venga soddisfatta formando preventivamente all’estero la forza lavoro necessaria e organizzandone poi la mobilità.

Il Piano Mattei cambia significato

Qui anche il Piano Mattei assume un significato assai diverso dalla rappresentazione che ne ha accompagnato il lancio. L’idea di cooperare con l’Africa, investire nello sviluppo locale e ridurre le spinte alla migrazione poteva persino rappresentare una rottura rispetto alla vecchia retorica dell’accoglienza. Oggi però una parte di quella stessa infrastruttura viene utilizzata per un obiettivo differente: non soltanto creare lavoro in Africa, ma formare in Africa il lavoro da trasferire in Italia. Tajani lo ha scritto senza ambiguità: attraverso il Piano Mattei si vogliono favorire percorsi di migrazione regolare capaci di assicurare lavoratori qualificati all’Italia. Lo schema diventa allora fin troppo evidente. L’Italia finanzia e organizza la formazione nei Paesi d’origine; costruisce sistemi di incontro tra domanda e offerta; rende più semplice l’ingresso fuori quota dei lavoratori formati; contemporaneamente programma quasi mezzo milione di ingressi ordinari. Non è più l’immigrazione che sopperisce occasionalmente alle carenze del mercato del lavoro. È il mercato del lavoro che viene organizzato strutturalmente contando sull’immigrazione.

Ed è questo che rende insufficiente la risposta secondo cui «almeno sono ingressi regolari». Regolare e irregolare sono categorie decisive per la legalità e il controllo delle frontiere, ma non risolvono la questione economica. Un lavoratore con il visto non esercita magicamente effetti opposti sul mercato del lavoro rispetto a uno senza documenti. Continua ad aumentare l’offerta di lavoro in un determinato settore. La vera domanda resta quindi quella che questo governo continua a evitare: perché l’Italia avrebbe continuamente bisogno di aumentare l’offerta di lavoro invece di aumentare il valore del lavoro che possiede già?

Il paradosso del Paese con pochi lavoratori e milioni di esclusi

Il paradosso diventa ancora più clamoroso osservando i dati italiani. Nel 2025 il nostro Paese aveva il tasso di occupazione più basso dell’intera Unione europea: 67,6 per cento tra i 20 e i 64 anni contro il 76,1 per cento della media comunitaria. Non siamo quindi una nazione nella quale tutte le energie disponibili siano state assorbite e le imprese siano costrette a cercare altrove l’ultimo lavoratore rimasto. Siamo una nazione che riesce a occupare una quota della propria popolazione molto inferiore a quella degli altri Paesi europei. Nello stesso tempo abbiamo un problema salariale che dura da anni. All’inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7,5 per cento rispetto all’inizio del 2021, il peggior risultato tra le principali economie Ocse. E proprio quest’anno la Commissione europea ha descritto l’Italia come prigioniera di un circolo tra bassa produttività, bassi salari e lavori di scarsa qualità, osservando un fatto particolarmente significativo: negli ultimi anni il costo relativamente basso del lavoro ha spinto il sistema produttivo italiano a utilizzare maggiormente il fattore lavoro rispetto al capitale, favorendo l’espansione di attività ad alta intensità di manodopera e basso valore aggiunto.

È difficile trovare una diagnosi più vicina al problema denunciato mille volte su queste pagine. Se il lavoro costa poco, conviene usare lavoro. Se il lavoro scarseggia e diventa costoso, aumenta invece l’incentivo a investire in capitale, organizzazione, tecnologia e produttività. La politica migratoria del governo interviene precisamente nel momento in cui la scarsità potrebbe esercitare quella pressione, garantendo alle imprese nuove riserve di personale. Un sistema che decide politicamente di ampliare continuamente l’offerta di manodopera protegge le imprese dalla necessità di reagire pienamente alla sua scarsità. E in un Paese che la stessa Commissione europea descrive come troppo dipendente dal lavoro relativamente economico rispetto al capitale, questa non sembra una cura quanto un’iniezione di morfina.

Prima gli sbarchi, poi gli ingressi

È qui che appare la vera trasformazione del centrodestra. La contrapposizione con la sinistra resta feroce sulle Ong, sulle regolarizzazioni, sui centri in Albania, sulla cittadinanza e sulle modalità d’ingresso. Ma sulla premessa economica fondamentale lo spazio di dissenso si restringe sempre di più: l’Italia avrebbe bisogno di un apporto migratorio strutturale e crescente perché il suo apparato produttivo possa continuare a funzionare nelle forme attuali. Confindustria chiama questa esigenza «carenza di manodopera». Tajani parla di mobilità regolare. La cooperazione internazionale costruisce i corsi di formazione. Il Ministero del Lavoro prepara i canali amministrativi. Il decreto flussi stabilisce centinaia di migliaia di quote. Alla fine della catena c’è sempre la medesima soluzione: invece di modificare il modello produttivo per adattarlo alla scarsità di lavoratori, si modificano le dimensioni della popolazione disponibile per adattarle al modello produttivo.

Questo è il punto che nessuna distinzione tra clandestino e regolare può cancellare. Un governo che prometteva controllo dell’immigrazione sta costruendo una politica industriale fondata sull’immigrazione controllata. È certamente preferibile conoscere chi entra, selezionarlo e sottrarlo ai trafficanti piuttosto che lasciare il Mediterraneo nelle mani degli scafisti. Ma amministrare meglio un fenomeno non significa ridurne la centralità. E qui la centralità sta aumentando vertiginosamente.

Importare lavoratori o costruire un’altra Italia

La scelta alternativa sarebbe molto più difficile. Portare il tasso di occupazione italiano verso quello europeo. Rendere possibile alle donne lavorare attraverso servizi e infrastrutture adeguate. Recuperare giovani e inattivi. Fermare l’emigrazione dei qualificati. Rendere trasferirsi per un lavoro economicamente sostenibile. Costringere le imprese incapaci di trovare personale ad alzare gli stipendi, organizzarsi meglio, investire in macchinari e aumentare la produttività. Sostenere natalità e famiglie sapendo che i risultati arrivano dopo vent’anni e non dopo un click day.

Ed è per questo che la missione di Tajani al Cairo conta molto più dell’accordo che verrà firmato. Mostra finalmente senza veli quale politica abbia scelto il governo: fermare per quanto possibile l’immigrazione che non controlla e aumentare quella richiesta dal sistema produttivo. Non «meno immigrazione», dunque, ma immigrazione selezionata, programmata e incorporata nella strategia economica nazionale. Il glorioso Piano Mattei, che pure prometteva una linea finalmente sostenibile, rischia così di trasformarsi nel Piano Manodopera. Una rete che parte dai centri di formazione africani e termina nelle imprese italiane, affinché queste ultime possano continuare a trovare le braccia di cui sostengono di avere bisogno.

L’alibi per non cambiare mai nulla

Ma problema è che l’Italia non ha bisogno soltanto di più lavoratori. Ha disperatamente bisogno che ogni lavoratore produca più valore, guadagni di più e abbia una ragione per restare, formare una famiglia e costruire qui il proprio futuro. Continuare ad aggiungere braccia senza cambiare il sistema che le utilizza significa rinviare questa trasformazione e favorire quella demografica ed etnica. Prima il decreto flussi. Adesso il “corridoio egiziano”. Domani troveremo un altro Paese d’origine. Il punto resta sempre lo stesso: quando l’immigrazione diventa la risposta permanente e irreversibile alla carenza di manodopera, la carenza di manodopera smette di essere un problema e diventa l’alibi per non cambiare mai nulla.

Sergio Filacchioni

You may also like

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati