Mentre il mercato internazionale del greggio vive uno dei momenti più turbolenti degli ultimi anni, con oscillazioni giornaliere che in altre epoche si sarebbero viste solo in settimane, in Italia il prezzo alla pompa continua a portare il peso di un fardello che non cambia mai: le accise sui carburanti, tra le più alte d’Europa, che restano fisse indipendentemente da quanto scende o sale il petrolio sui mercati internazionali.
Partiamo dai fatti. Tra il 3 e il 10 agosto il WTI ha vissuto un’autentica montagna russa: crollo del 5,88% in una sola seduta il 3 agosto, sotto gli 80 dollari al barile, sulla scia dell’annuncio di Trump di voler riprendere i negoziati con l’Iran; rimbalzo il giorno dopo sopra 81 dollari; nuovo tonfo pochi giorni più tardi fino a 74,92, quando Teheran ha fatto sapere che la riapertura dello Stretto di Hormuz è condizionata a un risarcimento economico da parte di Washington. Il Brent, nello stesso periodo, si è mosso tra 78,58 e 85,10 dollari al barile.
Un’oscillazione complessiva superiore al 10% in una settimana: numeri che in un mercato normale sarebbero considerati eccezionali. Ma il mercato del petrolio, dallo scoppio del conflitto tra Stati Uniti e Iran a fine febbraio, non è più “normale” in nessun senso della parola. Lo Stretto di Hormuz, da cui transitava prima della crisi circa un quinto del petrolio mondiale, è di fatto paralizzato: nei primi giorni di agosto il traffico marittimo si è ridotto a otto-quindici navi al giorno, contro le oltre 130 abituali.
Eppure, nonostante questa volatilità internazionale, il consumatore italiano continua a fare i conti con un elemento che nessuna oscillazione di mercato riesce a scalfire: le accise. Componente fissa del prezzo, indipendente dal valore del barile, che in Italia rappresenta storicamente una delle voci più pesanti rispetto alla media europea. Quando il petrolio scende, l’automobilista beneficia solo in parte del calo, perché la componente fiscale assorbe comunque una fetta consistente del prezzo. Quando sale, invece, l’effetto si somma per intero.
È un tema che torna puntualmente ogni volta che il mercato internazionale attraversa fasi di forte instabilità, e che quest’estate assume un rilievo particolare proprio per l’ampiezza delle oscillazioni in gioco. Diversi osservatori del settore energetico segnalano come, in un contesto di prezzi così volatili, servirebbe più flessibilità nel sistema fiscale sui carburanti — un tema che, va detto, resta da anni al centro del dibattito politico senza trovare soluzioni strutturali, indipendentemente dal colore dei governi che si sono succeduti.
Non mancano le voci di chi sostiene che una revisione del sistema di accise, magari con meccanismi più flessibili legati all’andamento internazionale dei prezzi, potrebbe essere una risposta più equa nelle fasi di forte rialzo del greggio, senza necessariamente ridurre il gettito nel medio periodo — grazie a un possibile aumento dei consumi quando i prezzi tornano più favorevoli.
Non è solo un tema italiano, va detto per completezza. Anche altri paesi europei applicano accise significative sui carburanti, ma diverse analisi comparate degli ultimi anni collocano l’Italia sistematicamente tra le posizioni più alte della classifica continentale per pressione fiscale. Una condizione che, con prezzi internazionali già elevati e instabili come oggi, amplifica il divario percepito tra le variazioni di mercato e quanto effettivamente si paga al distributore.
C’è chi fa notare come, in altri momenti storici di forte instabilità sui mercati energetici, il governo abbia introdotto interventi temporanei — come sconti fiscali o crediti d’imposta — per attutire l’impatto sui consumatori. Non è ancora chiaro se misure simili verranno prese in considerazione anche questa volta, ma la pressione dell’opinione pubblica, complice la durata ormai prolungata della crisi, potrebbe rendere il tema sempre più difficile da ignorare nelle prossime settimane.
Sul fronte internazionale, gli analisti restano divisi. C’è chi ritiene che una riapertura, anche parziale, dello Stretto di Hormuz potrebbe portare a un rapido riassorbimento del premio di rischio geopolitico oggi incorporato nei prezzi. Altri, più cauti, evidenziano come le richieste di Teheran allontanino, almeno nel breve periodo, una soluzione diplomatica rapida.
Nel frattempo, per i cittadini italiani la situazione si traduce in un doppio livello di incertezza: quella, fisiologica, dei mercati internazionali, e quella, tutta interna, di un sistema fiscale che non lascia spazio a sconti anche quando le quotazioni internazionali calano sensibilmente.
Per chi vuole seguire con attenzione l’evoluzione della situazione, il petrolio oggi è consultabile in tempo reale su piattaforme come Plus500, che offre anche strumenti di trading in CFD sul greggio — utili per chi vuole monitorare da vicino un mercato le cui conseguenze, come dimostra l’estate 2026, arrivano fino al portafoglio di ogni automobilista italiano.
Resta da vedere se questa fase di forte instabilità internazionale, combinata con la rigidità del sistema fiscale nazionale, spingerà finalmente il dibattito pubblico verso soluzioni concrete, o se — come già successo in passato — la questione tornerà ad essere accantonata non appena i prezzi si stabilizzeranno.
Si ricorda che il trading in CFD comporta un rischio elevato di perdita rapida del capitale investito.