Roma, 16 giu – C’è una foto che racconta un’epoca meglio di tanti saggi di storia. È una foto in bianco e nero, un po’ mossa, come tutte le cose che corrono troppo in fretta. Si vede un uomo col volto scavato, gli occhi fermi di chi ha visto il Carso e non ha più paura di niente. È Aurelio Padovani, il “Capitano”. Cent’anni fa, il 16 giugno 1926, quell’uomo finiva sotto le macerie di un balcone a Napoli. E con lui, forse, finiva l’illusione di un fascismo diverso. Quello delle origini. Quello che non voleva farsi Stato, ma voleva restare trincea. Per capire Padovani bisogna fare un passo indietro. Bisogna togliersi di dosso le formule preconfezionate della politica di oggi e tornare a quella terra di nessuno che furono gli anni Venti.
Il Fascismo intransigente
C’era una parola che allora faceva paura, a Roma come nelle province. Intransigenza. Era il marchio di fabbrica di una generazione che era uscita viva dalle fangaie della Grande Guerra e che non riusciva a ritrovare il passo nella vita civile. Avevano addosso l’odore del sangue e del fango dell’Hermada. Padovani era uno di loro. Medaglia d’argento, mutilato, un corpo che portava i segni del dovere. Quando si mise la camicia nera, non lo fece per svoltare, per trovare un posto in banca o un seggio da deputato. Per lui la camicia nera era un sudario. Una promessa fatta ai compagni rimasti al fronte.
Ma la storia, si sa, ha il passo cinico di chi deve far quadrare i conti. E Benito Mussolini quei conti doveva farli a Roma, nei palazzi del potere. Il fascismo delle origini – quello di Piazza San Sepolcro, sindacale, repubblicano, un po’ anarchico e molto violento – doveva morire per far nascere il Regime. Era la “normalizzazione”. Significava aprire le porte ai vecchi notabili giolittiani, stringere le mani ai massoni, fare l’occhiolino ai capibastone del clientelismo meridionale. Insomma, il solito vecchio valzer italiano: cambiare tutto per non cambiare niente. A Napoli, però, c’era Padovani. E Padovani disse no.
Da via Orsini, il Capitano guardava Roma con lo stesso disprezzo con cui un soldato al fronte guardava gli imboscati del comando supremo. Il suo fascismo intransigente era una cosa diversa. Voleva lo squadrismo puro, quello che stava nei vicoli tra i disoccupati e i camalli del porto, non quello che frequentava i salotti della buona borghesia. Un movimento popolare, operaio, spietatamente pulito. A Napoli chi rubava, chi cercava la mazzetta, chi usava la camicia nera per fare carriera veniva cacciato a calci. Senza guardare in faccia a nessuno, che fosse un gerarca o un amico d’infanzia. La disciplina non era un ordine del giorno: era una questione d’onore.
Padovani, un gigante ingombrante
Un uomo così divenne subito un problema. Troppo amato dalla povera gente di Napoli, troppo carismatico, troppo pulito per una politica che si stava già sporcando le mani con il compromesso. I vertici del Partito Nazionale Fascista lo capirono subito: Padovani era un gigante ingombrante. Nel 1923 arrivò l’espulsione. Orchestrata dall’alto, caldeggiata dai moderati che volevano stare tranquilli. Gli tolsero la tessera, ma non poterono togliergli la fede. Né l’amore della sua città. Diventò il simbolo del “fascismo tradito”, l’idolo degli incorrotti che continuavano a sognare la rivoluzione sociale mentre a Roma si indossavano le feluche e i pantaloni alla cavallerizza. Poi, il finale. Che sembra scritto da un destino cinico o da una mano troppo precisa.
La fine che non lo fece finire mai
È il giorno del suo onomastico, il 16 giugno del 1926. C’è una folla oceanica sotto il suo balcone di via Orsini. Lo chiamano, vogliono il Capitano. Lui esce, saluta. Poi un boato. Il balcone cede. Macerie, polvere, urla. Padovani muore così, a quarantatré anni, travolto dal cemento della sua stessa casa. Una tragica fatalità, dissero le perizie dell’epoca. Un difetto di costruzione. Ma il dubbio, quel tarlo che accompagna sempre le morti troppo comode per il potere, è rimasto lì per un secolo. Un regolamento di conti? Un modo pulito, senza martiri da fucilazione, per sbarazzarsi di un rivale che persino il Duce temeva? Non lo sapremo mai. Ma forse, alla fine, non importa. Quel crollo ha sigillato il mito: Padovani è morto prima di poter invecchiare nei compromessi del regime. È rimasto puro, per sempre.
Destra e sinistra uniti nella paura per il Capitano
Cent’anni dopo, la sua figura è ancora un sasso nello stagno della nostra memoria. Fa tremare i polsi alla sinistra, che non riesce a capire come un fascista potesse essere così sinceramente amato dai proletari. E imbarazza la destra di governo, quella dei salotti e delle istituzioni, spaventata dall’ombra di un uomo che non ebbe paura di dire di no a Mussolini in nome di un’Idea.
Ci sono uomini che nascono per vincere e per governare la transizione. E poi ci sono uomini, come Aurelio Padovani, che nascono solo per testimoniare una fedeltà. Rigida come l’acciaio, immutabile come il tempo. A qualunque costo. Qualunque cosa accada.
Tony Fabrizio