Roma, 7 mag – C’è un’aria pesante, sotto i portici di Bologna. No, non è solo lo smog della pianura. Ma una puzza di muffa ideologica e di quel paternalismo autoritario tipico di chi, per decenni, ha confuso l’amministrazione di una città con il possesso di un feudo privato. Il copione è logoro, ma stavolta il livello di isteria collettiva ha raggiunto vette grottesche: il solo evocare la parola Remigrazione ha scatenato nelle file del Pd e dei vari satelliti dell’estremismo “umanitario” un riflesso pavloviano di censura, repressione e bava alla bocca.
Sabato prossimo piazza Galvani dovrebbe ospitare un presidio del Comitato ReR. Un’iniziativa ordinata, legale, finalizzata a sostenere una proposta di legge popolare. Ma per i pasdaran del pensiero unico bolognese, la democrazia non è un confronto tra uguali. Per lorsignori è piuttosto un pranzo di gala a cui sono invitati solo i possessori di tessera ANPI. O i frequentatori dei centri sociali. Per tutti gli altri, per chi non recita il rosario del progressismo terminale, c’è solo il divieto, lo stigma, il confino mediatico.
L’inquisizione progressista e il terrore delle Idee
Meglio non riportare per intero il delirio di Maurizio Gaigher. Il consigliere dem non si limita a dissentire – cosa legittima e che non provoca alcuna preoccupazione, se non in lui – ma invoca apertamente il braccio secolare per “impedire la manifestazione“. Il motivo è da brividi: i manifestanti sarebbero rei di “spostare i confini del dibattito pubblico“. Capite il terrore? La sinistra non teme i disordini – che, storicamente, partono sempre dai loro cocchi di mamma col passamontagna e il pugno chiuso – ma teme le idee.
Teme che il concetto di Remigrazione, ovvero il sacrosanto diritto di un popolo a non farsi sostituire e a veder ripartire chi non ha titolo per stare qui, diventi senso comune. Se il tabù cade, cade anche il loro potere basato sul senso di colpa etnico e sulla paura di non riempire più la mangiatoia. Questo tipo di immigrazione è un business: lo ha detto senza troppi giri di parole Emmanuela Florino, storico volto di CasaPound Italia in occasione della presentazione del Comitato a Napoli.
Poi arriva il carico da undici con Giacomo Tarsitano, che dall’alto di una presunta superiorità morale etichetta come “certamente fascisti” i manifestanti e invoca le “fogne“. È il linguaggio della guerra civile linguistica, l’unico che questa sinistra sradicata, livorosa e ormai priva di popolo sembra conoscere. A parti inverse, i tiggì avrebbero aperto le loro edizioni per una settimana. Gli “anti” parlano di “valori della città” mentre praticano la prevaricazione più becera. Quali sarebbero questi valori? L’accoglienza indiscriminata per le risorse altrui e il manganello mediatico per gli italiani che non abbassano la testa?
La farsa di Bruxelles
La cosa più inquietante, però, è il sottobosco dei manovratori di sistema. Stefano Colato, portavoce del Comitato, ha denunciato un modus operandi che ricorda i regimi sudamericani. La notizia di uno spostamento forzato della piazza trapelata sui giornali amici – con Repubblica in veste di gazzetta ufficiale del regime locale – prima ancora che agli organizzatori stessi. Si usa lo spettro dell’ordine pubblico come una clava politica per nascondere il dissenso sotto il tappeto, confinando in qualche periferia degradata chi osa sfidare il dogma dell’immigrazionismo.
La scusa ufficiale? La piazza servirebbe per la “Festa dell’Europa”. Eccola, l’iconografia perfetta di questa gente: un ufficio burocratico che festeggia sé stesso tra tartine al caviale e bandiere blu, mentre fuori le Nazioni muoiono, le identità vengono calpestate e le strade delle nostre città diventano terra di nessuno. Preferiscono i banchetti delle istituzioni europee alla carne viva di un popolo che chiede sovranità e dignità. Meglio il cerimoniale asettico di Bruxelles che il grido di chi vuole tornare padrone in casa propria.
Remigrazione, non un passo indietro: il test (fallito) della democrazia
La verità è che a Bologna sta andando in scena lo scontro finale tra due visioni del mondo inconciliabili. Da una parte chi crede che l’identità sia un crimine, che i confini siano un’opzione facoltativa e che il destino dei popoli debba essere deciso a tavolino da burocrati e ong. Dall’altra chi, forte di 150mila firme e della logica più lapalissiana, rivendica il diritto alla riconquista del proprio destino biologico e culturale.
Alla fine la Questura si è piegata ai diktat del PD e del sindaco Lepore che possono intestarsi non la vittoria dell’ordine pubblico, ma la resa definitiva delle istituzioni alla prepotenza di una fazione politica. In assenza di “allarmi specifici o di annunci di contromanifestazioni” si legge in una nota del Comitato “la Questura” ha posto prescrizioni “in tutta la città, tranne che nella piazza che ha scelto” per la manifestazione.
“Il paradosso – continua il comunicato – di prescrizioni motivate da una gestione preventiva e contra personam dell’ordine pubblico è veramente difficile da accettare”. Bologna non è proprietà privata della sinistra, non è un laboratorio a cielo aperto per esperimenti di ingegneria sociale. Concetto ripetutamente sottolineato da Luca Marsella in ogni città che ha provato a opporsi e dove puntualmente il Comitato ReR ha parlato e le manifestazioni si sono svolte, col rischio che la fiamma della provocazione prendesse corpo. Artatamente.
Le parole di Bignami
Come da rituale consumato da parte dei migliori alleati degli oppositori e solo il senso di responsabilità del Comitato e manifestanti che mettono davanti a tutto l’incolumità delle nostre città. “Una scelta che premia i prepotenti” gli fa eco Galeazzo Bignami. Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera non può non far notare come si crei “un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto”. E ancora “D’ora in poi mi aspetto che anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti vengano decentrate”.
Sabato 9 maggio non sarà solo una manifestazione per la Remigrazione: sarà il test definitivo per capire se in questa Nazione esiste ancora il diritto di essere dissidenti o se siamo già tutti schedati come “criminali del pensiero” in attesa di rieducazione, checché ne pensino i migliori alleati della mafia antifascista.
Il Comitato è sempre stato chiaro. Non ci saranno passi indietro, non si indietreggia di un millimetro. La Remigrazione è un’idea che ha già iniziato la sua marcia nelle coscienze degli europei e non saranno questi divieti polverosi, né la loro fatwa da salotto a fermare il corso della storia, della riconquista, della Vittoria.
Tony Fabrizio