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Contro il falso radicalismo: perchè leggere “Tu chiamala se vuoi rivoluzione” di Adinolfi

by Sergio Filacchioni
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Adinolfi

Roma, 16 dic – C’è un equivoco che attraversa gran parte del dibattito politico contemporaneo e che Gabriele Adinolfi, nel suo nuovo libro Tu chiamala se vuoi rivoluzione, affronta senza indulgenze: abbiamo scambiato l’insoddisfazione per coscienza politica. Non è un dettaglio. È il punto da cui discende tutto il resto. Quando il disagio personale diventa il motore delle posizioni pubbliche, la politica si riduce a sfogo, l’analisi a slogan, il conflitto a teatro. I bersagli si moltiplicano – NATO, Unione Europea, Israele, “l’Occidente”, la politica stessa – ma restano feticci, non oggetti di comprensione. Adinolfi insiste: antagonisti, indignati, ribelli sono spesso sinonimi di insoddisfatti; la radicalità diventa una maschera che copre il vuoto di progetto.

Tu chiama se vuoi rivoluzione di Gabriele Adinolfi

Quello che potrebbe sembrare un problema da poco, in realtà non lo è. Un’opposizione mal posta non indebolisce il sistema: lo rafforza. L’antagonismo isterico, cieco e rituale finisce per essere funzionale all’ordine che pretende di combattere, perché lo solleva dal confronto con una critica intelligente e costruttiva. È per questo che certe posture “anti” non vengono represse ma tollerate, talvolta persino incoraggiate: producono rumore, non alternative. Qui sta una delle provocazioni più scomode del libro: l’ossessione per il nemico esterno è spesso il modo più efficace per non assumersi la responsabilità di costruire qualcosa. L’esempio più evidente è l’anti-NATO di oggi. Non è la prosecuzione della critica europea novecentesca, quella che da De Gaulle ad Anfuso metteva al centro l’autonomia del continente. È il suo contrario. Oggi l’atlantismo viene spesso contestato non più in nome dell’autonomia europea, ma attraverso una lettura rovesciata dei rapporti di forza, che finisce per assumere la Russia come polo antagonista positivo o comunque preferibile, cancellando ogni progetto europeo. Il risultato è un capovolgimento grottesco: si combatte la NATO finendo per scivolare in un antieuropeismo che dissolve l’Europa come soggetto politico. Adinolfi ricostruisce con pazienza come molte accuse attuali all’Alleanza si fondino su distorsioni storiche, ignorando che allargamenti e assetti sono sempre stati negoziati anche con Mosca e che il vero dominio statunitense, oggi, è soprattutto culturale e finanziario, non una semplice “occupazione militare”. Insistere sulle basi come chiave di tutto significa mancare il bersaglio.

Dal Medio Oriente all’Europa

Lo stesso metodo viene applicato al dossier israelo-palestinese, terreno minato per eccellenza. Adinolfi non difende Tel Aviv, ma smonta l’automatismo che porta a sostenere qualsiasi nemico di Israele in quanto tale. Ricorda come Hamas sia stato favorito per anni dai settori più duri della politica israeliana perché funzionale all’impedimento di uno Stato palestinese; trasformarlo in simbolo di resistenza significa rafforzare proprio ciò che si dice di voler combattere. L’antisemitismo ridotto a cliché, poi, non è una critica culturale o geopolitica: è un collante identitario per soggetti senza progetto, una scorciatoia emotiva che produce appartenenza ma non visione. Sul piano europeo, il libro colpisce un altro luogo comune duro a morire: l’idea di un’Unione Europea come creatura americana. La storia racconta altro. Il processo di integrazione nasce in Europa, viene inizialmente osteggiato dagli Stati Uniti e resta, con tutti i suoi limiti, una dinamica di potenza incompiuta, non un modello morale da difendere né un carcere da cui evadere per riflesso sovranista. Uscirne non è un atto rivoluzionario ma una resa; europeizzarla, darle criterio, decisione, capacità strategica è l’unica via per smettere di essere terreno di gioco altrui.

Non c’è rivoluzione senza trasformazione dello sguardo

Sullo sfondo, Adinolfi demolisce anche la favola consolatoria del multipolarismo. Non esiste un fronte etico alternativo all’Occidente pronto a garantire l’autonomia europea. Esistono potenze con interessi propri, spesso incompatibili con i nostri. Scambiare questo realismo per “tradimento” è il segno di una politica ridotta a tifo. Il risultato è una destra che ha smarrito il Mito dell’Europa e lo ha sostituito con l’odio per Bruxelles, l’anticomunismo con il complottismo, l’analisi con l’invettiva. Il punto d’arrivo del libro è netto e scomodo: non c’è rivoluzione senza trasformazione dello sguardo. Prima di cambiare il mondo occorre liberarsi dei riflessi condizionati che paralizzano, dell’angoscia che chiede sempre un colpevole. Solo così si torna dalla protesta al protagonismo, dalla reazione alla costruzione. Tu chiamala se vuoi rivoluzione non offre ricette facili né consolazioni ideologiche. Mette sul piatto una domanda che la politica italiana evita da troppo tempo: stiamo davvero lottando per un progetto, o stiamo solo dando un nome nobile alla nostra insoddisfazione?

Sergio Filacchioni

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