Roma, 7 mag – Alla fine la moda del “discorsetto” agli Oscar è arrivata anche qui. Se non fosse che ci arriva come la brutta copia di una copia di una copia. Ai David di Donatello si è assistito, più che a una cerimonia dedicata al cinema, a una piccola e imbarazzante notte hollywoodiana in salsa italiana: fascismo, autocrazia, Palestina, bombe, cinema sociale e politico. La fiera della banalità non ha fatto sconti a nessuno. Tutto dentro lo stesso contenitore, tutto pronunciato con quella gravità da catechismo progressista che ormai accompagna ogni cerimonia pubblica dello spettacolo.
Il David di Donatello si trasforma nella fiera delle banalità
Lino Musella — chi? — ha pensato bene di citare Robert De Niro, il king statunitense della banalità, che almeno però si lascia alle spalle qualche capolavoro indiscusso, sostenendo che cinema, teatro, musica e poesia possano essere “una minaccia contro gli autocrati e i fascisti”. Frase perfetta per il rilancio social, pessima per un ragionamento serio. Davvero il fascismo sarebbe per natura nemico dell’arte, della letteratura, del teatro, del cinema, della poesia? Basta aprire un manuale di storia del Novecento per capire quanto questa rappresentazione sia povera. Il fascismo storico non fu un deserto estetico incapace di produrre immaginario. Fu un fenomeno capace di mobilitare linguaggi, simboli, architetture, riviste, letteratura, cinema, arti figurative, avanguardie. Ridurre il rapporto tra fascismo e cultura alla favoletta dell’“arte libera” contro la barbarie significa trasformare la storia in un racconto per bambini. Ma il punto è proprio questo: arte e democrazia liberale non sono sinonimi. Le avanguardie artistiche del Novecento non sono nate per confermare la morale liberale; spesso ne sono state le più feroci nemiche. Il Novecento europeo è pieno di scrittori, registi, poeti, architetti e intellettuali che hanno abitato, attraversato o rappresentato mondi politici lontanissimi dal liberal-progressismo contemporaneo. Fingere il contrario è una posa comoda, buona per impressionare i salotti della cultura ufficiale, ma inconsistente appena si esce dal recinto dell’applauso automatico.
Il cinema “impegnato” che professa disimpegno
Ancora più banale è stata la battuta di Flavio Insinna: “Meglio finanziare i film che incassano un euro, piuttosto che finanziare armi, droni e bombe”. Genio! – da leggere con la voce di René Ferretti. Qui non siamo più nemmeno nell’antifascismo d’ordinanza, ma nel benaltrismo disarmista più in voga. Davanti a ogni questione seria — difesa nazionale, sicurezza, industria, grandi opere — bisogna opporre la purezza fragile della cultura, intesa come spazio innocuo e moralmente superiore proprio perché economicamente fallimentare. Come se una nazione dovesse scegliere tra avere un cinema e avere strumenti di difesa. Come se l’Italia potesse vivere di festival, red carpet e film che non guarda nessuno mentre il mondo reale corre, si arma, costruisce, combatte, produce tecnologia. È la solita mentalità da Italietta impotente: quella che non immagina mai potenza, sovranità, industria, difesa, grandezza, ma soltanto redistribuzione dei fondi verso ciò che appare più nobile perché più debole. Il “film che incassa un euro” diventa così un habitat in cui rifugiarsi dal mondo che accelera. Non importa se non parla al pubblico, se non crea immaginario, se non lascia traccia. L’importante è opporlo alle “bombe”, ai “droni”, alle “armi”, parole pronunciate come se bastassero da sole a chiudere ogni discussione.
La crisi del cinema italiano e la cultura del piagnisteo
Il paradosso è che tutto questo arriva da un ambiente che lamenta da anni la crisi del cinema italiano, il distacco dal pubblico, la mancanza di risorse. Ma il problema è un altro, come abbiamo già scritto in passato: il cinema italiano è in crisi non per mancanza di fondi, ma per mancanza di idee, visione e coraggio narrativo. Mentre attori, registi e la solita intellighenzia da salotto lanciano petizioni contro il ministro Alessandro Giuli, accusandolo di “non ascoltare” il settore, nessuno affronta la vera domanda: che cosa produce davvero questo sistema? Quale immaginario costruisce? A quale pubblico parla? Basta guardare molta produzione recente per capire il disastro. Il cinema italiano è diventato uno sfogatoio per psicodrammi travestiti da impegno sociale: corpi violati, relazioni tossiche, periferie depresse, biografie politicamente comode o socialmente commoventi, tormenti post-comunisti, nevrosi metropolitane. Film costruiti per festival, giurie, salotti e uffici stampa del progressismo culturale. Poi ci si stupisce se il pubblico volta le spalle. Ma il problema non è che il cinema sia politico, perché il cinema non può non esserlo. Il problema è cosa ci viene spacciato per politica: disimpegno, depressione, decostruzione. Un cinema che non seduce perché non rischia. E quando nessuno lo guarda, risponde sempre allo stesso modo: più fondi, più appelli, più vittimismo di categoria.
Non ci serviva la brutta copia degli Oscar
Per questo i discorsi dei David risultano così stanchi, così brutti nella loro imitazione spudorata delle star hollywoodiane. Arrivano da un mondo che si crede minaccia per il potere mentre viene celebrato, trasmesso, finanziato e applaudito dal potere stesso. Un mondo che invoca il cinema contro gli autocrati, ma fatica a produrre film capaci di minacciare davvero qualcosa: il conformismo, la mediocrità, il narcisismo del proprio ambiente. Un mondo che chiede più fondi, ma raramente si chiede per quali idee. Che parla di cinema politico, ma spesso intende soltanto cinema allineato alla propria morale.
Sergio Filacchioni